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  • 10/07/16--10:29: MARIA PIA ALTAMORE [19.224]

  • MARIA PIA ALTAMORE

    Maria Pia Altamore nació en 1958 en Giuliana (Palermo) y reside en Génova. 
    Es poeta, actriz, dramaturga y animadora cultural. 


    OBJETO PRECIOSO

    Si tienes tiempo
    mira el polvo sobre  los muebles
    exaltado por el rayo de sol
    que a la fuerza entra por la ventana
    y se dirige como un ojo de buey teatral
    sobre el aparador
    el polvo salta a la vista
    como si fuera un objeto precioso
    ¡y como tal… no lo remuevo!


    OGGETTO PREZIOSO

    Se hai tempo
    vedi la polvere sui mobili 
    esaltata dal raggio di sole 
    che a forza entra dalla finestra 
    e si dirige come un occhio di bue teatrale 
    sulla credenza
    la polvere sta in bella mostra 
    come fosse un oggetto prezioso 
    e come tale... non la rimuovo! 



    DÍA DE FIESTA

    Para la ocasión me puse mi mejor sonrisa
    me la cosí tan bien
    que durante la misa sonreía, sonreía…
    Encontré la mirada de reproche del cura
    que con un gesto me invitó a salir.
    ¡Yo me arranqué la sonrisa
    y la abandone sobre el banco!



    GIORNO DI FESTA

    Per l’occasione ho indossato il mio miglior sorriso
    me lo sono cucito talmente bene
    che durante la messa sorridevo, sorridevo…
    Incontrai lo sguardo di rimprovero del prete
    che con un cenno mi invitò a uscire.
    Io mi strappai il sorriso
    e lo abbandonai sulla panca!



    CHANEL

    Con tu colchoneta de playa
    y tus chancletas rojas
    gorra con visera
    ahora que es verano te confundes
    con la multitud de bañistas…

    Pero tú y yo sabemos
    que esa colchoneta
    no te sirve para tomar el sol.

    Camastro de todo el año
    tu dormitorio
    cambia de decoración continuamente
    acunado por los anuncios de la estación…


    CHANEL

    Col tuo materassino da spiaggia
    e le tue infradito rosse
    capellino con visiera
    ora che è estate ti confondi
    con la folla di bagnanti…

    Ma io e te sappiamo
    che quel materassino 
    non ti serve per prendere il sole.

    Giaciglio di tutto l’anno
    la tua camera da letto
    cambia arredamento di continuo
    cullata dagli annunci della stazione…

    Selección, traducción y notas de CARLOS VITALE.





    .


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  • 10/07/16--10:40: ALESSANDRA DI GUIDA [19.225]

  • Alessandra Di Guida

    Alessandra Di Guida nació en Nápoles, Italia en 1974.
    Ha publicado: Verso.


    PURO SER

    Cielos, abridlos a mi mirada
    y llevadme más allá,
    donde finalmente reposar
    la afanosa ilusión de
    “convertirme…”

    Dejad simplemente que yo sea.


    PURO ESSERE

    Cieli, apriteli al mio sguardo
    e portatemi più in là,
    dove finalmente riposare
    l’affannosa illusione di
    “diventare…”

    Lasciate semplicemente ch’io sia.


    TEDIO

    Si ya no tuviera nada que hacer
    escucharía la música del mar.

    Si ya no tuviera nada que decir
    escucharía el silencio de mi corazón.


    NOIA

    Se non avessi più niente da fare
    ascolterei la musica del mare.

    Se non avessi più niente da dire
    ascolterei il silenzio del mio cuore.


    DESILUSIÓN

    En vano busco en tus ojos verdes,
    al mismo tiempo malandrines y sinceros,
    la mirada arrobada que la mía recuerde
    cuando te contemplo en los pensamientos.


    DISILLUSIONE

    Invano cerco nei tuoi occhi verdi,
    al contempo malandrini e sinceri,
    lo sguardo rapito che il mio ricordi
    quando vaghegggio di te nei pensieri.

    Selección, traducción y notas de CARLOS VITALE. 








    .



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  • 10/07/16--15:02: STEFANIA ONIDI [19.226]

  • Stefania Onidi 

    Stefania Onidi nació en San Gavino Monreale (Cagliari, Cerdeña. Italia) en el 1973.
    Ha publicado: Con un filo di voce y Qui Altrove e Oltre.


    FLEURS

    He llenado la casa de flores.
    Para no sentirme
    sola,
    para defenderme
    para liberarme
    de esta absurda estación
    de inciertas emociones
    de secretos miedos.


    FLEURS

    Ho riempito la casa di fiori.
    Per non sentirmi
    sola, 
    per difendermi
    per liberarmi
    da questa assurda stagione
    di malcerte emozioni
    di segrete paure.

    A MÍ MISMA

    Cuando estás sola
    eres como el silencio,
    inmóvil y sincera.
    abierta como un pimpollo
    tienes el olor de la noche.


    A ME STESSA
    Quando sei sola 
    sei come il silenzio,
    immobile e sincera.
    Dischiusa come un bocciolo
    hai l'odore della notte.

    LLUVIA

    Esta lluvia
    tiene tus palabras.

    Una tenacidad vertical
    un deseo desesperado.

    De ver brotar una flor,
    una honesta pretensión.


    PIOGGIA 

    Questa pioggia
    ha le tue parole.

    Una tenacia verticale
    un desiderio disperato.

    Di vedere sbocciare un fiore,
    un' onesta pretesa.

    Selección, traducción y notas de CARLOS VITALE. 



    Eresia

    Non nasco dai tuoi occhi,
    ma dall'ostinata cecità
    del sangue.
    Un clamore oltre la parola,
    illogica sintesi
    di fiato e ragione.



    Minatore

    Sosta la luce fioca dell’ora finita
    all’orizzonte, quasi un regalo tra i passi del ritorno.
    Anche oggi,
    in un tempo sospeso ho seppellito
    i miei respiri
    nelle profondità della terra.
    Non passa aria nei polmoni eppure
    scavare è il mio lavoro.
    Scavo
    con queste mani,
    ogni buco un nodo nella carne,
    un solco di storia,
    a fiato corto e pancia vuota.
    Dissotterro
    ore interminabili di fatica,
    e sudo
    nell’oscurità della roccia
    per briciole di dignità
    da celebrare sull’altare quotidiano del giorno.

    Ho fame di luce
    ho fame d’aria
    ho fame di pane.
    Il mio domani è appeso a un sogno: 
    uomini liberi,
    non padroni né servitori.

    Avanza rapida la notte – ma è una notte senza fine –
    nel turno continuo del silenzio,
    con esso questa volta
    la luna.



    L'abbraccio

    Restami accanto in questo tempo nuovo,
    parlami nell’intima luce del giorno
    di sogni arditi e futuro,
    rivestimi di parole in baci composte,
    e con la metrica di una musica tra gli alberi,
    cantami il riposo del vento.
    Sciogli il calore di labbra riarse
    e di braccia tese la sete.
    (Tu sei nel sangue che gira,
    vena del mio scrivere incauto e necessario).
    E ora che sei qui nel mio abbraccio
    sotto questo cielo,
    a fil di pelle,
    perdonami l’amore.



    La notte

    Mi immagino dipingere la notte,
    questa notte che cade come la pausa finale di una sinfonia.
    Lei è
    nera
    priva di luce
    ma generosa,
    mi tende mani di colore,
    e ogni colore per sua grazia vive
    nel silenzio.
    Nel tratto deciso del mio sentire
    genesi di una vita.



    Non sono uomo

    Non - sono - uomo,
    ho identità di animale denudato
    e consegnato all’oblio dal tuo sguardo censore. Maledetto il tuo sguardo.
    Vorrei che toccassi il mio silenzio
    mentre precipito in un abisso liquido di risa e pianto.
    Ho un cuore imploso, nero e incapace di sentire. Dicono.
    Non - so - chi - sono. Dicono.
    Eppure conosco
    il pianto delle nuvole e il grido del cielo, lo sento nella carne imprimersi come una preghiera e sudare vita infetta di vita. E TU,
    non sentirai mai. Mai - come - ME.
    E io mi vedo solo. Tremendamente solo. Tu mi vedi solo.
    E sto qui ad attendermi a primavera il 21 quando il mandorlo vivrà la sua vocazione alla- v-i-t-a. E sognare di vivere.
    I o  s o g n o  d i   v-i-v-e-r-e.
    Ma - io - non - sono. Non- ti - importa - chi - sono - io.
    Nella tua infinita bontà, mi lasci solo.
    Mentre - voglio - vivere. E sogno di vivere!



    Venne il mattino

    Venne il mattino
    poi mi innamorai dell’idea
    di te.
    Fui come un treno in corsa su un binario morto.
    Ebbi le ali del vento e il profumo dei fiori a marzo.
    Venne il mattino
    e non volli vedere i tuoi occhi per non provare un dolore,
    continuai a dormire un sonno profondo
    con la tua foto tra le mani.
    Venne il mattino
    per farci lontanissimi
    come terra e cielo che
    pur dormendo l’uno sull’altra non s’incontrano
    e non s’incontreranno mai.
    Fu così che
    m’aggrappai all’idea
    di te.
    Ti disegnai così perfetto nel mio cuore
    coi colori vivi della fantasia:
    tu un illusorio pretesto
    per addolcire i giorni
    per sentirmi viva.
    Quando fummo felici
    fu come affondare le labbra nello zucchero filato,
    dimentichi del mondo intorno.
    Un giorno mi voltai
    per guardare quell’immagine di noi
    ma non la trovai più.
    Venne il mattino e ci divise
    fu allora che m’aggrappai all’idea
    di te,
    non più a te,
    non a te.
    Raccolsi i frantumi del “noi”
    e rimasi sola
    a contemplare l’alba
    di un nuovo presente.



    Notte

    Mi struggo nel dolce pensiero che porta
    il tuo nome
    in questa notte infinita:
    misterioso e interminabile
    desiderio
    di perdermi e di morire
    nei tuoi occhi malcerti.
    Assisto
    al lento disfarsi e svanire delle mie volontà.
    Vita,
    vita che vai,
    mi agiti in un lungo e lieve respiro che
    accarezza tutt'intorno e discende dal cielo,
    che mi scorre nelle vene
    e mi si coagula in versi leggeri.
    Amore mio lontano
    mi dai ali per volare ma non per
    raggiungerti.



    Estro 

    Il mio cuore è jazz.
    Palpita imprevedibili
    fantasie. Si perde in virtuosismi
    di libertà. La ricerca di poesia
    è anima dentro il mio cuore
    jazz
    è improvvisazione
    è estro d’amare.


    Oblio 

    Ritrovarsi qui
    di fronte alla sera
    cuore e nervi stanchi
    e fissare il silenzio dei nostri occhi socchiusi.
    Siamo soli
    adesso.
    Il vento porta via le parole
    e nell'immobile luce accende
    il nostro mistero: tu ed io
    essenze,
    esistenze nude
    fiamme di verità che avvampano.
    E risplende
    sopra ogni cosa
    sopra ogni inganno
    sopra il misfatto dei giorni,
    l' A m o r e.







    .

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  • 10/07/16--15:12: SILVANA POCCIONI [19.227]

  • Silvana Poccioni

    Silvana Poccioni nació en 1951 en Rocchetta a Volturno (Isernia, Italia) y vive en Agnone.
    Ha publicado: In fondo al mattino y Quare id faciam.


    OSCURIDAD

    Negro de túnel.
    Solo
    al fondo
    un temblor de luz
    vana ilusión
    de esperado
    paso.
    Y van adelante
    con pies de autómata
    las esperanzas
    cansadas de renacer
    después de tantas muertes.


    BUIO

    Nero di tunnel.
    Solo
    in fondo
    un tremito di luce
    vana illusione
    di sperato
    varco.
    E vanno avanti
    con piedi d’automa
    le speranze
    stanche di rinascere
    dopo tante morti.


    FELICIDAD

    Es alcanzada
    en la intensa emoción
    de un instante
    saboreada con los ojos cerrados
    mientras desaparece
    dulce
    huidiza caricia
    beso robado.


    FELICITÀ

    È raggiunta
    nell’intensa emozione
    di un istante
    assaporata ad occhi chiusi
    mentre dilegua 
    dolce
    fuggevole carezza
    bacio rubato.



    PRIMAVERA

    Y vuelve a temblar el corazón
    en el tibio sol
    de una antigua
    y sin embargo nueva
    primavera de amor.
    La húmeda tierra
    aalva
    bajo la costra del hielo invernal
    las más profundas raíces.



    PRIMAVERA

    Torna a tremare il cuore
    nel tiepido sole
    di un’antica
    eppur nuova
    primavera d’amore.
    L’umida terra
    salva
    sotto la crosta del gelo invernale
    le più profonde radici.

    Selección, traducción y notas de CARLOS VITALE.



    Nelle baracche di Mauthausen

    Nelle baracche di Mauthausen
    ho fatto ammenda dei miei errori,
    di tutte le notti insonni
    seguite a giorni sprecati,
    di tante lacrime versate,
    dei molti aneliti di morte.
    E' là che dimora il Dolore.
    L'ho visto sedere muto
    tra cumuli di larve umane
    nude,
    straziate,
    lacerate
    urlanti alla vita,
    che non vogliono morire.
    L'ho visto stringersi al petto,
    cullandoli,
    bambini atterriti,
    giovani castrati,
    madri col ventre svuotato e i seni secchi di latte,
    poveri vecchi colpevoli d'essere vivi.
    Con un macigno di granito sul petto anch'io,
    ho chiesto perdono.


    Palingenesi

    Nell'istante impercettibile
    di un tempo imprecisato
    varcare la soglia del Silenzio
    e ... finalmente dormire.

    Un sonno senza sogni
    buio totale
    nero di pece
    stadio prenatale
    quiete sicura
    pace dei sensi
    assenza lenta
    graduale
    di ogni suono
    voce
    sospiro
    battito
    ... respiro.


    Povero Narciso

    Povero Narciso!
    Cosa farai
    quando l'acqua del fonte
    intorbidata
    ti spingerà a guardarti intorno?

    Ho riportato in alto il mio aquilone

    Ho riportato in alto il mio aquilone.
    Il tuo non teneva più la quota.
    Per non precipitare con te
    ho spezzato il filo.
    In quella vertigine
    ho spinto al cielo profondo lo sguardo
    .... e l'orizzonte è scomparso.


    Si chiude il sipario su un altro giorno

    Si chiude il sipario su un altro giorno.
    Gettato in un angolo il costume,
    vestita di semplice vita,
    mi guardo nel buio.
    Solo così,
    nuda,
    mi riconosco.






    .


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  • 10/07/16--15:47: ADRIÁN SÁNCHEZ [19.228]

  • ADRIÁN SÁNCHEZ

    Adrián Sánchez nació el 22 de enero de 1970 en Buenos Aires, ciudad donde reside, la Argentina. Egresó en 1994 de la carrera de Periodismo General en TEA (Taller Escuela Agencia). Obtuvo, entre otras distinciones, el Primer Premio del Concurso de Poesía “Valle del Elqui”, organizado por el Centro Cultural Chileno “Gabriela Mistral” en 2004. Publicó los poemarios “La condena del mudo” (Primera Mención Honorífica del Fondo Nacional de las Artes, edición 1998; Ediciones Botella al Mar, 2000) y “Mi padre cavaba un pozo” (Tercer Premio del FNA, edición 2012; Ediciones del Dock, 2013). 


    Algunos apuñalan su corazón
    hasta tres veces.

    Otros abren sus venas
    para vaciarse
    se arrojan ante un tren
    o saltan desde un puente.

    Hay quienes se ahorcan
    para morir bailando.

    Dicen que el método elegido
    surge de los motivos 
    que llevan a tomar la decisión.

    Mi padre se metió en la cama.
                      
    (de “Mi padre cavaba un pozo”)


    *


    Mi madre me miraba incrédula
    correr por el jardín
    mientras de mi cabeza agujereada
    escapaba la sangre de su sangre.

    Eras como un globo
    me contó después.
    No podías parar
    porque tu sangre era como el aire
    y al escapar
    te impulsaba hacia delante.

    Me imaginé en una plaza dijo
    mirando para arriba
    llorando con otras nenas.
                                    
    (de “Mi padre cavaba un pozo”)


    *


    Espero acostado
    que Laura se duerma
    y entonces bajo a nadar.

    Ella no puede mojarse.
    Algo dentro de su cuerpo
    necesita estar seco
    por cinco días.

    Nado despacio para no despertarla.
    Pero también
    para que el fondo no se agite
    y el agua se enturbie.

    A veces dejo de bracear
    y flotando en la oscuridad
    me pregunto qué sería de mí.

    Si tantas cosas.
    Qué sería de mí.
                                            
    (de “El ángulo”, inédito)



    *


    Una tarde corrí
    entre gallinas espantadas
    con mi primer amor 
    desnuda sobre mis hombros.

    Ella reía nerviosa
    porque nos habían descubierto
    y pronto sentí su pis
    cayendo por mi espalda.

    Cuando ya no pudimos escapar
    me puse en cuatro patas
    para que pudiera desmontarme.

    Recuerdo la presión
    de sus muslos en mi cuello
    como una despedida.

    Después los talones
    blanquísimos en el barro.

    El vaivén del pelo y los brazos
    mientras seguía a la abuela.

    Se iba.
                      
    (de “El ángulo”, inédito)



    *


    Aunque es otoño 
    el calor no se va.

    Al borde de la pileta
    miro el fondo
    cubrirse de verde.

    Podría limpiar el agua.
    Nadar unos días más.

    Hojeo un libro de Carver.
    Una foto suya junto a un río
    mirando la corriente.

    El agua que yo veo no fluye.

    No enriquece otro caudal.
    No desemboca nunca.

    Chinches rondan los escalones 
    donde apoyo mis pies.

    El verano pasó.
    Corresponde que este agua se pudra.
                                    
    (de “El ángulo”, inédito)



    *


    Todos llevamos algo.

    Cosas anónimas
    que tanto pueden ser
    de unos como de otros.

    Una cartera.
    Un manojo de llaves.
    Un paraguas.

    O cosas que los identifican.
    Ésas
    sólo pueden ser nuestras.

    Una bandera.
    Un estante de madera.
    Un globo.

    No importa sólo qué se lleva.
    También cómo 
    y por qué.

    En mi caso
    un reloj de arena.
                              
    (de “Nunca supe bailar”, inédito)




    ENTREVISTA A ADRIÁN SÁNCHEZ 

    Por Rolando Revagliatti


    Nacés en el mes en la que también “nace” nuestra cargadísima década del setenta.

    AS — A las 02.40 del veintidós de enero de 1970 en la ciudad por entonces denominada Capital Federal. Único varón entre los once o doce nacimientos: algo así como una noche récord para el Hospital Rivadavia. Ante la abundancia de parturientas y escasez de médicos y enfermeras, mi madre hizo sola el trabajo de parto. Además de las dificultades propias de la situación, yo trataba de subir dentro de su cuerpo en lugar de bajar. Recién cuando caí de la camilla y ella gritó, llegó la ayuda.

    Fui sólo un día al jardín de infantes. Se llamaba "Los Enanitos" y quedaba a una cuadra de mi casa. Conservo la imagen de estar sentado sobre una mesa mientras los otros niños hacían cola para jugar con un payaso articulado de cartón. Me resultó tan aburrido que cuando volví a casa le aseguré a mi madre que no quería volver porque "los enanitos" me habían robado mis galletitas. Por lo que sea, la triquiñuela funcionó.

    A los seis años empecé el primer grado, y ahí no tuve reparos. Me sentía cómodo, me divertía y las maestras me adoraban. Recuerdo a dos de ellas peleándose por colocarme la pechera del General San Martín, antes de subir al escenario durante el acto celebratorio del 17 de agosto. La primaria transcurrió en calma. Quería a mis compañeros y era querido. En tercer grado fui elegido mejor compañero, y recibí como regalo "David Copperfield" de Charles Dickens. Y gracias a eso empezó mi amor por los libros, por las historias. Y por Dickens. De todas maneras, las "malas notas" por conducta eran semanales. Como en mi casa la comprensión no era lo que reinaba, trataba de zafar como podía. Llegué al extremo de agujerear el cuaderno de comunicaciones donde correspondía que firmara mi madre; después recorté su firma de otro lado, la pegué sobre el papel agujereado y declaré a la maestra que mi mamá se había equivocado al firmar, que al borrar había agujereado el papel y que entonces firmó en otro lado y pegó la firma al pie de la mala nota. Una vez más, la triquiñuela funcionó.

    Experiencia aterradora: en 1979 (cuarto grado), a la escuela se le ocurrió trasladarnos en excursión a la Comisaría de Olivos, en nuestro barrio. Armas, calabozos, detenidos esposados (dios mío, quién sabe por qué), y la sana amenaza de que eso nos esperaba si llegábamos a meternos en "cosas raras". Y otra más: simulacros de bombardeo, por la eventualidad de algún conflicto, acaso con Chile: escondernos debajo de los bancos a una señal de la maestra. 

    Y ya por ahí estabas en los ochenta.

    AS — Finalizando la escuela primaria: suavizada por mis primeros besos con una dama un año mayor. Muchos besos. Después hubo otros por supuesto, pero supongo que nunca son como los primeros. Posteriormente, ya en el secundario, recreaba exactamente el gusto y el olor de la boca de la piba, exhalando mi aliento, aproximado al banco de madera, y haciendo una cerca con mis manos para que no se diluyera. El secundario fue más hostil. Chico de escasos recursos económicos, becado en un colegio privado en La Lucila. En segundo año me quitaron la beca por mal comportamiento. No me portaba peor que el resto de mis compañeros, pero por ser pobre y becado debía demostrar mi agradecimiento mediante la obediencia y la sumisión. Esa beca me la había ofrecido la directora de la escuela primaria, cuando estaba por terminar séptimo grado. No sé por qué no lo habló con mi madre sino conmigo. Me dijo que lo pensara, y que en una semana le respondiera. Yo quería ir al Nacional de San Isidro, pero en vez de rechazar la propuesta, cometí el error de comentarlo con mi madre y mi hermana, y terminé en el privado. Cuando me sacaron la beca, hubo que hacer malabares para pagar la cuota de un colegio de mediocre para abajo. Pero algo esencial para mi futuro aconteció por haber concurrido allí. Dos cosas, en realidad. Conocer a mi profesor de Literatura, Daniel Arias, que fue quien definitivamente me llevó a escribir. Y un libro que me recomendó leer y que se transformó en mi favorito. Tenía catorce años: lo leí cada dos hasta ahora, que tengo cuarenta y seis. Se llama "Cuentos de hadas en Nueva York" y es de James Patrick Donleavy. Cada vez que termino de leerlo me digo: "Un día voy a regalar todos mis libros y me voy a quedar sólo con éste". Ese mismo año murió mi padre. No fue especialmente duro para mí (a un nivel consciente, en ese momento, quiero decir). Nunca había estado mucho en nuestra vida. No digo simbólicamente. De hecho no estaba, porque estaba en otro lado, nunca supe dónde. No fui a su entierro. Ni siquiera sé si lo velaron. Lo que sí fue significativo para mí de todo eso (tanto que treinta años después dio vida a mi segundo libro, "Mi padre cavaba un pozo"), fueron los largos meses que pasó muriéndose en mi habitación, en mi cama, mientras yo fui desplazado a dormir al comedor. Su última frase para mí (la única en todo ese período, si no recuerdo mal) fue: "Te voy a matar".

    Por suerte, tuve amigos durante la secundaria, que hicieron mi adolescencia entre niños ricos un poco más amable. Uno de ellos muy importante, con el que descubrimos mucha música, que me acompañó y me acompaña todavía. La mayoría de esos amigos perduraron lo que duró la escuela, pero dejaron huella en algunos aspectos. Y afianzaron el apodo que había empezado en la primaria más tímidamente: mono. Para mi profesor de literatura, que todavía veo, y para uno o dos más que sobreviven a aquella época, todavía soy el mono. El apodo viene de que desde chiquito, donde podía me trepaba. Y donde no podía, también. Las costuras en la cabeza y los moretones en partes diversas de mi cuerpo eran los trofeos. Como extras no vinculados a las "monerías" pero sí a mi culo inquieto, fui atropellado cuatro veces (quizá la última no cuente porque fue a mis treinta y cinco años), una de ellas en bicicleta.

    Terminando el quinto año, fue el sorteo para el Servicio Militar Obligatorio, en una de sus últimas ediciones. Entré de cabeza con el número 938. Decidido a no hacerlo, me dispuse a bajar de peso. Con mi altura, debajo de cincuenta kilos quedaba fuera del Ejército. Al momento del sorteo, en octubre del 87, pesaba sesenta y dos kilos. Un año después, llegué a la revisación médica en el Distrito Militar de San Martín pesando cuarenta y ocho. Un éxito. Eso sí, apenas logré recuperar la mitad de los kilos perdidos. Recién hace dos años, a mis 44, volví a mi peso original.
      
    El verano previo, en el sur, había conocido a quien sería me primera compañera formal. Ya trabajaba. Eso, junto con la decisión de evitar la colimba, y dejar el hogar familiar, marcaron el comienzo de lo que llamo "mi vida". Para mí, significa algo así como el límite a partir del cuál uno (yo) deja de culpar a otros por sus padecimientos, resultados, limitaciones, etc.

    De paso: el albergue transitorio que frecuentaba con este primer amor, ubicado para más datos frente al hospital donde nací, es ahora un hogar de ancianos. Espero que se trate de uno de esos casos en los que un cigarro es sólo un cigarro.

    Pisando los noventa, entonces, te vas a vivir solo.

    AS — Fui el primero de mi grupo de amigos en llevarlo a cabo, con lo cual mi casa era la de todos. Y más de los que tenían chicas. Casi todos mis amigos contaban con un juego de llaves. La única condición era la de no ir sin avisar. Pero años después, no muchos, pasé de generoso anfitrión a no abrir la puerta a quienes venían de visita sin antes haberlo concertado. Y de eso, a no recibir visitas, directamente.

    Por la época de mi emancipación se acrecentó la intención de encarar con rigor la escritura. Empecé a asistir al taller de quien había sido mi profesor de literatura. Duré un par de años. En un momento él me echó, quizá con razón, por no cumplir las consignas, plazos y demás. Por trabajar poco, básicamente. Pero ese taller, el único al que concurrí, me enseñó lo primordial: darle hacha a todo lo que no sea esencial. No siempre se logra, pero hay que intentarlo. Y muchos de los textos laburados en ese taller, fueron el esqueleto de mi primer libro, "La condena del mudo".

    Poco después, en viaje por Bolivia, el colectivo en el que iba efectuó una parada saliendo de Sucre, en una especie de almacén que había junto a la ruta. Cuando me asomé por la ventanilla, observé a una chica, adolescente supongo. Jamás había visto a alguien tan sucio. Era como si hubiera pasado un lustro revolcándose en el barro y la basura, hasta que el barro y la basura parecían crecer de ella. Pero tampoco había visto nunca a alguien tan hermoso. Aun a través de esa coraza de barro y mugre, las formas de su cuerpo y los rasgos de su cara impactaban. De repente se inclinó hacia la derecha, levantó apenas su vestido, y se rascó el muslo. Esa experiencia fue la confirmación física de algo que ya intuía: no procurar extraer poesía de mundos inexistentes. La poesía se me mostraba a mano y a la vista, de mí y de quien la quisiera advertir. Considero que la realidad es lo suficientemente poética para quien sabe capturarla y transmitirlo con palabras justas (sencillas) y de manera reconocible. En todo caso, el oficio está en saber captarla y describirla.

    Intercalo cuatro frases que tengo pegadas junto a mi mesa de trabajo: 

    "Yo veo algo y lo describo tal como lo veo. Al hacerlo, me abstengo de comentarlo. Si he hecho algo que me conmueve —si he retratado bien ese objeto—, alguien más se conmoverá, aunque también habrá otro que diga: ‘qué carajos es esto?’ Y tal vez ambos tengan razón." (Charles Reznikoff)

    "Si quieres expresar con exactitud esta circunstancia: ‘desde el río soplaba un viento frío’, no hay en lengua humana más palabras que las apuntadas para expresarla." (Horacio Quiroga)
    "Admiro a quienes hacen poesía sin necesidad de crear un mundo que los demás no puedan tocar." (Sean Penn)

    "Escribir es mágico. Es, en la misma medida que cualquier otra arte de la creación, el agua de la vida. Y el agua es gratis. Así que bebe. Bebe y sacia tu sed." (Stephen King)

    Me interesa lograr (trabajar en lograr) ese equilibrio, ese camino bien finito que existe entre la poesía y la narrativa. Llegar a lo básico, pero a la vez no tener miedo de narrar. Relatos, pero con un ritmo y sonido e imágenes que como narraciones plenas no tendrían. Mi ritmo creativo es lento. Entre la publicación de mi primer libro y el segundo pasaron trece años. En el medio sólo escribí el que dentro de poco estaré publicando como tercero. Espero que esos plazos se vayan achicando. Tiene que ver con la confianza, supongo. En estar seguro de lo que uno hace, pero no en el sentido de que es maravilloso, sino de que uno se esmera para hacer siempre lo mejor. En mi caso, y seguramente para muchos otros sea así también, aunque obtuve algunos premios y reconocimientos, nunca me percibí más orgulloso que al saber que había hecho lo mejor que estaba a mi alcance elaborando un poema, un libro entero, sobre todo con el ordenamiento, o lo que sea. Por otra parte, en ese sentido, a veces pienso que ésa puede ser la diferencia entre un oficiante de poeta y un gran poeta: uno llega hasta sus máximas posibilidades, y el otro también, pero una vez que llega ahí, se pregunta cómo lo puede mejorar.

    Nos ubicamos en el 2000. Desde el 2000.

    AS — Mi primer libro. Frecuentaba los ciclos literarios, en parte por las invitaciones que recibía, y en parte porque, bueno, era lo que correspondía. Incluso llegué a co-coordinar alguno, “La Dama de Bollini”, con el poeta Daniel Grad. No duró mucho la faena: apenas la segunda mitad del 2004. Pero tanto de un lado como del otro, esas ceremonias fueron perdiendo interés. Que quede claro, no las critico, sólo que no me dan placer.

    En 2004 fui invitado a Chile al Primer Encuentro de Poesía “Voces para el Desierto”, realizado en Copiapó, capital de la Región de Atacama. Por nuestro país participó también Diego Muzzio, y por Chile Eugenia Brito, Gonzalo Millán, Nadia Prado, Juan Cameron y Mauricio Redolés. Quien organizó todo no era de allí. Había llegado de Santiago apenas meses antes. Formó un mínimo equipo, de gente que casi tampoco conocía, y obtuvo un festival de tres días en distintas sedes, incluida la plaza, al que asistió tanta gente como no se había visto jamás reunida en Copiapó. Y aunque lo monetario nunca es lo esencial, consiguió también hospedaje, comida y pasajes de avión para los poetas invitados del resto de Chile y Argentina. Todos para escuchar poesía. Y gracias a una persona que ama la poesía (en todas sus formas) y no consideró que hubiera ningún impedimento válido para mostrar a otros eso que amaba. Repito, en una ciudad que no conocía. Hoy me enorgullece decir que es una de mis amigas más queridas. Se llama Aída Inés Osses Herrera, y por si fuera poco, es Jueza.

    ¿Y el periodismo?

    AS — Después de dos años en la carrera de Ciencias de la Comunicación Social de la Universidad de Buenos Aires, me cambié a TEA, en procura de conocimientos más prácticos que teóricos sobre Periodismo. Se me daba bien la confección de artísticas radiales, sobre todo por cierto toque humorístico. En algunas de las materias que concernían con la escritura en sí, con el estilo sobre todo, mis intenciones poéticas se hicieron notar. En algunos casos en mi contra, con profesores que aseveraban que esa tendencia poética me jugaría en contra; otros a favor, en la creencia de que justamente eso marcaría la diferencia sobre lo establecido. Egresé, habiendo perdido poco antes (por no estar al tanto de una noticia) un trabajo ofrecido por uno de los directores de la Escuela. Al margen de haberme desempeñado en el área de prensa de algunas empresas, la labor intrínsecamente periodística que realicé, fue durante varios años en una ONG de defensa de la libertad de expresión: PERIODISTAS Asociación para la Defensa del Periodismo Independiente, mediante la detección, denuncia, seguimiento e intento de solución de los conflictos. Nunca laborales o gremiales, sino puramente de libertad de expresión. Fue una gratificante incursión. Pero después de eso, me volví librero. Nunca registré el interés y la pasión que imagino que se debe sentir para el ejercicio del periodismo (cierto tipo, al menos), en cualquiera de sus formas. Pasión no sólo para realizarlo meritoriamente, sino también, para obtener la fortaleza para no ser consumido.

    Durante muchos años fantaseé con no hablar más, y que no me hablaran, por supuesto. Comunicar apenas con lo que el cuerpo lograra transmitir. Quizá por eso me atrajo siempre también el lenguaje de manos.

    En la solapa de “Mi padre cavaba un pozo” consta que mantenés inéditos al menos dos libros: “El ángulo” y “Nunca supe bailar”. ¿Son poemarios? ¿Y en narrativa?...

    AS — Sí, se trata de dos poemarios. “El ángulo” ya está terminado. Sólo queda definir su publicación. En este caso, a diferencia de los dos volúmenes anteriores, que se publicaron gracias a menciones o premios en concursos, decidí gestionar su impresión por mi cuenta. Supongo que posteriormente me ocuparé también de la distribución. En realidad, éste es un libro de composición anterior a “Mi padre cavaba un pozo”. Pero algo pasó en su momento, algo personal, que me marcó que era mejor dar cabida antes a “Mi padre…”. Y la verdad es que a partir de la publicación de este título, me fue mucho más fácil pulir y terminar “El ángulo”.
              
    En el caso de “Nunca supe bailar”, no está cerrado, pero sí lo suficientemente encaminado. No hay dudas sobre su “sentido”, su hilo conductor. Tener claro eso, para mí, es tan importante como la labor de escritura misma. Más todavía: sin eso, difícilmente pueda componer los poemas. 
              
    La narrativa me ha esquivado siempre. Es decir, aunque se trata del género que más leo, nunca logré apresarla en cuanto a su confección. Al final de “La condena del mudo”, hay una especie de narración para niños, un tanto siniestra según opinaron algunos amigos con hijos. Sí, por lo que decía antes sobre mi estilo, logré incorporarla a mi manera de “contar” mis poemas. Cuando elaboro uno, necesito saber que estoy contando algo. Si no, ese texto va a quedar irremediablemente descartado.  

    ¿Nos referirías alguna “curiosidad” literaria personal que te haya ocurrido?

    AS — No se si esto califique como respuesta a tu pregunta, pero es lo más cercano que se me ocurre. En el 2004 o 2005 fui invitado por el poeta Eduardo Dalter a un ciclo de lectura en el Hospital Borda [Hospital Interdisciplinario Psicoasistencial “José Tiburcio Borda”], no recuerdo si organizado por la radio “La Colifata”. Sólo acepté una vez que supe que una amiga muy querida me acompañaría. Al entrar al enorme Hospital nos perdimos. Recorrimos patios y jardines sin encontrar a Dalter o a la gente de la Radio. En un momento, advertimos una ventana en un paredón. La golpeamos, y cuando nos atendieron supimos que era parte de un edificio del Servicio Penitenciario. Esto fue demasiado para mí, porque mis dos temores históricos, diría que desde pibe, son volverme loco, o quedar preso. Creo que de ninguna de las dos cosas nadie está a salvo. Finalmente dimos con los organizadores, la mesa de lectura, el micrófono y demás. Pero yo fui débil. No pude soportar la visión de algunos internos que participaban, y tuve que irme sin concretar mi lectura. 

    ¿El mundo fue, es y será una porquería, como aproximadamente así lo afirmara Enrique Santos Discépolo en su tango “Cambalache”?

    AS — No comparto por completo el parecer de don Discépolo. El mundo, y toda cosa que en él existe, desde que ya no hubo un solo humano sino dos, es porquería sólo una mitad, pudiéndose decir de la otra mitad, que el mundo fue y será una maravilla.


    Un artículo de David Torres aparecido en el nº 70, febrero 2016, de “Agitadoras”, de España, nos recuerda que “Quevedo pisó la cárcel por irse de la lengua, San Juan de la Cruz por diferencias de opinión con la orden de los carmelitas, Fray Luis de León por traducir el “Cantar de los Cantares” sin permiso oficial y Cervantes fue acusado de malversación por una irregularidad en las cuentas”. ¿Qué añadirías?

    AS — Añadiría que si alguna vez se diga de mí que fui preso en tanto poeta, sumándome a estos casos ilustres, seguramente será por atacar con violencia a algún colega de los que suelen leer o publicar en sus libros epígrafes en otros idiomas sin traducirlos, asumiendo que todos los lectores dominan, por ejemplo, el turco.

    ¿Gacela, ardilla, puma, albatros o jirafa?

    AS — Puma, sin duda. Nada más admirable para mí que un felino. Si en la lista figurara también “caballo”, ahí estaría en problemas para elegir.

    ¿A qué personajes de la historia universal te hubiera gustado parecerte?

    AS — Supongo que tu pregunta apunta a personajes políticos, religiosos,
    militares, científicos, etc. (no artistas, quiero decir). La verdad es que no estoy familiarizado con la Historia Universal y sus figuras. Como en otros casos en los que sé que no sé de qué se habla, prefiero no dar un ejemplo sin saber, forzado. 

    ¿Tus planes a corto y medio plazo?

    AS — A corto plazo, de acá a mitad de año digamos, publicar “El ángulo”. Después, abocarme a continuar “Nunca supe bailar”. Me agrada mucho sacar fotos, sobre todo que involucren personas en situaciones, una vez más, narrativas, en las que cualquiera pueda ver una historia, y leerla. Yendo un poco más lejos, imagino que el libro posterior a “Nunca…”, será un poemario basado en algunas de esas fotos.

    Manuel García Verdecia le formuló en cierta ocasión un interrogante a la poeta Paulina Vinderman. Citada la fuente, te la formulo: A diferencia de los asuntos de sangre, en la poesía, todo poeta es responsable de su genealogía literaria. ¿Cuál es el linaje del que te sentís heredero?

    AS — Ésa es para mí una de las preguntas más difíciles de responder, porque uno va modificando el linaje. Justamente porque ese mismo linaje lo va modificando a uno. Por supuesto, con el paso del tiempo, con el aprendizaje, se incorporan autores. Pero por lo mismo, también se van.

    Obviamente sin pretender ponerme a su altura, por dios, hablamos básicamente de influencias, hoy diría que me siento heredero del linaje poético de Cesare Pavese, de Emily Dickinson, de Jorge Teillier, de Charles Bukowski, de Raymond Carver, de Jaime Sabines. También de Charles Dickens, mi primera lectura, que no escribió poesía, pero sí fue poeta. Y también entonces, cantautores como Gabo Ferro, cineastas como Charles Chaplin, fotógrafos cómo Elliott Erwitt, pintores como Edward Hopper. En fin, a todos los que me enseñaron lo que es la poesía, aun sin escribir poesía, los considero mi linaje poético. Y les agradezco, porque son los que realmente me educaron.

    Imagino que además de Elliott Erwitt tendrás tus otros fotógrafos famosos preferidos. 

    AS — No son muchos. Más bien pocos, en realidad. El húngaro Robert Capa (1913-1954) y el francés Henri Cartier-Bresson (1908-2004), por ejemplo, ambos reporteros de guerra y fundadores en 1947 de la Agencia Magnum. Magnum fue una iniciativa que dio control a los autores miembros sobre la elección de los temas a documentar, su edición y su publicación, procesos que en el caso de fotógrafos contratados por diarios y revistas quedaba en poder de los medios de prensa. También el suizo Robert Frank y el francés Robert Doisneau (1912-1994). Lo que me atrae de ellos es justamente eso que mencionaba al hablar de mis fotos. En sus trabajos siempre hay, o siempre veo, al menos, una historia. Y sea un desembarco de soldados, un beso en una calle de París o el salto de un perro.

    Para Cartier-Bresson lo esencial era la oportunidad: “Para mí lo importante es el tiempo, todo es inestable, nada permanece para siempre, todo cambia en todo  momento”. Y para Capa: “Si una foto no es suficientemente buena es porque no estabas suficientemente cerca”. Esta idea tiene una interpretación física, más obvia, pero también moral, en el sentido de que uno debe comulgar con lo que está fotografiando. Para eso hay que estar presente, aunque ese momento dure una milésima de segundo, como dice Cartier-Bresson. Por su parte, Erwitt sostiene que no se puede enseñar el talento visual, y coincido. Ningún virtuosismo técnico superará jamás a una sensible manera de mirar, y de elegir lo que es digno de mirar y de mostrar. En una foto suya, tomada en Cuba en 1964, Ernesto “Che” Guevara mira a su izquierda, y sonríe. Seguramente también hizo tomas de frente, mirando a cámara. Pero la elección de mostrarlo mirando fuera de campo, cuenta una historia más interesante.

    ¿Hasta dónde te dejarías llevar por vocablos como éstos: “panacea”, “cofrade”, “dulcificar”, “implosión”, “deletéreo”?

    AS — Me dejaría llevar hasta quedar ciego para dejar de leerlas, o sordo para dejar de escucharlas.

    ¿Acordarías, o algo así, con que es, efectivamente, “El amor, asimétrico por naturaleza”, tal como leemos en el poema “Cielito lindo” de Luisa Futoransky?

    AS — Uno acuerda o no con algo según su propia lectura, ¿no? Y una vez que entra, esa lectura propia distorsiona eso con lo que se acuerda o no, lo modifica. Dicho esto, en base a mi lectura de “El amor, asimétrico por naturaleza”, diría que no acuerdo. Asimétricos (que no puede ser cortado por un eje cualquiera de tal manera que las dos mitades resultantes sean idénticas entre sí) son los vínculos. Las personas, ya que estamos. El amor, no. Tampoco es que sea simétrico, pudiendo cortárselo por un eje de tal forma que sus dos mitades sí resulten idénticas entre sí. Sea lo que sea, es una unidad indivisible.

    ¿Qué libros que te hayan fascinado, al paso del tiempo se te han vuelto insoportables?

    AS — Me ha ocurrido una sola vez. Apenas terminada la escuela secundaria leí “Sobre héroes y tumbas”, de Ernesto Sábato. Por circunstancias personales de entonces quizás, me pareció maravilloso. Pasé un par de años recomendando ese libro a quien fuera que se me cruzara. Con posterioridad, intenté releerlo un par de veces. En ambos casos me resultó, tomando el adjetivo mismo de la pregunta, insoportable. Sólo como referencia, “El túnel”, obra supuestamente “menor” del mismo autor, que había leído incluso antes, en la escuela, me sigue fascinando hasta  hoy.

    Dos años antes de que falleciera tuviste ocasión durante tres días de tratar personalmente al poeta y artista plástico Gonzalo Millán (1947-2006). ¿Conversaste con él? ¿Cómo lo recordás?

    AS — Uno no va a conocer a alguien en tres días, pero me dio la sensación de ser una persona sincera, y eso implica a veces cierta parquedad o introspección que también lo acompañaban. Por mí está bien, me gusta eso. Nunca iba a buscar charla, pero si yo le preguntaba o comentaba algo, era muy amable. Uno de los días me “retó” en público. Durante el encuentro en Atacama compartí la mesa de lectura con él. Cuando al concluir se habilitó un espacio para las preguntas del público, alguien soltó el clásico y temible “qué es para usted la poesía”, y yo trasmití la misma situación que mencioné sobre esa señorita que observé desde el micro en Bolivia. Cuando le tocó a Millán, afirmó algo así como: “Esa pregunta no tiene sentido. Y éste (refiriéndose a mí), que dice que vio a una vieja sucia desde el ómnibus y que eso es la poesía, tampoco sabe”. Pero al decirlo, no enojaba, sino que hacía reír.

    Me apenó cuando supe de su muerte. Muchas veces vuelvo al comienzo de su gran poema “La ciudad”:  “Amanece. / Se abre el poema. / Las aves abren las alas. / Las aves abren el pico. / Cantan los gallos. / Se abren las flores. / Se abren los ojos. / Los oídos se abren. / La ciudad despierta. / La ciudad se levanta. / Se abren llaves. / El agua corre. / Se abren navajas tijeras. / Corren pestillos cortinas. / Se abren puertas cartas. / Se abren diarios. / La herida se abre.”





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  • 10/07/16--17:19: VICENÇ LLORCA [19.229]

  • VICENÇ LLORCA

    Vicenç Llorca nació en Barcelona año 1965.

    És Llicenciat en Filosofia i Lletres (Filologia) per la Universitat Autònoma de Barcelona i Magister en Filologia Catalana per la mateixa Universitat. 
    Catedràtic de llengua i literatura catalanes, i especialista en literatura universal i literatura i cinema, s'ha dedicat preferentment al conreu literari de la poesia, de l'assaig i de la novel·la.

    Obra 

    Poesia

    La Pèrdua. Barcelona: Columna, 1987.
    Places de Mans. Barcelona: Edicions 62, 1989.
    L'Amic Desert. Barcelona: Edicions 62, 1992.
    Atles d'Aigua. València: Tres i Quatre, 1995.
    Cel subtil. Barcelona: La Magrana, 1999.
    Paraula del món (Antologia 1983-2003). València: Tres i Quatre, 2004 [Edició trilingüe: català/anglès/castellà].
    Ciutats del vers. Catarroja: Perifèric, 2005.
    De les criatures més belles. Barcelona: Proa, 2006.
    L'últim nord. Alzira: Bromera, 2008.
    Les places d'Ulisses. Poesia reunida (1984-2009). Badalona: Òmicron, 2010.
    Calendari d'instints. València: Tres i Quatre, 2014.

    Novel·la

    Tot el soroll del món. Barcelona: Columna, 2011.

    Prosa

    En absència de l'àngel. Barcelona: Columna, 2000.
    Places de Catalunya [Amb fotografies de Domi Mora]. Barcelona: Lunwerg, 2003 (edicions: català/anglès i castellà/anglès).

    Crítica literària o assaig

    Màrius Sampere. Assaig de revisió del realisme històric. Barcelona: Columna, 1989.
    Petita Història de Josep Maria de Sagarra [il·lustrada per Pilarín Bayés). Barcelona: Mediterrània, 1994.
    Salvar-se en la paraula. Introducció a la novel·lística de Miquel Àngel Riera. Barcelona: Edicions 62, 1995.
    Història dels ulls. La pintura de J.M. Puigmartí. Barcelona: Hotel Estela, 1996.
    L'entusiasme reflexiu. Barcelona: La Magrana, 1997.
    Enric Monjo: La realitat de la figura [amb fotografies de Toni Catany]. Barcelona: Caixa Terrassa / Lunwerg Editores, 2006.

    Traduccions realitzades per l'autor/a

    Reflexos en un ull daurat [Reflections in a Golden Eye], de Carson McCullers. Barcelona: Columna, 1991.
    Poemes & Híbrids, de Bernardo Atxaga. València: Bromera, 1994.
    Diari 1942-1945 [Journal 1942-1945], de Jean Cocteau. Barcelona: Edicions 62, 1994.

    Obres traduïdes

    O Entusiasmo Reflexivo [L'entusiasme reflexiu]. A Coruña: Espiral Maior, 1996. (Trad. al gallec)
    Atlas de Agua [Atles d'Aigua]. Madrid: Huerg ay Fierro, 1998. (Trad. al castellà)
    El entusiasmo reflexivo [L'entusiasme reflexiu]. Madrid: Sial, 1999. (Trad. al castellà)
    Diversos poemes seus han aparegut en antologies i revistes traduïts al castellà, anglès, francès, italià, hongarès, rus i xinès.

    Discografia

    Cel Subtil. Barcelona: Disc Medi, 2002. [Versió en CD de De Cel subtil, amb música de Xavier Baulies i recitats de Carme Elias]

    Altres

    Llibres en col·laboració

    Obra en Antologies

     L'autor també ha publicat assíduament textos d’opinió i de crítica literària en diaris com La Vanguardia, l'Avui i El Punt, i en revistes com El Temps, Leer, Serra d’Or o Lletra de Canvi.



    PLEGARIA EN EL BRYCE CANYON 

    A Miquel Àngel Riera, in memoriam.

    Dime que no morimos, 
    que sólo vamos a buscar 
    agua de luna. 
    Y volvemos, como los indios, a poblar 
    las fallas de la Tierra, 
    a reconocer en la piedra muda 
    el oficio de la inmensidad. 
    Dime que no morimos, 
    que si acudes con el sueño 
    es porque existe una paz 
    más allá de nosotros 
    que imita las formas del Bryce: 
    anfiteatro donde el sol y la nieve 
    labran una memoria más alta. 
    Dime que en esta soledad mayestática 
    anida el águila, 
    feliz de poseer el vacío 
    en el batir de las alas abiertas, 
    así como las madres en el abrazo 
    transforman la nada 
    en un hijo que crece con mundo. 
    Duerme la vida mineral en el abismo, 
    reposa un bosque de fuego petrificado 
    y, como un fósil, recupero los cantos indios, 
    que entiendo y amo más que nunca. 
    Dime que no morimos, 
    que sólo has ido 
    a calmar esta enorme sed de astros 
    que todos tenemos. 


    RONSARD CONTEMPLA LA ROSA 

    No tot són roses. 
    Hi ha herbes que ens enganyen 
    el tracte amb les olors. 
    Què tocar? Quan tocar? 
    La vida avança cega, 
    victoriosa i pura 
    en el seu laberint 
    de tendresa i desig. 
    Colliu les flors abans... 
    I quines són les flors? 
    La saviesa pensa, 
    o oblida el pensament? 
    Només resta la tarda, 
    la tarda que suavitza 
    l'excés de sol del dia, 
    l'excés de la tempesta, 
    la tarda, que ens esforça 
    a esdevenir nosaltres 
    i a ser enllà de nosaltres. 



    RONSARD CONTEMPLA LA ROSA 

    No todo son rosas. 
    Hay hierbas que nos engañan 
    a tratar con los olores. 
    ¿Qué tocar? ¿Cuándo tocar? 
    La vida avanza ciega, 
    victoriosa y pura 
    en su laberinto 
    de ternura y deseo. 
    Coged las flores antes de que... 
    Pero ¿qué flores? 
    ¿La sabiduría piensa 
    o el pensamiento olvida? 
    Sólo queda la tarde, 
    la tarde que suaviza 
    el excesivo sol del día, 
    la fuerza de la tormenta, 
    la tarde, que nos empuja 
    a ser, 
    a ser más allá de nosotros. 



    RONSARD CONTEMPLATES THE ROSE 

    Not everything is roses. 
    There are herbs that deceive us 
    as to behaviour and perfume. 
    Which to touch? When to touch? 
    Life goes forward blindly, 
    victorious and pure 
    in its labyrinth 
    of tenderness and desire. 
    Cut the flowers before... 
    And which are the flowers? 
    Wisdom thinks, 
    or forgets thought? 
    All that remains is the afternoon 
    the afternoon that softens 
    the excessive sunshine of the day, 
    the excesses of the tempest, 
    the afternoon, which forces us 
    to become ourselves 
    and to be more than ourselves. 



    POBLAMENT DELS NÚVOLS 

    Disset d'abril. 
    Passa la tempesta, i el cel 
    esdevé una ciutat de núvols: 
    blau encerat, blanc subratllat, 
    gris apuntat, rosa en camí; 
    triomf de l'aigua 
    quan creix, s'eleva 
    i sedimenta en l'aire. 
    Així madura aquesta primavera 
    entre avingudes plenes 
    de paradissos que no cessen d'arribar. 
    Jo m'hi passejo, 
    damunt versos de pluja jove 
    i arrels extraviades dins els ulls 
    que exclamen la correspondència 
    natural i directa 
    de cada forma amb el seu somni. 
    Disset d'abril, 
    passa la vida i la mirada llisca 
    com el silenci clos d'un núvol alt. 



    POBLACIÓN DE LA NUBES 

    Diecisiete de abril. 
    Pasa la tormenta, y el cielo 
    se transforma en una ciudad de nubes: 
    azul de cera, blanco subrayado, 
    gris apuntado, después rosa; 
    triunfo del agua 
    cuando crece, se eleva 
    y sedimenta en el aire. 
    Así florece esta primavera 
    entre avenidas colmadas 
    de paraísos que no cesan de llegar. 
    Por ellos yo paseo, 
    sobre versos de lluvia joven 
    y raíces extraviadas en los ojos 
    que exclaman la correspondencia 
    natural y directa 
    de cada forma con su sueño. 
    Diecisiete de abril, 
    pasa la vida y la mirada se desliza 
    como el silencio hermético de una nube alta. 



    NATION OF CLOUDS 

    April the seventeenth. 
    The storm passes, and the sky 
    becomes a cloud city: 
    wax blue, white underlined, 
    pointed grey, pink on the way; 
    triumph of water 
    as it grows, it rises 
    and forms sediments in the air. 
    Thus ripens this spring 
    between avenues full 
    of bliss after bliss. 
    I walk there 
    on verses of young rain 
    and with lost roots in my eyes 
    which proclaim the relationship 
    both natural and direct 
    between each form and its dream. 
    April the seventeenth, 
    life goes by and the gaze slips 
    like the closed silence of a high cloud. 



    SORTIDA 

    Voldries no haver de destruir per créixer, 
    però no t'és donat de saber 
    el mal que provoca el teu desig de bé. 
    Només et queda la intenció 
    de perdurar en l'acte 
    que et fa consciència. 
    Tu –que voldries néixer de tu 
    com qui torna d'un viatge inacabat 
    o com l'aigua que s'acumula a la font- 
    des del teu cos, amb el cos, 
    aspires a coses belles. 
    Voldries créixer sense dolor, 
    però viure vol el verb sortir, 
    calibrar l'atzar, 
    reprendre la pluja 
    o bé esgarrifar-se de suor. 
    El que es tracta és de sortir 
    sempre a les estrelles. 



    SALIDA 

    Desearías no tener que destruir para crecer, 
    pero ignoras 
    el mal que causa tu anhelo de virtud. 
    Sólo te queda la intención 
    de perdurar en los actos 
    que afirman tu consciencia. 
    Tú -que desearías nacer de ti mismo 
    como quien vuelve de un viaje inacabado 
    o como el agua que en la fuente se acumula- 
    desde tu cuerpo, con tu cuerpo, 
    aspiras a la hermosura. 
    Desearías crecer sin dolor, 
    pero vivir exige el verbo salir, 
    calibrar el azar, 
    reprender a la lluvia 
    o que el sudor te estremezca. 
    Lo importante es ir 
    siempre hacia las estrellas. 



    EXIT 

    You would like not to need to destroy, to grow, 
    but it is not given to you to know 
    the evil brought about by your desire for good. 
    All that remains in the act 
    that makes you conscious 
    is your intention to survive. 
    You –who would like to be self-born 
    like someone returning from a journey cut short 
    or like water accumulating at its source- 
    from your body, with your body, 
    aspire to beautiful things. 
    You would like to grow without pain, 
    but to live requires the verb to leave, 
    to calibrate risk, 
    to take the rain again 
    or just as well shiver from the sweat. 
    It's about going out 
    always towards the stars. 



    CEL SUBTIL 

    Què em clama que no sigui jo? 
    Per què sóc tant la teva absència? 
    No podria dir el cel sens tu, 
    penetrar aquests núvols sens tu, 
    ser la pluja suau que torna 
    al món la humida edat primera? 
    Les atmosferes de la Terra 
    creixen ferides d'aquest sol 
    de tarda d'or amb rius que afinen 
    estranyes músiques aquàtiques 
    i vents que duen de països 
    llunyans l'anhel d'un llarg viatge. 
    On partim? On t'esperarem? 
    Sota quins dits prendrem l'aurora? 
    En el marge d'una pregunta 
    llegim la llum d'un cel subtil. 



    CIELO SUTIL 

    ¿Qué me llama que no sea yo mismo? 
    ¿Por qué soy tan vivamente tu ausencia? 
    ¿Acaso podría nombrar el cielo sin ti, 
    penetrar estas nubes sin ti, 
    ser la lluvia suave que devuelve 
    al mundo la húmeda edad primera? 
    Las atmósferas de la Tierra 
    crecen heridas por este sol 
    de atardecer dorado con ríos que afinan 
    extrañas músicas acuáticas 
    y vientos que traen de países 
    lejanos el anhelo de un largo viaje. 
    ¿Adónde nos dirigimos? ¿Dónde te esperaremos? 
    ¿Bajo qué dedos amaremos la aurora? 
    En el límite de una interrogación 
    leemos la luz de un cielo sutil. 



    SUBTLE SKY 

    What calls me if not myself? 
    Why am I so much your absence? 
    Couldn't I say sky without you- 
    penetrate these clouds without you- 
    be the soft rain which returns 
    to the world its first moist state? 
    The atmospheres of the earth 
    grow, wounded by this sun 
    of an afternoon gilded with rivers which tune 
    strange aquatic musics 
    and winds which bring from distant 
    countries the yearning for a long journey. 
    Where to? Where shall we wait for you? 
    Under which fingers shall we love the dawn? 
    In the margin of a question 
    we read the light of a subtle sky. 



    LA DOTZENA LLUNA 

    A Anna


    Com d'un pou d'aigua clara extraiem 
    els secrets minerals de la joia. 
    Tu somrius i proclames l'imperi 
    de la lluna en els ulls, en el sexe, 
    en els llavis, en tot el que és fet 
    per nedar sobre el mar blanc dels astres. 
    No hi ha vent ni murmuris. No-res. 
    Tot és prest perquè l'Óssa Major 
    es redreci, i el cel de la nit 
    ens habiti amb les lloses de jade. 


    LA DUOCÉCIMA LUNA 

    A Anna


    Como de un pozo de agua clara, extraemos 
    los secretos minerales de la dicha. 
    Tú sonríes y proclamas el imperio 
    de la luna en los ojos, en el sexo, 
    en los labios, en lo que ha sido creado 
    para nadar sobre el mar blanco de los astros. 
    No hay viento ni murmullos. Nada. 
    Todo está preparado para que la Osa Mayor 
    reaparezca, y el cielo de la noche 
    nos habite con las losas de jade. 


    THE TWELFTH MOON 

    To Anna


    As if from a well of clear water we extract 
    the mineral secrets of joy. 
    Your smile and proclaim the empire 
    of the moon in your eyes, in your sex, 
    in your lips, in everything that is done 
    to swim in the white sea of the stars. 
    Not a breeze, not a murmur. Nothing. 
    All is ready for the Great Bear 
    to arise, and for the night sky 
    to live in us with our jade flagstones.


    Versió castellana: Montserrat Gibert 
    Versió anglesa: Boris Nicholson 
    Extrets de Cel Subtil (Edicions de La Magrana, 1999)


    PLACES DE MANS 

    L'eternitat conté places de mans. 
    Així la tinc quan veig ardents les teves. 
    M'ho deia el vent: -Vindran segles de mans. 
    Duran arreu la mar que somniares! 

    I ja ho tinc tot: la sal, la costa, el port; 
    l'aigua d'on visc i em moc a la deriva. 
    Amor, tu fas del món la catedral 
    de la bondat, secrets de llums que viuen. 

    I sóc passeig obert a la ciutat 
    que has inventat perquè els amants es trobin. 
    Quan, fàcilment, s'aixequen els desigs 
    i, sense esforç, els cors es reconeixen. 

    (De Places de mans, 1989)




    L'AMIC DESERT 

    Enraonant de cors, va el meu cor raonant 
    per quin veloç afany els cossos són escàpols. 
    Si molt mostrava amor, o en el goig era extrem, 
    sols en rebia el bes fugaç de la fortuna. 

    I si deia: Et sé, o feia: Et vindré, 
    ningú mai no va dir quin dol vindria a fer-li 
    esment de tanta llum donada a un món distret. 
    Fosc i buit, el camí no tenia cap rostre. 

    Per això vaga estès en un present escàs. 
    I, quan la nit desclou les estrelles, vigila 
    per si hi troba més foc que fum, més mot que so. 
    No coneix aturall qui d'estimar s'ocupa. 

    I és així que aquest cor, dels ulls, no ha tingut por. 
    I mira tot l'espai del desert on la vida 
    l'ha perdut; i s'hi fa, com si la pols guardés, 
    perfecte amor desfet en la soledat pura, 

    Encara el cos d'aquell que es diu l'amic desert. 

    (De L'amic desert, 1992)




    LA FRASE IMMUTABLE 

    Potser arribaves al Kaystros quan la vas pensar, 
    i ara és el riu un sediment de pedres. 
    Potser miraves la badia d'Efes quan la vas dir, 
    i ara és la terra que va arruinar una ciutat. 
    Tot el canvi del món en una frase immutable. 
    I ningú no pot escriure la vida 
    dues vegades en la mateixa paraula. 


    (D'Atles d'aigua, 1995)





    PREGÀRIA AL BRYCE CANYON 

    A Miquel Àngel Riera, in memoriam.

    Digue'm que no morim, 
    que només anem a cercar 
    aigua de lluna. 
    I tornem, com els indis, a poblar 
    les falles de la Terra, 
    a reconèixer en la pedra silent 
    l'ofici de la immensitat. 
    Digue'm que no morim, 
    que si véns amb el somni 
    és perquè hi ha una pau 
    més enllà de nosaltres 
    que imita les formes del Bryce: 
    amfiteatre on el sol i la neu 
    llauren una memòria més alta. 
    Digue'm que en aquesta soledat majestàtica 
    hi nia l'àguila, 
    alegre de posseir el buit 
    en el frec de les ales desplegades, 
    com les mares en l'abraçada 
    fan del no-res 
    un fill que creix amb món. 
    Dorm la vida mineral en l'abisme, 
    reposa un bosc de foc petrificat 
    i, com un fòssil, retrobo els cants indis, 
    que entenc i estimo més que mai. 
    Digues que no morim, 
    que només has anat 
    a calmar tanta set que tenim d'astres. 

    (De Cel subtil, 1999)




    WHITE MOUNTAINS 

    Record d'un dia a Franconia Notch.


    Contra vents gèlids, 
    he travessat l’estació del fang 
    i sóc al Nord de Boston. 
    No hi ha fulles ni flors encara. 
    Tot és fusta en estat salvatge, 
    tot s'aferra a l'últim son de l'hivern. 
    En silenci, envolto la casa closa: 
    trencadissa de branquillons 
    sobre la terra xopa. 
    Vaig a la bústia: 
    "U.S. Mail. Robert Frost". 
    Cap carta. 
    Tan sols les White Mountains al front, 
    mostrant la neu de l'escriptura, 
    la solidesa del repòs, 
    la quietud de la naturalesa 
    davant els versos que mai no han vingut. 

    (De Ciutats del vers, 2005)



    CALENDARI D'INSTINTS 

    Cada dia que passa resta pes 
    a la naixença, vida que te'n vas 
    sense dir res de nosaltres als estels 
    que creàrem per creure'ns immortals. 

    Així plourà: cauran instints de cel 
    a les ciutats on som només els punts 
    d’unes tènues llums que, com els blens 
    a la nit, il·luminen solituds. 

    Calendari agredolç dels mots en vers, 
    tindrà la pau un somni ben precís 
    entre l’espera i el frec dels alens. 
    I florirà de nou el clos jardí. 

    (De De les criatures més belles, 2006)



    EL COS DE L'ELEGIA 

    Què puc tocar de tu quan ets absent? 
    Què tinc de tu que arbitra rostre i mida? 
    Amb cor de nit, hi ha un somni que ens impulsa 
    a omplir de cos el clos buit d'una mà? 
    Tan sols així m'explico que retingui 
    la soledat un punt sòlid en mi, 
    el gust del fons de l'oli a la ceràmica. 
    Saber-te així –propera en l'horitzó, 
    domant l’absurd, desant l'atzar amb calma, 
    tant més endins com més llunyà el camí- 
    m'ha regalat el guany de les distàncies, 
    l'afany del pas que acosta riu i port. 
    Haver-te així sabut tan jo, tanta ànima 
    comunicant pels buits la passió, 
    em fa avinent que m'has valgut la vida. 
    I ha estat l'amor aquest tacte incorpori 
    que ha pres record i esclat en l'alegria? 

    (De De les criatures més belles, 2006)



    EL VIATGE DE LA VIDA

    Al meu fill,  Vicenç.

    (A partir de quatre poemes del llibre de Vicenç Llorca L’últim nord)

    I

    La vida és un viatge, però de vegades el viatge pot ser la vida. Aquesta és la petita història d’una anada per definir una vinguda. Un fer possible la vida a través de l’amor, del gest pel qual neixen els fills i les filles del cor. Aquesta és la petita història vibrant i lírica d’una perla en un nord orientat a la sortida del sol, d’un orient, doncs, de l’orient d’una perla. Perquè de vegades cal que fem els nostres viatges amb la confiança en el destí que ens regala l’amor, amb generositat, sense més. I travessar estepes, signes, camps d’espera fins arribar a la Rússia dels grans rius, com el Don, i el seu mar, l’Azov. Així la llum de l’instant es confon amb la llum dels nostres ulls. I guanyem el regal de la neu que ha donat pas a la crescuda del blat i dels nostres somnis: els destins trobats en el somriure d’un nen. 


    NORD A L’ORIENT

    El nord era l’orient d’una perla.
    Calladament, els signes confiaven
    els prodigis als rius de les estepes.
    Una perla, l’orient del meu nord.

    El nord era vida pròpia, oculta
    rere l’amor que inventaven els astres
    en la llum de l’instant dels nostres ulls.
    Oculta, pròpia vida el meu nord.

    L’últim nord és un infant regalat
    per l’hivern de l’espera, per la neu
    que acotxa els camps i els dóna somni i fruit.
    Infant regalat, el meu últim nord.



    II

    Després de l’anunci, hi ha l’espera, d’on prové el mot esperança. Saber on ets. De manera que els mapes revelen el traç del viatge i un detall inoblidable. Amb els dits es pot traçar una línia inaudita. I descobrim, amb una sorpresa meravellada, que es podria arribar amb vaixell des del nostre port al Maresme fins al Bòsfor i, des del Mar de Màrmara a la Mar Negra. Però no s’acabaria aquí el camí de l’aigua. Un petit braç aquàtic s’endinsa cap a Rostov sota el nom de Mar d’Azov. I molt a prop, la placidesa d’un riu gegant: el Don. Ah, els dominis de l’esperança convertits en una geografia on ara deus dormir, petit cos, ànima gran de vida des d’aquesta platja que contemplem.



    MAR D’AZOV

    Escriure, no amb la lluna quan arriba,
    sinó amb la lluna que se’n va discreta,
    tants de secrets en tan ínfim espai, 
    vers que enllaces les hores i les ments..!

    Passar del somni al núvol viatger
    ferit de llum primera, crua encara,
    on habita la part inabastable
    del nostre afany, que s’imagina ple.

    I, amb els dits, descobrir en el mapa un mar
    recòndit que ens sorprèn amb la bellesa
    d’un nom que guarda un cos petit de vida,

    per fer que el vent redreci el rumb i el port
    de la barca amb què naveguem, lleugers,
    des de la nostra platja al Mar d’Azov.



    III

    Hem arribat a Shajti. I esperem. I t’esperem. De cop, s’obre la porta, i l’instant no pot contenir més emoció. És un nen que ens mira i somriu. I la vida esdevé el seu somriure. I res ja no val més que el seu somriure.  L’harmonia té àngels que desconeixem, però que hem de saber convocar. Com ara, que t’han enlairat i tot l’espai s’omple de la teva il·lusió. Perquè aquesta és la petita cantata d’una gran il·lusió. I comprenem així que els sentit del temps som les persones. Que les persones som les úniques capaces de fer que tot torni a néixer eternament.



    SHAJTI

    En un instant, la vida té la llum
    de l’univers, la música dels girs
    que no veiem dels astres. És l’atzar
    que, pacient, ens tria el lloc i el rostre

    on neix l’amor, on som l’amor d’un àngel
    abandonat perquè el trobéssim, fill
    que ve del cor del cel en què creguérem,
    sense repòs, com en un salm viscut.

    T’han aixecat enlaire: somrius ple
    d’il·lusió, i ja tot ho il·lusiones.
    Tants anys després, et presentes per fi,
    senzillament, com el sentit del temps.

    Ets tu, tan sols això: ets tu qui fas
    ressuscitar miracles en l’instant. 



    IV


    Viatge de tornada. Dalt estant de l’avió, els meandres del Don dibuixen salutacions de memòria i camí. El destí és un camp llaurat fins que l’ànima se sent feliç. I la ciutat, tota, et dóna la llum que es capaç de retenir perquè ens sentim bé. Cal ser abraçada. I fas el primer petó. El paradís inauditament no és més que la bava entre un fill i la seva mare en un acte prodigiós de reconeixement i estima. Triomf de la vida amb tu als braços. Perquè aquesta és la petita història d’un petit paradís de petons.    



    LA MARE

    Sortida.

    La pregona blavor dels teus ulls reconeix
    els braços que t’han pres per llaurar amb la teva ànima,
    sota el cel del futur, un viatge feliç.

    Camí.

    La joia dels teus ulls és les arrels dels arbres,
    els moviments urbans, la llança de la llum
    ferint la pell del fruit que ets perquè puguem ser.

    Enlairament.

    Els teus ulls inquiets saluden el tranquil
    horitzó del riu Don; els meandres on l’aigua
    acumula, incessant, estranyes harmonies
    que afinen desacords d’oblit i de memòria.

    Moscou.

    Com saben els teus ulls cremar tot el soroll
    fins trobar la cançó que et defensa, tan fràgil,
    de la velocitat d’allò desconegut..!

    Misteri.

    Tens confiança als ulls i aprens a ser abraçada.
    Inaugures la mare.
    I la marques silent, 
    el paradís és bava,
    amb els llavis lliurats... Tot el que tens i saps
    per celebrar l’amor d’aquest nou naixement.

    Entrada.



    V

    Tornada a casa. Aprendràs a dir paraules senzilles i essencials. Tot el que cal per construir el món. Perquè aquesta és una petita història cantada en la partitura del món. La perla torna al somni. Tot s’acobla. Hi ha una lògica desconeguda que ens uneix. I ens descobreix el secret: amb tu torna la infantesa, les primeres sensacions, les primeres passes, les primeres paraules. Desposseït del propi temps, ets el missatger del temps. El cant de l’amor on s’acompleix el viatge de la vida.



    VENIR INFANT

    L’infant que viu en mi ha vingut amb tu.
    No hi ha secrets. Tot és simple, com dir
    pare, blau, arbre, parc, ocell, verd, mare...

    Ets el recer dels mots en el viatge
    tranquil dels fets davant els ulls trobats,
    com unes rares perles, en el somni.

    Quan véns, sóc jo que vinc de mi mateix:
    buit de temps, nu de terra, cert d’amor.  

    Can Targa, tardor 2012






    ‘Ser en el otro’: reseña del nuevo poemario de Vicenç Llorca

    Por Anna Rossell

    Vicenç Llorca
    Calendari d’insstints (Calendario de instintos),
    Poesía 3i4, Barcelona, 2014, 80 pp.

    La esencia de un poemario se percibe en el eje que sostiene su estructura, la carcasa que contiene las claves y viene a ser como un mapa que nos guía y predispone a la lectura.
    Calendari d’Instints (Calendario de instintos), el último poemario de Vicenç Llorca, nos orienta desde el principio. Dividido en cuatro partes -–I Tants dies en un sol minut…! (Primavera), II Terra en blau (Estiu), III Seguiment de la presència (Tardor) i IV Instant i Eternitat (Hivern)- (“Y Tantos días en un solo minuto …! (Primavera)”, “II Tierra en azul (Verano)”, “III Seguimiento de la presencia (Otoño)” y “IV Instante y Eternidad (Invierno))”-, el poeta nos proporciona las coordenadas que conducen sus pasos y los nuestros, en su último itinerario poético: por un lado, el central protagonismo de la naturaleza y de las estaciones que, cíclicamente, se suceden cada año en el calendario, un calendario que el poeta eleva a metáfora en el título; por otra parte, la tenaz búsqueda de trascendencia de la voz poética condensada en la palabra ‘eternidad’. El poema “El vi que em dius” (“El vino que me dices”) comienza diciendo: “Digues si vius instants d’amor / i així podrem guanyar l’eternitat” (“Di si vives instantes de amor / y así podremos ganar la eternidad”). Este ansia de trascendencia con y en la naturaleza es lo que caracteriza el gesto más sustancial del poemario. En este sentido “Calendari d’ instints” rezuma religiosidad, aunque no encontramos en él en ningún momento ni la fe ni el Dios judeocristianos.

    El poemario viene a ser un ritual de contemplación e introspección al mismo tiempo, una liturgia que sirve al yo poético para entregarse a la reflexión sobre el enigma que es la vida. El fruto de esta reposada reflexión no son verdades taxativas, sino más bien intuiciones de absoluto de tipo panteísta, como parece confirmar el hecho de que el poeta cite precisamente Baruch Spinoza: “Sentimos y experimentamos que somos eternos”, un sentimiento que la voz poética percibe como demasiado exuberante para encajarlo en la piel limitada y mortal de un ser humano. Partiendo de la cita de Shakespeare, que compone el primer verso de uno de los poemas, leemos: “Hi ha tants dies en un sol minut / que la meva ment no pot contenir / aquesta força de tantes imatges / creades al llarg d’una sola vida” (“Hi ha tants dies en un sol minut…!”) (“Hay tantos días en un solo minuto / que mi mente no puede contener / esta fuerza de tantas imágenes / creadas a lo largo de una sola vida” (“Hay tantos días en un solo minuto …!”). El universo poético está construido con el anhelo de trascender los límites del yo y ser en el otro -ser vivo o parte de la naturaleza-: “[…] el desig de ser en un altre ser” (“Hi ha tants dies en un sol minut…!”) (“[…] el deseo de ser en otro ser (Hay tantos días en un solo minuto …!”)), por el paso del tiempo, entendido de manera cíclica: “[…] / tothom formarà part de tu, / com tu de tot. / […] / El temps et fa / perquè tu fas el temps. / És el vincle pel qual la roda gira / i el cercle tanca el cicle de la vida. / Deixa’t ser i sigues allò que és. / […] / Cap altre secret no et serà tan gran / com, […] / formar part de les hores / i de les seves criatures” (“Fer el temps”) (“[…] / todos formarán parte de ti, / como tú de todo. / […] / El tiempo te hace / porque tú haces el tiempo. / Es el vínculo por el que la rueda gira / y el círculo cierra el ciclo de la vida. / Déjate ser y sé lo que es. / […] / Ningún otro secreto no te será tan grande / como […] / formar parte de las horas / y de sus criaturas” (“Hacer el tiempo”)). O bien cuando termina el poema Compensacions (Compensaciones) diciendo: “I celebra que vius en tot el que és” (“Y celebra que vives en todo lo que es”). Esta añoranza de unidad universal relaciona a Llorca con la filosofía del más puro primer romanticismo alemán, el de Novalis, para quien el anhelo, la añoranza, el sueño y el camino -el viaje-, eran metafóricamente significativos como lo son para Llorca, y, herederos como fueron de aquel romanticismo, con la poesía de los simbolistas, como observa Francesc Parcerisas en el prólogo, que sitúa Calendari d’instints en la línea de Valéry. Tanto para los románticos como para los simbolistas el mundo es un misterio por descifrar y la tarea del poeta consiste en desentrañar las correspondencias ocultas (Baudelaire) que unen los seres y los objetos sensibles. La voz poética busca el rastro de estas correspondencias en todas partes: “Què sóc jo: la petxina que dóna / el seu cos a la platja, quan minva / la tempesta? […] / Tan sols sé que transporto el lent somni / del que dorm en el fons de l’onada, / mentre lliuro a la sorra la llum / que, en el dia, va ser forma d’arbre / […] / Inaudita trobada del foc / apagat amb l’eterna espiral / dels secrets que provenen de l’aigua” (“Vocació de platja)” (“¿Qué soy yo: la concha que da / su cuerpo a la playa, cuando amaina / la tormenta? […] / Sólo sé que transporto el lento sueño / del que duerme en el fondo de la ola, / mientras entrego a la arena la luz / que, en el día, fue forma de árbol / [. ..] / inaudito encuentro del fuego / apagado con la eterna espiral / los secretos que provienen del agua” (“Vocación de playa)”). La contemplación de la naturaleza o del cielo se convierte para el sujeto poético en un reto para leer las claves de la existencia, y para que no nos quede duda se distancia del falso romanticismo superficial y sentimental cuando escribe: “[…] / Quan mirem les estrelles com tants homes / han fet no per plorar, sinó per ser / enllà d’allò que els ulls reciten… / […]” (“El vi que em dius”) (“[…] / Cuando miramos las estrellas como tantos hombres / han hecho no para llorar, sino para ser / más allá de lo que los ojos recitan … / […]” (“El vino que me dices”)).

    Tan esencial como la conciencia de eternidad es para el sujeto poético, en aparente contradicción, la conciencia de la naturaleza efímera de la existencia. Las referencias a la filosofía presocrática y la idea de que todo fluye y nada permanece encuentran expresión directa en el poema “Camí d’Heràclit” (“Camino de Heráclito”), donde de nuevo volvemos a encontrar esa pregunta existencial: “Què sóc jo? L’últim alè d’hivern / que s’arrecera entre els angles dels cims? / […] / Malgrat que em crec tan sòlid, aquí em tens: / flux de la meva sang; de l’aigua, flux / que em dissol en el corrent del record; […] / Carn i líquid: sóc nom d’un somni etern” (“¿Qué soy yo? El último aliento de invierno / que se cobija entre los ángulos de las cumbres? / […] / A pesar de que me creo tan sólido, aquí me tienes: / flujo de mi sangre; del agua, flujo / que me disuelve en la corriente del recuerdo; […] / Carne y líquido: soy nombre de un sueño eterno”. O bien cuando en el poema “Present” (“Presente”) se plantea: “[…] / Quan som en el present? / Volar i desplegar-se, / adormir-se i partir. / Entre el no-res / del temps i la consciència / (i el somni sense imatges / de la mort), / una petita llum que camina”.(“[…] / Cuando somos en el presente? / Volar y desplegarse, / dormirse y partir. / Entre la nada / del tiempo y la conciencia / (y el sueño sin imágenes / de la muerte), / una pequeña luz que camina”). La percepción de la realidad como constante devenir y la conciencia de eternidad son sólo una paradoja en apariencia, que se deshace precisamente en la idea de la evolución constante de la vida en un proceso de cambio permanente, de regeneración incesante, no lineal sino cíclica, una revitalización que nos transporta al oído ecos de las doctrinas hinduistas, la creencia de que tras el universo visible, al que atribuyen ciclos sucesivos de creación y destrucción, se oculta el principio que sostiene el universo, sólo que la voz poética no identifica este principio con ningún Dios concreto. La percepción de fluidez y liquidez encuentra, además, formal y temáticamente, su manifestación postmoderna en cuatro brevísimos poemas que Lorca intercala en su poemario y que titula “Missatges al mòbil” (“Mensajes al móvil”), testigos de la naturaleza fugaz y pasajera de las formas de existencia: “Resisteix en l’oblit, / perquè només perdures / en el corrent que escapa. / Flux en el flux” (“Missatges al mòbil I”) (“Resiste en el olvido, / porque sólo perduras / en la corriente que escapa. / Flujo en el flujo” (Mensajes al móvil I”).
    Otro vínculo con los pensadores presocráticos es la presencia del fuego, que para estos filósofos representaba la forma arquetípica de la materia y que, por la regularidad de su combustión, personifica el cambio que experimenta el cosmos. En Llorca encontramos con recurrencia el fuego y otras palabras asociadas como la llama, el calor, el humo, la ceniza o el hogar, un campo semántico que le proporciona el simbolismo natural para referirse a la transformación de una forma en otra: “[…] / I és així com la llar de la memòria / torna les cendres al foc del desig, / […] (El moviment de la mirada), (“[…] / Y es así como el hogar de la memoria / devuelve las cenizas al fuego del deseo, / […]” (“El movimiento de la mirada”), o bien: “En el joc, i en la cendra del foc, / hi ha un temps que no es diu perquè ens omple / el camí de l’etern cap al món // […] / I tornar des del fum a la cendra” (“En la cendra del foc”) (“En el juego, y en la ceniza del fuego, / hay un tiempo que no se dice porque nos llena / el camino de lo eterno hacia el mundo // […] / Y volver desde el humo a la ceniza” (“En la ceniza del fuego”).

    El anhelo de unidad cósmica que traspasa todo el poemario encuentra consecuentemente su expresión formal en el hecho de que el poeta bebe de la fuente universal de la sabiduría, trascendiendo, como ya hemos visto, las limitaciones de su propio ámbito cultural. Él mismo nos orienta sobre el manantial que lo alimenta cuando inicia una serie de poemas con una cita de Confucio y rinde homenaje a los principios más sagrados de esta doctrina, que entiende el cosmos como un conjunto armónico que regula las estaciones y la vida animal, vegetal y humana. Del confucianismo el poeta aprende a buscar en los textos antiguos y en la naturaleza la lección para averiguar los enigmas de la vida y en la introspección la herramienta básica para la mejora y el crecimiento personal. Uno de estos poemas nos proporciona otra de las claves del poemario: la importancia de la memoria, del recuerdo, como materia prima para obtener sabiduría: “Dirigeix el teu carro estimat, / amb les brides del cor agafades, / al turó de la neu dels set cels: / […] / I llavors comprendràs que el record / no ha caigut de l’estrella d’un somni, / sinó que és la claror del destí / reflectida en els ulls de la joia” (“La conducció de carros. Yu”) (“Dirige tu carro amado, / con las bridas del corazón cogidas, / en la colina de la nieve de los siete cielos: / […] / Y entonces comprenderás que el recuerdo / no ha caído de la estrella de un sueño, / sino que es la claridad del destino / reflejada en los ojos del gozo” (“La conducción de carros. Yu”).




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    Fernando Mansilla Izquierdo 

    Fernando Mansilla Izquierdo nació en Puertollano, Ciudad Real. España. Es psicólogo. Especialista en psicología clínica y en psicoterapia. Ha publicado relatos y poemas en diversas revistas literarias, además de algunos cuentos para niños. Es autor de Poemario ensoñado (Editorial Ayuso, 1987), Cualquier viernes y otros relatos (Editorial Orígenes, 1989), Gotas de tiempo (Editorial Endymion, 1993), Tejido de mimbres (Editorial Endymion, 2003) y de Complejo tapiz (Editorial Endymion, 2013).


    DE MADRUGADA

    De madrugada,
    al clarear,
    un devastador huracán 
    arranca 
    una danza infinita
    de hojalata y cartón
    el carnaval de la noctiluca
      nada es igual con arrugas.
    Bailando a mi antojo
    anhelo el papiro 
    que desenreda sueños del pasado.



    SÉ QUE DESDE AYER ESTOY MUERTO

    Sé que desde ayer estoy muerto
       en mi negrura se eclipsó la luna,
    el camino se estrechaba bajo los pies
       lo esperaba
       he procurado borrar todos mis pasos
       dejar sólo cenizas,
    cenizas que vuelan  humo  sólo huellas de cenizas.



    APARECISTE EN MAYO

    Apareciste en mayo, 
    como un relámpago
    con truco de magia, 
    como un fantasma de ilusión 
    todo lo atravesaste. 
    De pronto, como un rayo, 
    desapareció 
    el manto arco iris
       y el efímero paraíso. 
    Sólo dejaste 
    llanuras de turbio hielo
       un vendaval de cuevas sin dueño.



    AUNQUE AHORA

    Aunque ahora, 
    por momentos, 
    tiemble el pulso, 
    porque el gallo canta en la noche 
    y espolvorea en siembra el desatino, 
    mañana será otro día. 
    El designio no escapa, 
    está varado en sufrimiento 
    infinitos desvelos derramados
    perpetuas llagas de ausencias. 
    A pesar de todo, girará la noria, 
    las negras nubes volarán
    clareará la madrugada, 
    y nacerán golondrinas de rosal 
    bajo una primavera de amapolas. 
    La luna es testigo, 
    en este juego de ruleta rusa, 
    el perdedor no se amilana, 
    su brújula incansable 
    siempre señala al norte.



    UN DÍA PUDE MORIR AL PIE DE TU PORTAL

    Un día pude morir al pie de tu portal, 
    sin darme cuenta, 
    porque el año del gato fui, sin saberlo, de ti herido  
         condenado a una perpetua espera 
         solo. 
    En la distancia el mañana acorta el horizonte 
         embarga la rutina. 
    A mi mapa ya sólo le queda finisterre 
         la rabia continúa saliendo a borbotones 
    como ojos de agua. 
    Bocanadas de memoria inocente, 
    me devolvieron a la playa, 
    donde nadie vuelve a nacer. 
    Siempre quedará aquel gorrión que cantaba junto al nido… 
    y un refugio de canciones de ayer.


    SONES DE MARZO

    Ya no laten sones de marzo  
       ni llueven constelaciones de sueños. 
    Pero hoy, todo se inundó de pasado. 
    Me descubrí estatua reflejada en la penumbra, 
    veleta al viento. 
    Quizás el azar dio la espalda a una estrella del destino 
    y otra estrella forjó otros días y     otros crepúsculos. 
    Ahora inoculado de olvidos, 
    surcan ojos infinitos 
    y en el desvelo acuden imborrables fulgores.  
    Ya nada será lo que fue, 
    porque cada día que pasa no vuelve nunca más, 
    aunque el tiempo pesa demasiado, 
    siempre quedará el éxtasis 
    de utópicas quimeras entre luciérnagas.



    GIRA LA RUEDA

    Gira la rueda 
    con monótono destino 
    y en desvelo. 
    De forma estridente 
    cambia su curso, 
    y lo grande se hace pequeño  
       lo diminuto   gigante 
       el héroe     la rueda     y el azar 
    urden el mito.



    EL MIEDO HUYE

    No sé por qué ni cuándo he dejado de tener miedo a morir, 
    ha sido una perpetua e infinita sombra    una fiel compañera. 
    Ahora el miedo se esconde  huye 
        yo me hago fuerte. 
    Puedo recrearme en la muerte, 
    fijar mis ojos en mi difunta imagen, 
    tatuarla, 
    regodearme en ella  
        el miedo a la muerte se ha hecho cobarde, 
    deserta en desbandada 
        y sólo deja una huella fugaz.



    COMPLEJO TAPIZ

    Complejo tapiz 
    que nace 
    si cierras los ojos 
    y recompones 
    al deudor de su tierra. 
    Rompeolas geométrico de industrias, 
    su historia pertenece 
    a unas manos huecas, 
    sembradas de alarmas, 
    selladas de oscuridad, 
    donde todo es travesía sin retorno 
        catarsis 
        nuevo perdón 
        la confesión se hace inútil.






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    JOSÉ MARÍA ZANDUETA MUNÁRRIZ 

    José María Zandueta Munárriz, maestro, poeta y escritor navarro. 
    Nacido en Pamplona el 25 de marzo de 1.915, falleció también en Pamplona el 19 de febrero de 2.005. 

    Escribió desde su adolescencia verso y prosa en cuantos medios de comunicación se lo permitieron. 

    Colaboró en los periódicos de Pamplona, “El Pensamiento Navarro”, “La Voz de Navarra”, “Amayur”, etc... así como en las revistas “La Verdad”, ”El Mensajero”, “El Maestro Católico”, ”Escuela Española” y en las hojitas del Taco-Calendario del Corazón de Jesús. 

    Obtuvo varias recompensas y menciones honoríficas en distintos concursos, siendo su premio más destacado el conseguido en el VII Concurso Nacional de Literatura del Ministerio de Educación y Ciencia. 

    Maestro Nacional de profesión, comenzó su ejercicio profesional en pueblos navarros como Burgui e Irurzun, para seguir en diversos colegios de Pamplona. Jubilado finalmente, tras más de cuarenta años de docencia, en el C.N.”José Ortega y Gasset” de Madrid . 

    Más que poeta, que es un alto honor, prefería presentarse como simple versificador, siguiendo las normas de la Retórica. 

    Tiene, en prensa , un libro titulado “INQUIETUD”, dedicado a los más jóvenes, exaltando los valores del hombre en su honda significación religiosa. 

    Si bien en la recta final de su vida se centró más en la poesía religiosa, su obra completa, aún no publicada en su totalidad en Internet, incluye poesía laica en sus comienzos, así como abundante prosa de costumbres, publicada en su mayoría en colaboraciones periodísticas. 

    Hasta sus últimos días, con casi 90 años, escribió continuadamente varias horas al día, colaborando activamente en Internet en la revista poética "ARVO", dirigida por Emma-Margarita R. A.-Valdés, en la página "Tiempo de Poesía", dirigida por Juan Carlos Fanjul González, en la página internacional de poesía de autores católicos, y en la edición de libros de texto de la Editorial Norma. 



    3 DE DICIEMBRE

    Una décima en la onomástica de mi buen amigo JAVIER.

    Repasando el calendario
    hoy todos podemos ver
    que es San Francisco Javier,
    tu santo y tu anniversario.
    Yo, por todo comentario,
    y con navarra hermandad,
    la mayor felicidad,
    amor,salud y alegría
    te desea en este día
    un amigo de verdad.



    9 DE MAYO

    Todo hombre está en el mundo para simbolizar algo que ignora”.(León Bloy)

    Todo hombre está en el mundo
    por algo que acaso ignora
    hasta que llega una hora,
    que en el último segundo,
    con un sentido profundo,
    le conduce a meditar
    que no ha nacido al azar
    y que en toda su existencia
    fue lo que la Providencia
    le dejó simbolizar.



    A LA ASUNCIÓN DE MARÍA

    Se elevó majestuosa desde el suelo
    envuelta en el cendal de la alborada,
    por ángeles y arcángeles llevada,
    flotando en el azul su airoso velo.

    Alcanzando el Empíreo su vuelo,
    entra triunfante en la eternal morada
    y al punto es bendecida y coronada
    como Señora y prez del alto cielo

    Es la Madre de Dios, Virgen María.
    en el Cielo, con grande regocijo
    repiten sin cesar su santo nombre.

    ¡Oh gloriosa Asunción! En este día
    ella recibe el beso de su Hijo
    y el abrazo del Dios, que se hizo hombre.



    A LA BEATA MADRE GENOVEVA EN LA FECHA EN LA QUE EL SANTO PADRE LA ELEVARÁ COMO SANTA E N LOS ALTAR

    El Cielo ensalza admirado
    tus heróicas virtudes
    y las santas inquietudes
    con que el Señor te ha adornado.
    Son tu celeste legado
    Fe, Esperanza y Caridad
    y es tan grande tu humildad,
    que no hay nadie que se atreva,
    Santa Madre Genoveva,
    a negar tu santidad.

    Santa fue toda tu vida,
    muy santa tu vocación
    y santa la creación
    de tu Obra más querida.
    Un coro de Angeles cuida
    tu Fundación sacrosanta,
    que en todo el mundo se implanta
    pues fue santo su destino
    y aún más santo el camino,
    que a Ti te llevó a ser santa.

    Santa Madre Genoveva,
    muy clara es tu santidad,
    que está llena de bondad
    y que hasta el Cielo se eleva.
    Hoy, el Santo Padre aprueba
    el supremo y santo don
    de tu santificación
    y los Angeles del Cielo
    protegen con Santo celo
    tu gloriosa Fundación.




    A LA DOCTORA MARIAN

    María Antonia, magistral Doctora,
    culta, eficiente y joven, tan callada,
    que al hablar no parece decir nada
    y del propio silencio se enamora.

    A Esculapio e Hipócrates adora,
    y está en la noche siempre atareada,
    cumpliendo su misión tan entregada 
    a su labor sagrada y bienhechora.

    Ante tanta virtud, cualquier paciente
    se siente, al ser curado, agradecido.
    Yo al menos en sus manos he sanado.

    Fue bueno su vendaje, fue excelente.
    Saliendo de sus labios yo he sabido
    un diagnóstico breve y acertado.

    Diagnóstico final que fue expresado
    con aplomo, sin prisas, con soltura:
    “Hay esguince tan sólo. “No hay rotura”

    (Fecha del vendaje: noche 6 de agosto 2003, miércoles).




    A LA VIRGEN DE LA MISERICORDIA

    En honor de la Virgen
    de la Misericordia,
    el mundo anuda lazos
    de paz y de concordia.
    Tu compasión, oh Madre,
    es nuestro gran consuelo;
    con ella de la mano
    subiremos al Cielo.
    Tu Paz guie a los pueblos
    y a todas las naciones.
    Que un gran amor anide
    en nuestros corazones;
    esa paz que este mundo
    nunca ha sabido dar,
    porque el hombre prefiere
    combatir y matar.
    En este mes de Mayo,
    el gran mes de las flores
    los campos reverdecen
    con luz y poesía.
    El mes de la armonía,
    el mes que un buen cristiano
    reza y canta María,
    porque es tiempo mariano,
    que con grandes festejos,
    el Orbe conmemora
    y se postra a los pies
    de nuestra gran Señora,
    que nos depara el gozo,
    la dicha del Edén.
    Por su misericordia,
    con Jesucristo, AMEN.



    A LA VIRGEN DEL CARMEN

    Déjame que yo te cante
    oh hermosura del Carmelo.
    Todo el afán y el anhelo
    de mi corazón amante
    es pedirte suplicante
    y con mucha devoción
    que atiendas mi petición.
    Virgen del Carmen, te quiero
    y muy confiado espero
    tu divina protección.

    Virgen del Carmen,hoy quiero
    a tus pies arrodillado
    muy contrito y humillado
    seguir tu santo sendero
    y ser un fiel escudero
    de tu santa Cofradía.
    A Dios le pido este día
    un favor extraordinario:
    morir con tu escapulario
    y en tus brazos, Madre mía.



    AMISTAD

    La amistad es la flor de la inocencia
    que florece en el árbol de la vida.
    Es el brote, la etapa más florida,
    un recuerdo cordial de adolescencia.

    Es purísima miel y confidencia
    y sincera hermandad agradecida,
    enjugando las lágrimas, la herida
    de las horas febriles de la ausencia.

    Recuerdos juveniles. ¡Qué fragancia!
    Sueños alados, años luminosos,
    que el tiempo destructor llevó consigo.

    Radiantes alegrias de la infancia,
    promesas y horizontes fabulosos,
    grata ilusión de hallar un buen amigo.



    A MI MANERA

    José Javier, un año más, un año
    escalando las cumbres de la vida,
    sin rendirnos jamás a la embestida
    del tiempo, del dolor, de cualquier daño.

    ¡Un año más!No puede haber engaño
    en esta cita anual, ennoblecida
    por lazos de amistad, donde no anida
    ni el olvido, el error o el desengaño.

    Por si el Correo falla, yo quisiera,
    para evitar la excusa del retraso,
    felicitarte en el primer terceto.

    Te felicito, amigo, a mi manera.
    No sea que el cartero dé un mal paso
    y no te llegue a tiempo mi soneto.

    Madrid, 25 –III-l.999)



    A ROSA LA MUJER DE MI HIJO PABLO

    Dulce, suave, muy hermosa.
    Eres ingenua, adorable,
    femenina, primorosa,
    tan linda como una rosa
    de belleza incomparable.

    Rosa del mejor rosal,
    rosal de rosas divinas
    de hermosura sin igual.
    Por ser mujer ideal,
    eres Rosa sin espinas

    Ungida con tal renombre
    de una flor, la más hermosa,
    ya no hay nadie que se asombre.
    Tienes un bonito nombre,
    por eso te llamas Rosa.



    A SAN JOSÉ
    Décima

    Frío está mi corazón,
    pero no permitiré
    que el día de San José
    me olvide, por omisión,
    de rezar una oración
    al gran Patriarca,que un día
    cuidó a la Virgen María
    y con inmenso cariño
    salvaguardó a Jesús-Niño,
    día y noche, noche y día.



    A SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ DE BALAGUER
    Décima

    Fuiste el divino instrumento
    de que se valió el señor,
    sellando con santo amor
    tu sacerdotal talento,
    para oir su llamamiento
    a la Santidad y ser
    Fundador y Canciller
    del Opus Dei, su guía,
    y al fin San Josemaría
    Escrivá de Balaguer.




    A SU MANERA
    S O NE T O 

    Si haciendo el cuerpo ¡”Plaf”! va y se desploma
    y el alma se dirige a su destino,
    ¿cómo hallarán los dos el buen camino
    para el punto final o el punto y coma? 

    Entre comas y puntos, que no es broma,
    hay divergencias múltiples. Yo opino
    que no hace falta ser un adivino.
    para entender un poco de este idioma.

    Y lo irán comprendiendo, ya que ustedes
    no son tontos, ni duros de mollera
    y podrán entenderlo poco a poco.

    No se den con la testa en las paredes
    y cada cual lo enfoque a su manera.
    No vayan a decirme que estoy loco.



    A TUS PIES

    Oye mi invocación, Virgen María
    y tiéndeme tu mano protectora.
    Vengo a tus pies. ¿A dónde iré, Señora?
    ¿Dónde he de hallar más grata compañía?

    Porque seas mi luz, mi faro y guía,
    hoy, mi oración, tu valimiento implora.
    Llegue hasta mí tu fuerza bienhechora,
    y acúname en tus brazos, Madre mía.

    Entre acordes de mágica armonía,
    sé mi apoyo, mi excelsa valedora
    halle en tu amor,mi más firme sostén.

    No me abandones nunca, noche y día,
    protégeme hasta el fín y ruega ahora
    y en la hora de nuestra muerte, AMEN.



    ABANDONO

    Todo, Señor, en absoluto, así.
    Mi juventud, mi amor, mi inteligencia.
    Si te lo entrego a Ti,
    ¿no he de hallar tu perdón y tu clemencia?

    ¡Qué viraje, qué nueva sensación!
    Una Fe inquebrantable, parecida
    a un pétreo peñón
    que burla al huracán en su embestida.

    Así, Señor, tu luz, como un volcán,
    purifica en el alma tantas cosas...
    Sólo queda un afán,
    separar las espinas de las rosas.

    Pon las espinas en mi corazón.
    Las rosas para Ti, para tu trono.
    Sólo quiero el perdón,
    sólo quiero un olímpico abandono




    .


    0 0


    José Suárez Carreño

    José Suárez Carreño (Guadalupe, México. 1915 - Madrid, España. 20 de diciembre de 2002)

    Escritor nacido en Guadalupe (México) en 1915, pero que se trasladó a Madrid en la adolescencia. Se da a conocer con Premio Adonais de Poesía que recibió en 1943 por su obra Edad del hombre compartiéndolo con Vicente Gaos con Arcángel de mi noche y Alfonso Moreno por El vuelo de la carne.

    A finales de los años cuarenta, gana con Las últimas horas 1949 el premio Nadal. Esta novela marca con La colmena de Camilo José Cela y La noria de Luis Romero, el punto de partida para una nueva etapa dentro de la narrativa la Novela social española. La crítica fue unánime en su elogío a Proceso personal novela publicada en 1955. Con su obra dramática Condenados en 1951 consiguió el premio "Lope de Vega" de teatro. En lo personal participa en 1956, con Joaquín Ruiz-Giménez en la fundación del Partido de Acción Democrática.

    Obras

    Edad del hombre, 1943, premio Adonáis de Poesía
    Las últimas horas, 1949 premio Nadal
    Proceso personal, 1966
    Condenados, 1951 premio Lope de Vega

    Guionista de cine

    Desarrolla también su actividad creativa como guionista de cine, en películas originales y en otras en las que adapta sus novelas al al forma de guion cinematrográfico:

    Cabaret (1952), dirigida por Eduardo Manzano con guion de José Suárez Carreño y Eduardo Manzano.
    Condenados con el guion de su obra teatral premio Lope de Vega, Manuel Mur Oti estrenada en 1953.
    Fulano y mengano (1955), adaptación al cine de su novela Proceso personal con guion del mismo escritor y de Jesús Franco, dirigida por Joaquín Romero Marchent
    Juicio final (1955), adaptación de la novela Las últimas horas. Fue llevada al cine con guion del mismo autor y de José María Ochoa, dirigida por José Ochoa.
    Juanillo, mamá y papá (1957), de José Suárez Carreño y Giovanni d'Eramo
    Proceso a la conciencia (1964), dirigida por Agustín Navarro con guion de Agustín Navarro y José Suárez Carreño.
    Llovidos del cielo (1962), dirigida por Arturo Ruiz Castillo y guion de José Suárez Carreño y Arturo Ruiz Castillo.

    Premios

    Premio Adonais, en 1943 por Edad del hombre
    Premio Nadal, en 1949 por su nóvela Las últimas horas
    Premio Lope de Vega de teatro, por el drama Condenados (1951).



    " La soledad de la noche es dura como la piedra de las rocas,
    siglos mudos, oscura y lenta materia,
    luz de luna sin destino, fría y sin amor desierta,
    luz que se pierde en las hondas masas del frío,
    la sierra sin nadie, la luna sola, en el bosque la madera,
    el viento se pierde lejos, ave triste,
    angustia lenta que no es el cielo ni el monte,
    que no es carne, luz, ni piedra. "
                                             José Suárez Carreño





    La tierra amenazada. Madrid; Ed. hispánica, 1943.



    CAMPOS DEL FRENTE

        Son los campos.
    Los campos ahora de nadie;
    de la guerra.

        El llano se queda triste.
    Dura y antigua la sierra.

        Rocas y surcos perdidos,
    hoy sólo campos de guerra.

        No pasa nadie por ellos.
    De vez en cuando se quedan
    como ajenos a las balas
    que en el aire van secretas.

       Por ellos, vamos luchando.
    ¡Campos de España en la guerra!



    EL BARRO

       El barro no es un caballo,
    un caballo hermoso, entero.
    El barro es un buey muy grande,
    pero ciego.
       Tengo manchadas las manos
    de este barro sucio, espeso.
       Mis horas son como un árbol
    que está caído en el suelo.
    xxAquí está el barro, parece
    que me resbala por dentro.
    ¡Barro es todo, todo barro,
    desde la tierra hasta el cielo!



    EL VINO

       El vino, ¿qué será el vino
    cuando se bebe en la guerra?
    Tiene dentro una memoria,
    la sombra de una conciencia.
    Beberlo es como un dolor,
    un dolor que se sintiera
    dulcemente como un eco
    donde el alma se despierta.
       Si viérais qué flor caliente
    pone en el pecho a cualquiera,
    y cómo tiene, sombría
    de sueños la cabellera.
       No sé qué tierra aparece,
    no sé qué agua se refleja,
    no sé qué aroma de plantas
    regadas, verde gotea.
       Beberlo es casi soñar
    cuando uno vive en la guerra.



    EL DESAPARECIDO

       Ay, que nadie caminaba.

       y aquel soldado pasó,
    ya de noche, entre las jaras.

       Su rostro moreno y serio
    que la luna iluminaba.
    y aquel andar duro y noble
    de su tierra castellana.

       Ya nadie le ha vuelto a ver.
    Ay, que nadie caminaba.



    CANCIÓN IRÓNICA DEL INVIERNO

       El invierno es como un lobo
    que a la Sierra se ha subido.

       El viento corre asustado,
    por los pinares perdido.

       Y van los ecos lejanos
    por las aguas de los ríos.

       El viento corre asustado,
    y hace frío.



    PAISAJE EN FORMA DE PINAR

       Este pinar de la sierra,
    este pinarillo verde,
    helado bajo la luna
    tiene un aire que semuere.

       Apenas si se le oye
    en la noche, lentamente,
    moviendo dulce las ramas
    pesadas de blanca nieve.

       Este pinar de la sierra
    que yo cruzo tantas veces.



    EL SOLDADO Y SU MUERTO

       Hermano. Mi triste hermano.
    Hombre a hombre, ahora te veo.
    …No sé que siento pasar
    de irremediable por dentro.

       Los dos estamos aquí.
    Los dos en tu cementerio.
    Los dos estamos aquí.
    Yo dolorido. Tú, muerto.

       Yo, sobre el suelo, penando.
    Tú, cadáver, tierra adentro.

       Mi estatura es mi estatura.
    La tuya es campo desierto.
    Con el polvo de tu tumba
    Trabaja mi pensamiento.

       …Los dos estamos aquí.
    ¡Oh, qué minuto tremendo!
    …¡Está tu carne tan cerca
    y, hombre a hombre, no la veo!

       La tierra -¡siempre es la tierra!-
    pone su olvido por medio.



    CANCIÓN DE LA SUERTE

       Ay, que ha pasado mi suerte
    como una yegua espantada,
    galopando duramente
    entre la luna y el agua.

       Va la sombra de mi vida
    como un fuego, huracanada.
    Mi suerte sin su jinete,
    golpe que no va a nada.

       La Muerte deja en el frío
    su negra luz de fantasma.
    Y una avecilla se pierde,
    lentas de dolor las alas.

       ¿Adónde va mi destino?
    Caballo en la madrugada.

       ¿Adónde va mi destino?
    Silbo frío. Es una bala.



    RECUERDO DE LOS MUERTOS

       Está la encina, solitaria y triste,
    en la parda quietud de aquel terreno.
    En el campo de peña miserable,
    es un árbol desnudo, gris, tremendo.

       La única voz de los peñascos mudos
    que ponen su dolor junto a los cielos.
    La única voz que nace de esta tierra
    es su tronco desierto, adusto, ciego.

       Yo pienso en hombres que aquí luchan.
    Yo pienso en hombres que aquí han muerto.

       Vuelvo a mirar la encina solitaria,
    los campos que se pierden a lo lejos.
    Miro en los aires nubes que van sombrías,
    miro el mudo torrente de los cielos.

       Aquí, sobre la tierra dura,
    aquí sobre la tierra, han muerto.
    Hombres que agonizaron, que perdían
    la forma de su sangre sobre el suelo.

       Aquí, sobre los altos riscos
    que en siglos y por siglos son misterio.
    Aquí, sin árboles, sin hierba,
    en la peña desnuda, están sus huesos.



    EL PAREDÓN DE PIEDRA

       Oscura angustia tienes,
    tú, paredón de piedra.
    Tu mole silenciosa,
    bajada a tajo, es ciega.
       
       Eres como un dolor
    atroz, roca siniestra,
    que te agolpas sombría
    como una frente muerta.

       Ante tu borde mudo
    algo de mí se despierta;
    algo quisiera ser
    tu delirio o tu fuerza,
    cuajada eternamente
    en esta gris materia.
       
    Aquí estás tú, tremendo
    de silencio y de piedra,
    encerrado en el peso
    sordo de tu tormenta,
    pugnando con lo oscuro
    que trabaja en la tierra.

       Oh, paredón sombrío,
    catástrofe de piedra.
    Oh, paredón sin nadie,
    triste como la tierra.



    CARNAVAL EN LAS ALAMBRADAS

       Bebamos. Bebemos
    ¡Que baile! ¡Que baile!

       Alegre el recuerdo
    ha saltado al aire.

       ¡Que baile! ¡Que baile!
    Y, ¿quién baila? Nadie.

       Solo el parapeto.
    ¿Quién hay adelante?

       La muerte sin rostro
    pasa abstracta, grave.

       Silencio. La piedra.
    …Ya no canta nadie.



    LA LÍRICA TRADICIONAL EN LA POESÍA ESPAÑOLA DE POSTGUERRA 
    (JOSÉ SUÁREZ CARREÑO)


    SANTIA O FORTUNO LLORENS
    BLANCA SEGARRA OÑA
    Universidad Jaime I, Castellón

    EN TRABAJOS anteriores nos hemos centrado en el estudio de la lírica tradicional en los poetas de la Generación del 27 así como en los cultivadores de la lírica galaico-portuguesa en la poesía de la inmediata postguerra.' Entre los incluidos en el cultivo del neopopularismo de principios de siglo debemos también recordar a José María Pemán, quien hubiera querido ser considerado como un poeta más del 27 y le dolía no serlo. No lo era por razones de discrepancias estéticas e intelectuales (formación, ideología, concepción sobre la poesía misma, aficiones, etc.). Hizo, no obstante, esfuerzos por acercarse al «clima» de la Generación. Ahí están como muestra sus poemarios A la rueda, rueda de 1929 y El barrio de Santa Cruz, del año siguiente, en donde encontramos versos de la lírica tradicional entreverados de ecos de Lope de Vega y, más cercanamente, de García Lorca y Alberti:


    Al alba, mi amado, al alba
    seré yo en el toronjil.
    Si algo tenéis que decirme
    muy callandito venid;


    0 aquellos otros:


    Misterio, silencio, calma...
    La fuente que se lamenta
    y en toda la calle alienta
    como el recuerdo de un alma.


    Los años treinta fomentan la politización de la literatura. La pugna ideológica de esta década cavó una trinchera insalvable, en la que cayeron muertos Federico García Lorca y José María Hinojosa (uno en cada lado). En una de cuyas orillas quedó Pemán, sin remisión para el 27. Luego, la obra de Pemán se enroló en el franquismo, hasta que en sus últimos tiempos adoptó matices filosóficos, lejos del neopopularismo del libro escrito en 1929, fecha, por cierto, muy propia de la Generación del 27.

    Manuel Mantero en Poetas españoles de posguerra afirmaba: «La asimilación por extenso de la poesía popular o tradicional por los poetas del cuarenta es parca, excepcional».

    A continuación, centra su estudio en la poesía de Rafael Montesinos y destaca sus rasgos neopopularistas. Existencialismo y vertiente social son las dos tendencias de la poesía de la década de los años cuarenta. La poesía popular, la lírica tradicional no se avenía con el sentir de la época, que transitaba caminos de expansión neorromántica e iniciaba una postura de denuncia social. La sencillez de la lírica tradicional exigía otro tipo de sentimiento, distinto de la poesía patética y de alcance mayoritario de la primera generación poética de postguerra.

    Nuestro objetivo es presentar la poesía de José Suárez Carreño, más concretamente La tierra amenazada (1943). A fines de este mismo año obtiene, a la sazón, el primer premio Adonais con su obra Edad del hombre, ex aequo, con Vicente Gaos y Alfonso Moreno. Suárez Carreño, que también obtuvo en 1949 el Premio Nadal con su novela Las últimas horas, es un poeta, en la actualidad, desconocido. José Suárez Carreño,
    cuyo nombre no aparece ni en las antologías actuales ni en nómina alguna de la poesía de postguerra, colaboró en las principales revistas literarias de esta época, Escorial, Garcilaso, Espadaña, Corcel y Poesía española. Sin embargo, La tierra amenazada supone, con el citado poemario de Gaos, un jalón notable y primerizo de la poesía existencialista en la poesía española de postguerra. Es nuestro intento, en esta ocasión, destacar del mismo las huellas y afiliaciones neopopularistas.

    La tierra amenazada de Suárez Carreño aparece en una década marcada por las secuelas de la guerra civil española. Es un poemario transido de angustia dolorida y soledad de quien participa y sufre la misma:


    Yo solo. Sobre un mundo
    hostil, de piedra.
    Yo solo, alto y sereno,
    de centinela (p. IS)."*


    Poesía existencialista en consonancia con los momentos histórico-políticos y con la estética literaria: Blas de Otero, Carlos Bousoño, José Hierro, Vicente Gaos... quienes, desde sus peculiaridades, claman e increpan a Dios ante tanto horror y sinsentido circunstanciales:

    El hombre que soy es este
    que la tarde desorienta.
    Es este que va espacio
    por un camino cualquiera (p. 60).


    El profesor Antonio Vilanova en 1950 ya destacó el entronque de La tierra amenazada con el popularismo de Antonio Machado. Los versos de Campos de Castilla encuentran su eco en este poema:

    Horas que pasan despacio,
    una tras otra, siniestras.
    Horas que se van y no
    retornarán a esta tierra (p. 15).


    0 en este otro:


    Está la encina, solitaria y triste,
    en la parda quietud de aquel terreno.
    En el campo de peña miserable,
    es un árbol desnudo, gris, tremendo (p. 40).

    La tierra amenazada consta de treinta y nueve poemas divididos en cuatro partes de desigual composición. El título de los poemas nos adentra en ima visión pesimista y hondamente negativa: noche, muerto, soledad, desesperación... El yo poético, centinela en el frente, evoca y experimenta el tránsito del tiempo, del hombre amenazado y abocado a la muerte:


    Son horas de centinela.
    Tiempo en la noche, tan largo,
    sin luz en su indiferencia.
    Mis pasos vuelven y van.
    Pasos que son de la tierra.

    Horas que pasan despacio,
    una tras otra,
    siniestras.
    Horas que se van y no
    retornarán a esta tierra (pp. 14 y 15).


    En los poemas de La tierra amenazada de Suárez Carreño encontramos además los típicos motivos de la lírica tradicional: amor dolorido, amor de ausencia, soledad, muerte, que participan, a su vez, de la ahistoricidad poética y algunos de sus elementos simbólicos: alba, pino, agua, serrana, viento, que pespuntean los poemillas más antiguos de nuestra poesía castellana.

    Aunque los temas tratados más extensamente por Suárez Carreño en este poemario son los referidos a la soledad y a la muerte del yo poemático -tras el que se encuentra un soldado- también aparecen poemas en los que el yo recuerda, en el mismo frente de guerra, a su amada. En ocasiones, un amor no correspondido, en otras, un amor en la lejanía. «Canción Desesperada» es un claro ejemplo de ello:


    Me muero de amor, me muero.
    ...
    Si me vieras cómo estoy
    de angustia seca por dentro
    ...
    Las dos manos tengo ciegas,
    que su luz era tu cuerpo.
    Y dentro del corazón
    estoy solo como el viento.
    ...
    Pero la pena es la pena,
    y este dolor que yo tengo
    es pena sola, es peñasco
    solitario en su tormento ( pp. 53-54).


    Este es el dolor de amor que siente el soldado, un amor dolorido que le hace sentir las horas largas y silenciosas y, asimismo, la propia existencia insoportable y tormentosa.

    Otro tipo de amor, inquieto y desde el recuerdo, asalta al mismo soldado en su solitaria estancia en el frente:


    Que te busco con los ojos
    y con al alma te tengo.
    Lejana de mis caricias.
    Cigüeña sola en el viento ( p. 46).

    Mi deseo se hace pájaro,
    y vuela sobre los pinos
    para morir en tus labios (p. 47).


    Ya no se trata sólo de un amor dolorido por la no correspondencia de la persona amada, sino un amor en la ausencia, por la lejanía de ésta. Persona que, aunque no en todos los casos, el soldado nombra. Nos referimos, efectivamente, a la «serrana» («Piropo», «Decir tristes»), figura de larga tradición popular literaria, a esa mujer tan amada por sus ojuelos «grandes y bellos», en cuyas descripciones se dota a los poemas de una destacada y apasionada sensualidad:


    ¡Qué desprecio de la luz
    son, serrana, esos ojuelos!
    Secreto de luna y agua
    que se lleva solo el viento! ( p. 46).

    Serrana, lo que te digo:
    Yo soy un hombre, un soldado,
    y tú una hoguera de carne
    que me quema los sentidos.

    ¡Sombra de tus ojos grandes!
    La misma luz perezosa,
    lenta y fría, de la tarde (p. 47).


    En la lírica tradicional, es motivo reiterantemente empleado la llegada del alba, que comporta desazón y la lejanía de los sueños. Este amanecer conllevaba la separación de los amantes tras una noche amorosa. En la «Canción del relevo» establece Suárez Carreño idéntico dolor en la hora castrense del cambio de guardia al amanecer, que acaba con los sueños amorosos del soldado:


    El alba de las mañanas.
    Horas de la noche fría.
    Aquellos sueños de amor.
    El ave que no volvía.
    Todo queda y yo me marcho.
    Queda mi angustia y mi risa.
    Queda la tierra que he usado
    y el agua que yo bebía.
    ¡Oh, viento que allá en las peñas
    la madrugada rompía!
    Tú, viento, sabes que yo
    dejo aquí algo de mi vida ( pp. 70-71)-


    En este poemilla, a su vez, alude Suárez Carreño a otro de los elementos más populares de la poesía castellana: el viento, al que el autor dota de vida y eficaz impresionismo en otros muchos poemas de La tierra amenazada:

    El viento corre asustado,
    por los pinares perdido.
    Y van los ecos lejanos
    por las aguas de los ríos.

    El viento corre asustado,
    y hace frío ( p. 27).


    Y, en oposición a este viento asustado, lo describe en un ambiente expresionista y de tradición romántica. El paisaje abrupto se encuentra en consonancia con el sentir del poeta ante el enigma y misterio de lo que le circunda:


    ¡Madera de los pinares!
    El viento es duro, resuena
    hoscamente, como huesos,
    con voz descarnada, muerta.
    Claman las rocas, los picos,
    la sombra que hay en las peñas.
    Suenan las aguas saltando
    y algo que no existe suena (p. 72).


    Este viento, tan poderoso en ocasiones, es el que, a su vez, dará vida a otros muchos elementos de la naturaleza, de igual tradición popular: el viento como portador de los recuerdos vividos y de la persona amada:


    Esta brisa de los pinos,
    gracia que se va perdida.
    ...
    Esta brisa de los pinos,
    ay, si pudiera ser mía.
    La brisa de los pinares
    algo se lleva: mi vida (p. 48).


    Al viento se le atribuye el poder llevar los secretos del amor imposible. Los ojos de la amada, más brillantes que la luz misma, son


    Secreto de luna y agua
    que se lleva solo el viento (p. 46).

    La amada lejana es, a su vez,
    cigüeña sola en el viento (p. 46).


    En alguno de los poemillas dedicados a los pinares y a las arboledas de la sierra «La sierra resonante», el viento es el que actúa como medio de comunicación entre ellos:



    ¡Oh, pinos del Guadarrama!
    Se mezclan con las estrellas
    y suenan vagos, lejanos
    mar levantando, madera
    que pugna por separarse
    en lo oscuro de la piedra.
    ¡Pinares del Guadarrama!
    La voz del viento en la Sierra (pp. 51-52).


    Por otra parte, el tema del agua, elemento siempre asociado a la vida, a la fecundidad, lo encontramos también en alguna de estas cancioncillas:


    Que el agua de la lluvia
    se va corriendo.
    Yo estoy de centinela
    y no me muevo.
    ¿ Que si estoy loco?
    Sueño que voy contigo
    y no me mojo (p. 45).


    Esta «Cancioncilla tonta de centinela» constituye una recreación de la canción de vela de la lírica tradicional, en la que los ecos de García Lorca, tan frecuentes en La tierra amenazada nos resultan nítidos, una vez más. Citemos, entre otros, «Un muerto bajo la luna» cercano al «Romance sonámbulo» del poeta granadino:


    Este rostro ya sin voz,
    sin estatura, tirado.
    Columna de soledad,
    la luna baja su rayo
    a la cara de este hombre
    sin mirada, desolado.
    ...
    La luna, con la luz pálida
    de su rayo frío y claro,
    hace más moreno el rostro
    de angustia y frío mojado (pp. 30 y 31).


    Junto a estos temas de la lírica popular tratados por Suárez Carreño en La tierra amenazada, habría que destacar también otros que aún deudores de la poesía tradicional, se deben indudablemente a la situación histórico-política en la que Suárez Carreño escribió este conjunto de poemas y a la que aludíamos al principio de nuestro trabajo.

    Así pues, la soledad, por un lado, y la muerte, por otro, son temas sobre los que Suárez Carreño escribe, aunque de una forma muy singular. Singularidad que viene dada por el grado de generalidad o especificidad con la que estos temas son considerados a lo largo de este poemario. Encontramos un descenso de lo general a lo particular de acuerdo al tratamiento de los mismos.
    Empieza, pues, por definir la soledad, mediante una imagen visionaria en la que los elementos puestos en semejanza guardan relación desde una óptica meramente emotiva e irracional. Es la emoción preconsciente que nos proporcionan ambos términos lo que posibilita la misma imagen:


    Soledad: chabola
    oscura de piedra (p. 17).

    Continúa atribuyendo a la noche este sentimiento de soledad:


    La soledad de la noche
    es dura como la piedra
    de las rocas: siglos mudos,
    oscura y lenta materia
    ...
    La Sierra sin nadie.
    La luna sola (p. 36).


    y termina describiendo la propia soledad del centinela que ha de pasar en el ñ'ente tan largas horas:


    La tierra, ajena, se queda,
    vasta soledad, sin nadie.
    ...
    ¡Solo en los campos. Dios mío!
    Solo conmigo. Con nadie (p. 37).

    o también

    Nadie escucha.
    Oh, soledad
    donde el dolor es silencio.
    Soledad como de piedra
    con un grito amarillento (p. 77).


    Horas de soledad en la noche, sufridas por el soldado en un lugar oscuro y misterioso, y que aportan una sensación de terror y miedo.
    Sin embargo, más tétricas y horrorosas serán las descripciones referidas a la muerte. Suárez Carreño tratará de describir en estos poemas cómo siente la muerte el yo poético, no sólo la del ser humano en general, sino la de personas allegadas a él o la suya propia:


    Un muerto bajo la luna.
    Un muerto solo en el campo (p. 31). 


    De esta muerte tan general, pasará a una muerte dolorosa, la de un compañero cercano y allegado a él mismo:


    Hermano. Mi triste hermano.
    Hombre a hombre, ahora te veo.
    No sé qué siento pasar
    de irremediable por dentro.
    Los dos estamos aquí.
    Los dos en tu cementerio.
    Los dos estamos aquí.
    Yo dolorido.
    Tú muerto (p. 32).


    De esta muerte de su hermano, pasará a preocuparse o simplemente, a plantearse la suya propia desde una consideración existencial:


    ¡Morir!... Tendré que morir 
    pero no me importa nada (p. 76).

    Y, finalmente, aceptará y asimilará su muerte

    Nadie sabrá que la muerte
    como un perro gris, tremendo,
    con su lengua de metal
    dibuja mi rostro muerto (p. 78).


    CARACTERÍSTICA S TÉCNICAS

    Junto a los temas arriba tratados, también su configuración formal responde a la construcción típica de la lírica tradicional. Una poesía sencilla y repleta de emotividad, «blanca, breve, Ugera, que toca como un ala, y se aleja dejándonos estremecidos, que vibra como un arpa, y su resonancia queda exquisitamente temblando».' Pese a su aparente
    sencillez y facilidad compositivas, los poemas poseen una densidad de sentimientos y un marcado patetismo. Los estribillos, el paralelismo, las repeticiones proporcionan al poema una conformación cerrada y de fácil memorización. Los poemas de La tierra amenazada son, en su mayor número, breves, escuetos y, al mismo tiempo, formalmente trabados. Resulta, según terminología en la poesía actual, generalmente un libro minimalista, desprovisto de retórica y elementos superfluos. A ello se añade el uso de las técnicas irracionalistas. La tierra amenazada es, al respecto, un ejemplo de poesía singular. El poeta emplea un lenguaje imaginativo que le haría merecedor de un lugar destacado en la poesía contemporánea. Pese a su brevedad, es de justicia reconocer su altura poética debida al empleo de figuras literarias de naturaleza irracional y emotiva.

    En los poemas «El desaparecido», «La voz lejana», «Canción irónica del invierno», «Carnaval en las alambradas», los estribillos ocupan lugar relevante y significativo.

    En «El desaparecido» (p. 21) el estribillo «Ay, que nadie caminaba» inicia y acaba el poema, breve y escueto. En la mayoría de estos poemas, la sugerencia y alusión juegan un papel importante pues, como en la poesía tradicional, el poema aporta una atmósfera de misterio y de relato inacabado:

    ...
    y aquel soldado pasó,
    ya de noche, entre las jaras.

    Su rostro moreno y serio
    que la luna iluminaba.
    Y aquel andar duro y noble
    de su tierra castellana.

    Ya nadie le ha vuelto a ver (p. 21).


    El paralelismo es otra técnica que vertebra las composiciones de La tierra amenazada. Paralelismo morfosintáctico:


    Metal tu voz en mi sangre.
    Metal tu sangre en mi sueño (p. 46).


    Paralelismo que introduce las estrofas del poema «Canción junto a los pinos» y del «Estar alegre es a veces» que se completa con los versos finales que contradicen lo aseverado en primer lugar:


    Hay veces que la alegría
    es tristeza sin decirlo (p. 29).


    El contraste es, a su vez, la técnica que conforma el poema «Carnaval en las alambradas»:

    Bebamos. Bebemos.
    ¡Que baile! ¡Que baile!
    ...
    ¡Que baile! ¡Que baile!
    Y, ¿quién baila? Nadie (p. 68).


    La concisión expresiva lleva a la eliminación de elementos oracionales añadiendo mayor enigma. La definición queda expuesta en su mayor esquematismo conceptista:


    La soledad de la noche
    es dura como la piedra
    de las rocas: siglos mudos,
    oscura y lenta materia (p. 36).

    Soledad: chabola
    oscura de piedra (p. 17).


    En ambos ejemplos un mismo concepto abstracto (la soledad), ampliado en el primero (de la noche), viene definido con sendas imágenes visionarias en las que un mismo vocablo (piedra) se repite en los términos figurados. Ambas producen la misma emoción de dura y lóbrega pesadez. Idéntica imagen empleará en «Oscureciendo»:


    Tengo el corazón ausente,
    tengo la cara desierta.
    ¿Quién soy, solo por la tarde
    poblada de sombra y piedra? (p. 59).


    En otras ocasiones, como ocurriera en los poemas de Jorge Guillén, la escueta exclamación inicial estrófica («Hacia la tormenta», «El soldado y su alma») crea un clima emotivo que los versos siguientes se encargan de concretar. Y es la inconcreción un elemento fiindamental en el poema «La voz lejana», cuya pregunta, en estribillo, queda sin respuesta alguna:


    Ay, esa voz que se muere,
    ¿de quién será?
    Entre el frío de la nieve
    quedará.
    La luna de invierno, fría
    hace el aire de metal.
    ¿De quién será?, que se muere.
    Que se muere en el pinar.
    Que se muere heladamente,
    ¿de quién será? (p. 22).


    Tal vez sea este poema un ejemplo en el que podemos encontrar varios de los elementos de la lírica tradicional: comienzo abrupto, de queja reforzada por la pregunta que es la cantinela, un estribillo que sirve de quicio al poema. A continuación le suceden unos versos sinonímicos que refuerzan las ideas de muerte y soledad, para acabar con la constatación del hecho luctuoso en paralelismo con el nexo inicial, «que», popular
    para concluir con la pregunta sin respuesta. Misterio y dolor.
    Dejemos constancia, finalmente, de la aportación de La tierra amenazada a la lengua literaria. Encontramos, en efecto, imágenes de excelente expresión poética. Además de las ya anteriormente citadas, éstas:


    La tarde es un vaso frío
    lleno de helado silencio (p. 65).

    Nadie sabrá que la muerte
    como un perro gris, tremendo,
    con su lengua de metal
    dibuja mi rostro muerto (p. 78).


    En «Canción irónica del invierno» Suárez Carreño construye un sencillo desarrolloimaginativo no alegórico:


    -Término real (a) «invierno».
    -Término figurado (b) «lobo». Éste ocasiona una proliferación trimembre de imágenes: El viento corre asustado (bi), perdido por los pinares (b2), sus ecos van perdidos (b3), con la reiteración de una imagen ya citada: corre asustado (b l).

    En resumen, perdura en autores y obras de la poesía de postguerra la tradicionalidad lírica, aun prevaleciendo su honda angustia existencial y su intención confesional y profundamente comunicativa. Junto al tono desgarrador serpentea una poesía sencilla y arraigada en sus orígenes poéticos







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  • 10/08/16--10:59: JOSÉ LUIS CANO [19.233]

  • JOSÉ LUIS CANO

    José Luis Cano (Algeciras, 28 de diciembre de 1911 - Madrid, 15 de febrero de 1999). Escritor y crítico español.

    Se le considera uno de los mejores conocedores de la poesía de la generación del 27 y de la generación del 36, de la que se erigió en valedor en una época difícil para la cultura, como fue la que siguió a la guerra civil. José Luis Cano vivió en el Madrid de la República, y allí conoció a Cernuda, Aleixandre o Neruda. Tras el conflicto, Cano estudia la obra de Aleixandre, y publica su diario, Los cuadernos de Velintonia. Escribió las biografías de Federico García Lorca (1962) y Antonio Machado (1975).

    José Luis Cano cofundó en 1947 la revista literaria Ínsula, que ha sido uno de los referentes para todos los amantes de la literatura en español durante la segunda mitad del siglo XX, y de 1983 a 1987, fue su director. Fue director de la colección Adonáis de poesía, que otorga uno de los premios más prestigiosos en el campo de la poesía en español, el Premio Adonáis.

    En marzo de 1995, José Luis Cano y un grupo de amigos (entre los que se encontraba Alejandro Sanz, hoy presidente de la Asociación de Amigos de Vicente Aleixandre) iniciaron una importante campaña de protesta para denunciar el lamentable e incomprensible abandono institucional que padecía el histórico inmueble de Velintonia 3 desde la muerte del poeta y premio Nobel Vicente Aleixandre, en 1984. En dicha campaña se recogieron más de un centenar de firmas de prestigiosos poetas e intelectuales.

    Como poeta, también cuenta con una obra destacada, entre la que podemos señalar Sonetos de la bahía (1942), Voz de la muerte (1945), Las alas perseguidas (1945), Otoño en Málaga y otros poemas (1955), Luz del tiempo (1962), Poesía. 1942-1962 (1964) o Poemas para Susana (1978).

    El Ayuntamiento de Algeciras, en reconocimiento a su labor ha puesto su nombre a la Fundación Municipal de Cultura. En 2001 esta Fundación editó la Poesía completa5 de José Luis Cano y en 2002 Los cuadernos de Velintonia, ambos en edición de Alejandro Sanz.


    Poeta nacido en Algeciras que cuidó de la poesía republicana y de la Generación del 27 durante la dura etapa de la posguerra, en la que ejerció, con criterio y calidad, de crítico literario. Con su memoria y criterio literario consiguió defender la calidad de la poesía del 27, y con ello, toda la cultura anterior a la guerra. Cano convivió con Aleixandre, Cernuda o Neruda en el Madrid libre y republicano de principio de los 30. Nunca pudo olvidar la cultura de este período y a ella dedicó parte de su vida: publicó una antología de estos poetas, estudió a Aleixandre, de quien publicaría su diario "Los cuadernos de Velintonia" y parece, además, que fue desde su revista donde nació el emblema de Generación del 27, que agrupó a la mejor generación de poetas que se haya leído. Pero no sólo se dedicó a esa Generación, sino que fue un estudioso de la poesía posterior, uno de los impulsores de la lírica andaluza y uno de los máximos defensores de la libertad del creador frente a las imposiciones de la moda o el poder. Como muestra de su visión de la poesía actual está el ejemplo de la colección Adonais, a la que convirtió en un referente de la poesia contemporánea y al premio Adonais uno de los más valorados. Cano fue también un poeta neorromántico, que dejó una obra con un gusto exquisito, no genial, pero sí llena de delicadeza y profundidad. En los últimos años fue destituido de la dirección de "Ínsula", que él fundó en 1947 con Enrique Canito y que dirigió hasta finales de los ochenta. Jose Luis Cano siempre guardó un absoluto silencio, apartado de todos los jolgorios y vanidades literarias. 


    A mi hija Teresa

    Aún no sabes hablar, mas ya tu vida
    para mi alma canta un hondo son:
    Diariamente se empapa el corazón
    de tu palabra torpe, tan querida.

    Se llena el alma de tu beso, erguida
    para alzarte y tenerte. Una pasión
    diariamente la enciende, una canción
    que nace de la vena más herida.

    Y un dulce frenesí. Tu carne siento
    trémula arder, rosada, tierna, pura,
    mientras la mía sueña enajenada.

    Oh tierra, oh desamparo, oh ciego viento
    que va perdido por la noche oscura
    y encuentra al fin la luz, la paz, la nada.



    Al mar, solo

    Si tu amor busco a solas, entregado
    a un éxtasis errante y sin conciencia,
    no sé qué resplandor de adolescencia
    unge mi piel, ya siempre a tu cuidado.

    Mi boca acerco a tu rumor nevado,
    purísimo sabor de tu presencia,
    espuma dulce para mi dolencia
    de soledad, al sol de tu costado.

    No sé a qué paraíso de indolentes
    me llevas o nos llevan así unidos,
    tu desnudo y mi sombra a la deriva.

    Sólo sé que tus labios transparentes
    hoy se entreabren dulces y vencidos
    al paso de mi sangre fugitiva.



    Atardecer

    Deja que el amoroso pensamiento
    dé a tu frente un temblor de agua invadida,
    y deja que mi sombra, en la avenida,
    acaricie tu seno soñoliento.

    La tarde eres tú y yo, sin otro aliento
    ni otro paisaje que la mar dormida.
    La vida es tu silencio, la vencida
    caricia de tu flor sin movimiento.

    Duermen las aves su clamor. El cielo
    boga su luz por tu mirada ausente.
    Sueñan tus ojos a la sombra mía.

    Sueña el aire en su orilla, y siento el vuelo
    cálido de mi sangre. Dulcemente
    va naciendo el amor, muriendo el día.



    Besarte es soñar

    Sí, besarte es soñar. Y acariciarte,
    rozar, sorber el cielo más hermoso.
    Pero si el tiempo puede, al arrancarte
    tu belleza, tornar en doloroso

    recuerdo aquel mirar enajenado,
    aquel beso ardentísimo, aquel fuego,
    volcán de amor, y aquel dulce sosiego
    que sigue al jadear ebrio y callado,

    ¿Cómo sentir ligera, alada, pura
    la dicha del amor, si está ya herida
    por el mal que vendrá, nube de muerte,

    tiempo ya gris que empaña la hermosura
    cuando empieza a dar fruto, y más erguida
    arde su luz, y duele más perderte?



    Desnudo

    Lame, arena, su cuello, y ciñe fría
    su adormecido seno en ti yacente,
    que luego iré a besar esa serpiente
    de tu lengua, que el viento desvaría.

    Hiere mansa esa flor de la bahía
    que asume su mejilla húmedamente,
    y ciega esa callada boca ardiente
    que no quiere besar la boca mía.

    Roza luego su vientre, y la dorada
    piel besa de su cálida cintura,
    y allí en su centro queda enamorada.

    Que ya te templará la calentura
    otra flor de mi huerto bien rociada,
    si tu lengua se quema en su espesura.



    Dulce tumba

    Junto a la orilla de este mar quisiera
    a la sombra morir de su hermosura,
    entreabiertos los labios, y esta dura
    melancolía hiriendo el sol de fuera.

    Como otro pino más de la ribera
    quisiera allí soñar. Allí mi impura
    sangre desnudará su rama oscura
    y allí la tendrá el aire prisionera.

    A flor de arena el cuerpo amortecido,
    allí el vívido azul de la bahía
    hermoseará su nombre y su latido.

    Y el eco oiré, cual una melodía,
    de unos pies al pasar, ya en dulce olvido
    de tu hermosura, oh playa triste y mía.



    Esa alondra de niebla que sostienes

    Esa alondra de niebla que sostienes
    sobre el hálito malva de tu cima,
    esa guirnalda matinal que arrima
    un levante purísimo a tus sienes.

    Pálida el alma y desmayada tienes,
    mas tu sangre de roca no la anima
    a saltarse las trombas de tu clima
    durísimo de vientos y vaivenes.

    ¿Qué sueño la persigue y la desmaya,
    qué rumor triste a su llamada sueñas
    por el mundo pelado de tu playa?

    Mirando estoy tus sombras y cadenas,
    oh roca sin amor, y en mi atalaya
    tocando estoy tus alas y tus penas.



    Espumas

    Este cuerpo de amor no necesita
    quemar su luz en otra ardiente rama.
    La lava en que se quema y que derrama,
    por su propio volcán se precipita.

    Tu hermosura sin voz sólo me incita,
    no un corazón ni el vuelo de una llama.
    Mi alimento es mi amor, y lo que ama
    mi sangre, es esa piel, que un astro imita.

    ¿Qué esconde esa belleza? Sólo espumas,
    Oh hermosa nada que a mi amor convoca,
    raudo cielo sin Dios, mar sin secreto.

    Pero besar todas sus dulces plumas
    es ya el único sino de esta boca,
    la única gloria ya de este esqueleto.



    Estío

    Una dura raigambre de alto helecho
    he elegido por tumba prematura
    en esta soledad de arena oscura
    donde gime la sangre de mi pecho.

    Lejos está el amor. Aquí cosecho
    un bronco sol para mi sepultura.
    Aquí crece mejor la quemadura
    que quiero para el fondo de mi pecho.

    Todo ese inmenso mar no bastaría
    para volver la vida y la mirada
    a esta osamenta gris, a este esqueleto.

    Hace tiempo que amó. Ya no sabría
    dar su ofrenda al amor, su calcinada
    sangre, su corazón lejano y quieto.



    La tarde

    Cada día toco con mis manos la dicha
    la beso con mis labios
    la dejo que se duerma dulcemente en mi pecho
    que se despierte luego estremecida como un hermoso sueño.
    Enfrente el cielo, los pájaros y tu boca entreabierta
    sobre la calle con acacias y niños
    delicada y trémula como una sonata.
    Y desde mi terraza, íntima como una caricia
    ávido sorbo la tarde y su hermosura
    contemplo el avión rasgar sereno el aire puro
    y casi toco
    acaricio con mis dedos la luna inmensa
    posada con ternura sobre un árbol cercano.
    Poca cosa es lo que hace falta a veces para sentir la dicha
    una luz, una flor, una brisa, una mano en la nuestra
    o esta tarde que parece de carne
    de suavísimo nácar
    tarde entregada para un mirar lentísimo
    para entrarla despacio
    como un sueño en el alma
    para besarla pura, inmaterial y celeste.



    Luz del tiempo

    La luz, la luz más pura está en el tiempo,
    es su zumo dorado que nos moja
    el alma diariamente y la desnuda.
    Como la luz, como el amor a veces,
    el tiempo es tuyo, y él te tiene, míralo
    morando ya en tu carne lentamente
    posando en ella su ceniza triste,
    sus minutos que brillan amarillos
    y tus labios golpean tercamente.
    y pues no puedes detenerlo, ahora
    que escapa más de prisa, ya vencidas
    tu juventud y tu esperanza, escucha
    cada latido suyo, cada ola
    de su invisible, silenciosa música,
    y acecha el don, su luz de cada día.
    Dale tú, en cambio, paz al tiempo, honda
    paz si es que alguna guardas en tu alma.
    Da tu hora al amor, al beso, al ocio,
    pues no es dinero -time is money- el tiempo,
    y da a tu soledad el tiempo oscuro
    que ella te pida, y tu minuto abierto
    a ese niño que ríe, y a ese perro
    vagabundo que pide pan y dueño,
    y al poema que espera, y a ese pájaro
    que vuela ebrio por el vasto cielo.



    Noticia del beso

    Nace el beso en la sangre y su fuego madura
    como el fruto de un árbol a la luz de la tarde.
    Ebrias alas secretas van naciendo a su paso
    y dorando los labios que esperan entreabiertos.

    Gime la flor del beso antes de abrir su rosa,
    y sus pétalos arden melancólicamente
    mientras sube un rumor por la delgada sangre
    y se detiene al borde de la boca hechizada.

    Ya los ojos no ven. Mientras escapa el mundo
    sólo el fruto del beso hunde su quemadura
    en el dorado éxtasis, y el nácar de unos labios
    dulcemente crepita en su abrasada llama.

    Un brillo nuevo nace de la boca entreabierta,
    mientras redonda estalla la granada del beso,
    y el dulce labio herido, ardiente ola ceñida,
    su lentísima espuma destila prisionero.

    No tiene edad el beso, pero su fruto muere
    cuando su llama de oro se deshace en los labios,
    cuando despierta el párpado de su ebriedad callada
    y el corazón se oculta para sorber su dicha.

    Mas no muere su luz, su ardentísimo pozo
    puro como la nieve, hondo como el silencio.
    No muere lo que llega al fondo de la sangre
    donde el beso dejó un reguero de cielo.


    Rapto de amor

    Mira el mundo sin flor. Este haz de rocas
    sólo sombra da al oro que declina.
    Muerto parece el mar. Aquí culmina
    el mineral silencio de dos bocas.

    Soledad, piedra, amor. La arena yerta
    desolada pasión siente en su seno.
    No hiere su piel muda este sereno
    amor, esta extinguida luz desierta.

    Mira esa roca, oh prisma de ternura.
    Pon tu mano en sus filos dulcemente.
    ¿No sientes en tu palma la silente
    vida que allí se esconde, ahogada, oscura?

    Y el duro corazón que en ella late,
    nuestro crispado amor va serenando
    de un pálpito inmortal, y va arrancando
    luces y sueños de tu seno mate.

    roca es también tu cuerpo, roca o muerte
    tu pálida belleza y tu mirada,
    tu frente, luna ya petrificada
    por este sideral silencio inerte.

    No mires hacia el mar. En esta arena
    clava ya tus dos labios diamantinos.
    Incendia con tu lengua estos caminos
    de calcáreo pesar y extinta vena.

    Muerto está el mundo si tus labios miro.
    La tierra vuelta ya a un perenne ocaso.
    Sólo vuelvo a vivir cuando repaso
    tus brazos, pleamar en donde expiro.

    Este nocturno viento, esta bandera
    de soledad, ondeando por la orilla,
    cómo asola implacable tu mejilla,
    rígida ya en su hálito de cera.

    Muere a solas la tarde, y una broza
    tierna muerdes, de amor languideciendo.
    Todo tu peso núbil voy cediendo
    a esa arena mortal que el labio roza.

    Pero duro, bramante, el mar ya invoca
    nuestro amor, nuestras bocas rutilantes.
    Reclama esta inmortal gloria de amantes,
    pétreo fuego de amor que un astro evoca.

    Clama ya su pasión. ¿No oyes su pecho
    resonar por la inmensa, abierta herida?
    alza pujante que alza una ofrecida,
    cálida espuma en jadeante lecho.

    En ti grabo mis labios y en ti hundo
    mi soledad, mis pulsos invocantes.
    Átate a mí. seremos dos amantes
    en busca del olvido en lo profundo.

    Ciégate en mi clamor. Tras esa bruma,
    ¿no ves el halo de otro paraíso?
    Este viento vibrátil que ya piso,
    aéreamente nos alza y a él nos suma.

    Tromba de amor me arrastra y me desata
    de tus brazos, me arranca de tu frente,
    ya precipita al mar la débil puente
    de mi pecho y tu muerte me arrebata.

    Lejano va tu cuerpo entre la espuma,
    tus miembros ya rendidos a otro amante,
    y te va blanqueando a cada errante
    ola, la blanda sal que el mar rezuma.

    Mientras yo voy profundo, hacia ignoradas
    regiones de un amor más poderoso,
    y un gran mar de metal, ligero, hermoso,
    me tiende sus espumas invioladas.

    Qué lejos está el mundo. Ya la arena
    olvidó mi inquietud bajo otro viento.
    ¿He nacido otra vez? Ya sólo siento
    un cuerpo hermoso, azul, que me encadena.

    Y un oscuro clamor. De nuevo a solas,
    late mi corazón en lo profundo
    de este mar que me asume, y en él hundo
    una sangre de amor bajo las olas.



    Sobre unos labio muertos

    Ciega, impasible muerte de tu boca.
    Está callada, está rota y oscura
    aquella su rosada arquitectura
    fiel a mis labios cálidos de roca.

    La gloria de tu aliento ya no evoca
    calientes rosas de esta tierra dura,
    sino la sombra y soledad futura
    de tus labios de mar. ¡Oh sol, invoca

    tu luz más viva, y quema entre esos dientes,
    de nieve ya, su lengua, amarantina,
    clavel de su garganta delicada!

    ¡Fulgura en su humedad, y en los ardientes
    arenales, de tu onda sibilina
    un último sabor a su granada!



    Sueño de amor

    Huí de mi lecho a solas por encontrarte, el vino
    de la fiebre en los labios, incendiando mis huesos,
    y una niebla cegándome los ojos, y un sino
    de soledad quemándome y abrasando mis besos.

    ¿Dónde encontrarte? ¿Estabas junto a mí, bajo el cielo
    indiferente al hombre, como un mar que olvidase
    su clamor, o soñando bajo un dorado suelo
    sin que yo, en mi ceguera, los trigos te apartase?

    Era dulce la tarde de inmortal primavera,
    y era dulce su sombra, piel de melancolía,
    que avanza como un labio de amor que no quisiera
    precipitar los besos por vivir más de un día.

    ¿Dónde estaba tu boca? Tu mirada escapaba
    a mis labios, y era cual un aéreo celaje
    que empapase su vuelo en la luz que besaba
    a través de tus alas mi abatido ramaje.

    Te busqué en ese mar sobre el que ahora sollozo,
    sus espumas clavándome todas sus blancas flechas,
    y te busqué en el cálido corazón de ese pozo
    desde donde la vida ocultamente acechas.

    Nadie me vio. Solía acariciar las casas
    con mi mano agrietada por un dolor oscuro,
    porque acaso ese aliento con que mi sangre abrasas
    arde ignoradamente tras el rosado muro.

    Nadie me vio salir de la ciudad. La tarde
    plegaba ya su aroma a su indolente peso,
    y esa estrella primera que en el azul ya arde
    desunió mis dos labios con su secreto beso.


    Tengo tus labios

    Quizá perdí mi juventud, quizá
    perdí Lloridas increíbles.
    Quizá perdí otras cosas, pero tengo
    la sal ardiente de tus labios.

    Una infancia perdí, quizá un deseo
    de una luz entre pinos y el mar puro.
    Perdí el cielo del sur, pero ahora tengo
    la sal y el fuego de tus labios.

    Perdí aquel mar, y aquel afán eterno
    de en él perderme y olvidarme.
    Perdí más: a mi madre, pero tengo
    la rosa oscura de tus labios.

    Perdí hace tiempo aquel ocio andaluz,
    puro y tranquilo como el aire.
    Perdí la paz, pero ahora tengo
    la gracia honda de tus labios.

    De aquella primavera, de aquel ocio
    sólo el recuerdo y el perfume quedan.
    Estoy solo y herido, y sólo tengo
    una luz que besar: la de tus labios.

    Sí, perdí mi bahía, donde el tiempo
    no parecía existir sino soñando.
    Unos sueños perdí, pero te tengo
    y contigo a tus labios

    ¿Perdí a Dios? Una noche sentí oscura
    la soledad, la muerte entre los brazos.
    Y helado el corazón. Mas luego tuve
    la honda caricia de tus labios.

    Ya no estaré más solo. Quiera el mundo
    herir con frío o con puñal mi alma,
    ya no estaré más solo porque tengo
    la compañía de tus labios.


    Tiempo de ternura

    Como la playa en soledad, más pura
    luce su desnudez, y como el pájaro
    más melodioso vuela si más solo,
    así este paraíso de ternura
    no pide verso para ser cantado.

    Su alentar, en su mundo de penumbra
    -tibio interior en soledad amante-
    deja su llama, y extasiado sueña
    su luz, su vuelo entre caricias quietas.

    Aquí halla el alma su razón de vida,
    su lentísimo éxtasis la carne,
    y el incorpóreo tacto besa mudo
    la rosa inmóvil de la piel tranquila.

    Ignorada ternura. A los amantes
    hace más puros, casi transparentes.
    ¿Son el sueño de un Dios? Son melodía
    callada del amor. Son quieta lumbre.



    Tiempo del amor

    En el amor el tiempo es como un pájaro
    aleteante, estremecido, trágico.

    Parece detenerse en nuestros brazos,
    jadear dulcemente en nuestros labios.

    Y fluye tierno como el valle verde
    por un secreto afán de vida breve.

    Su vuelo cesa bajo el beso largo,
    tensas las alas, dulce y hechizado.

    Y cuando el beso acaba hay en su luz
    un brillo de asombrada juventud.

    Ahora acecha cautivo de los labios
    el lento desunirse, desmayados.

    Ahora yace, quemadas ya las alas,
    mientras ávidamente se desangre.

    En el amor el tiempo es como un pájaro
    aleteante, estremecido, trágico.



    Viernes de las delicias

    Cuando salgo a la luz de este viernes dorado
    estrena la mañana sus pájaros primeros.
    Es un viernes de barrio, humilde pero hermoso,
    viernes de Las Delicias, viernes arrabalero.

    Da gusto ver su piel, fresca como la aurora,
    herida tiernamente por la luz del otoño,
    esta luz increíble que mi corazón bebe
    sorbiendo la mañana como una fruta de oro.

    Es una luz tan tierna, tan acariciadora,
    que a las cosas propaga una humana ternura,
    y da alegría al árbol, al viajero que llega,
    al perro en libertad ávido de aventuras.

    Y el dulce viejecillo que vende caramelos,
    el obrero que pasa, la chiquilla que ríe,
    la sal para el pescado derramada en la acera,
    brillan con alegría bajo esta luz del viernes.

    Van las alas del viernes dorando la mañana
    y tornándola pura como una melodía,
    mientras yo voy alegre escuchando sus sones,
    su concierto de pájaros y cristalinas brisas.

    Mientras yo voy alegre, porque el corazón sabe
    que atrás queda, soñando, la materia que ama,
    la materia de un alma que beso cada noche
    en los labios que ahora soñarán con el alba.



    A LA MUERTE DE MANOLETE

    Hay un rumor. El ángel de la muerte,
    por tu estatua de luz ya cautivado,
    su vuelo ha detenido, y ha plegado
    su ala oscura de amor por mejor verte.

    Oh cadencia de valle y sangre fuerte,
    cómo unís para el lance serenado
    la belleza del toro ardiente, airado,
    y el delicado brío que en ti vierte

    la rosa de la tarde. El aire espía
    tu navegar de bronce bajo el cielo,
    la espuma de tu clara morenía.

    Hermosa vida arde en este suelo,
    y hermosa crece ya la melodía,
    rumorosa pasión de toro en vuelo.







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  • 10/08/16--11:00: PEDRO PÉREZ-CLOTET [19.234]

  • Pedro Pérez-Clotet

    Pedro Pérez-Clotet (Villaluenga del Rosario, Cádiz, 1902 - Ronda, 1966) fue un escritor español perteneciente a la Generación del 27, aunque en ocasiones también aparece en la nómina de la Generación del 36.

    Biografía

    A los once años ingresó en el colegio jesuita de San Luis Gonzaga del Puerto de Santa María, donde también cursaron estudios Rafael Alberti, Juan Ramón Jiménez, Fernando Villalón y Pedro Muñoz Seca. Empezó Derecho en la Universidad Hispalense. Fue alumno de Pedro Salinas en dicha Universidad y compañero de Luis Cernuda y Joaquín Romero Murube. En 1925 llega a Madrid para hacer el doctorado. Asiste a las tertulias literarias organizadas por Juan Ramón Jiménez, y al terminar su tesis sobre la Política de Dios, de Quevedo, decide consagrarse a la literatura. En la imprenta «Sur» de Málaga se imprime su primer libro, Signo del alba, en 1929. En ese mismo año fallece su madre y dos años más tarde su padre.

    A través de su amistad con Cernuda, Pérez-Clotet participó en los proyectos de las misiones pedagógicas en la Sierra de Grazalema. En 1932 fundó la revista poética Isla, primera de las numerosas revistas poéticas gaditanas (nació en Cádiz el año 1932 y murió en Jerez en 1940). Entre sus colaboradores se contaron Vicente Aleixandre, Emilio Prados, Fernando Villalón, Miguel Hernández, Jorge Guillén, Gerardo Diego, Vicente Carrasco, Dionisio Ridruejo, José María Pemán, Luis Rosales, José Antonio Muñoz Rojas, Carmen Conde, Adriano del Valle... En 1934 Pérez-Clotet contrae matrimonio con Áurea Moscoso, también natural de Villaluenga del Rosario.

    Al inicio de la Guerra Civil y adherido al Movimiento como ganadero y terrateniente, se fuga del pueblo ante el temor de una detención inmediata y marcha a Jerez de la Frontera, donde permanece hasta el año 1940 dedicándose plenamente a su actividad como escritor afín al bando franquista. Esta filiación política le hará merecedor de su nombramiento como alcalde de su pueblo natal. Posteriormente se marcha a vivir a Ronda, en cuya casa reunió una importante biblioteca de poesía.

    Obra

    Se inicia como poeta con Signo del alba, al que seguirán Trasluzy A la sombra de mi vida (1935), ya más cercano al surrealismo y el intimismo simbólico. Posteriormente publica Invocaciones, A orillas del silencio, Presencia fiel, Soledades en vuelo, Noche del hombre, Mensajes y Como un sueño. En prosa, publicó La sierra de Cádiz en la literatura, Tiempo literario (I), Tiempo literario (II), Algunas notas sobre la Andalucía del Padre Coloma, Romances de la Sierra de Cádiz y Bajo la voz amiga. Pedro Pérez-Clotet murió en Ronda, en 1966. Póstumamente se editó Primer adiós (Cádiz, 1974). Quedaron ineditos dos títulos: Paisajes de ida y vuelta y Viento de montaña.

    En 1948, junto a otros personajes de la cultura rondeña fundó la Hermandad de Nuestro Padre Jesús en la Columna y María Santísima de la Esperanza. Coincidiendo con la festividad de la Virgen de la Esperanza, dicha hermandad celebra cada año el "Certamen Cultural Pedro Pérez-Clotet" de poesía en la que participan escolares de primaria de los colegios de Ronda.

    Sus estudios, los cursó primero en su propia casa particular para, con once años, ingresar en el Colegio jesuita de San Luis Gonzaga, de Ell Puerto de Santa María, el mismo colegio en el que también estudiaron Juan Ramón Jiménez, Eduardo Llosent, Fernando Villalón, Muñoz Seca o Rafael Alberti.

    El afán por versificar parece ser que lo tenía ya desde muy pequeño, desde los cinco años poco más o menos. A esta edad, parece ser que empezó a crear, jugando, sus primeras revistas, que cosía su madre, Rosario Clotet de Castro. Luego, componía versos que recitaba a la familia e incluso intentaba montar alguna pequeña función teatral.

    Pedro Pérez Clotet cursa los estudios de Bachillerato en el Instituto General y Técnico de Jerez de la Frontera. Los inicia en octubre de 1914, finalizándolos en mayo de 1920, donde obtiene unas calificaciones excelentes.

    Llega entonces el momento de que se traslade a Sevilla, lugar escogido para estudiar la carrera de Derecho. Iniciada en 1920, coincide también en su primer curso con Pedro Salinas, poeta y profesor de Lengua y Literatura Españolas, una de las asignaturas del preparatorio a los estudios de Derecho que entonces se cursaba.

    Pedro Pérez Clotet estudiará en la capital hispalense hasta 1925, momento en que traslada su expediente a Madrid.

    Antes hay que hacer constar que, por edad, queda alistado en el año 1923, pidiendo prórroga para poder continuar sus estudios, siendo revisada su situación en 1925 y 1926.

    Se traslada, como decíamos, a Madrid en 1926 a continuar, o mejor dicho finalizar sus estudios de Derecho.

    Estos estudios de Licenciatura tuvieron continuación con los de Doctorado, materializándose en la tesis La política de Dios de Quevedo. Su contenido ético-jurídico, publicado en 1928. Esta tesis mereció la atención del propio Américo Castro y los elogios de la prensa del momento como El Sol, ABC o La Gaceta Literaria.

    En el Madrid de esos años (1926-1927), Pérez Clotet va a foguearse poéticamente hablando gracias a las tertulias literarias a las que acude, y entre las que destacan las organizadas alrededor de Juan Ramón Jiménez, junto con reuniones con otros poetas y amigos de la infancia, tales como Baltasar Peña Hinojosa o Juan Miguel Pomar.

    Vuelve poco después a Sevilla, y empieza a tejer una fecunda red de amistades. Las primeras, estarán vinculadas a la revista Mediodía, entre cuyos colaboradores y posteriores amigos y objetos de la lógica correspondencia, encontramos a Rafael Laffón y a Rafael Porlán.

    La correspondencia estará dirigida principalmente a buscar colaboración para la revista Isla y también para interesarse por Mediodía, aunque también cruzará parte de esa correspondencia con el cordobés Rafael Porlán, posiblemente interesado en publicar en la Colección Isla, y en una investigación sobre su obra poética.

    Isla, será una de las publicaciones literarias nacidas en Cádiz con mayor alcance y proyección. Entre sus colaboradores, podremos encontrar a nombres tan destacados como: Aleixandre, Jorge Guillén, Gerardo Diego, Dionisio Ridruejo, Pemán, Luis Rosales, Muñoz Rojas, Carmen Conde y Miguel Hernández, entre otros.

    Dos años después de iniciar esta aventura editorial, en 1934 contrae matrimonio con Áurea Moscoso, que también era vecina del mismo Villaluenga del Rosario.

    Va a establecer correspondencia con Llosent, posterior director de Mediodía, con el objeto de publicar en la serie de sus Cuadernos y en el suplemento Arenal.

    Quizá hemos adelantado algún acontecimiento, puesto que gran parte de esta correspondencia se remonta a la década de los años treinta.

    En los albores de esta década, que se mostrará tan convulsa y tan importante en las vidas de todos los españoles, Pérez Clotet sufre primero la pérdida de su madre, que fallece el 19 de diciembre de 1929, y con posterioridad, el 21 de noviembre de 1931, su padre. Vuelve entonces desde Sevilla a su pueblo, del que va a resultar elegido alcalde, cargo desde el que va a colaborar de manera activa, tal y como confirma Juan Manuel Bonet, con las Misiones Pedagógicas.

    Es desde 1932 a 1940 cuando nos encontremos al Pérez Clotet más familiar para todos, ya que va a ostentar la dirección de la ya citada y prestigiosa revista literaria Isla. Estas fechas, comprenden la primera etapa (números 1 a 9, correspondientes a los años 1932 a 1936, en Cádiz) y la segunda fase (números 10 a 20, correspondientes a los años 1937 a 1940).

    Esta revista será considerada complementaria de muchas otras que siguieron una estética parecida, tales como Gaceta de Arte, Noreste, Hoja Literaria, y tantas otras.

    Llega entonces el estallido de la guerra civil, y decide permanecer en Jerez de la Frontera, al que escapa por temor a ser detenido, y donde ejerce labores de propaganda a favor del bando nacional.

    Ingresa en noviembre de 1937 en la Academia Hispano-Americana de Letras y Ciencias de Cádiz con el discurso "La Sierra de Cádiz en la literatura". En este discurso unió naturaleza y cultura, creando un texto poético y antropológico a la vez en el que, por un lado, recogió las repercusiones de la Sierra de Cádiz en figuras de la literatura como Azorín, Baroja o Blasco Ibáñez, y por otro recogió información sobre folclore, fiestas, historia e incluso bandidos famosos.

    Finalizada ya la guerra civil, vuelve a ser elegido alcalde de su pueblo, mandato que ostenta entre los años 1940 y 1943 y que recuerda Gerardo Diego cuando se dirigía a Cádiz a participar en sus Jornadas Literarias.

    En 1943 se traslada a la abrupta Ronda, antaño tierra de bandoleros como los que él detalló en su discurso de ingreso en la Academia. Aquí le sorprenderá la muerte el 12 de mayo de 1966.

    Pérez Clotet fue también durante esos años de estancia en Ronda, sobre todo en los primeros, un viajero empedernido que recorrió España, Francia, Italia y Portugal, prefiriendo después vivir tranquilo y sereno, encaramado a su atalaya rondeña.

    La obra de Pérez Clotet de antes de la guerra, se incluyó en Antología parcial de poetas andaluces (1925 - 1935), con prólogo y selección de Álvaro Arauz. En la posguerra, su obra se recoge en las antologías de González Ruano (1946), que lo muestra como el "Azorín andaluz" y con un gran amor por los clásicos españoles, y también en la de Federico Carlos Sainz de Robles (1947), que habla de él diciendo que fue un poeta "independiente, austero y meditabundo". A ellos se unen Guillermo Díaz-Plaja, que afirma en su obra La poesía lírica española (1948) que es "radicalmente andaluz, aunque sensible a los ritmos gráciles del decir popular" y su compañero, Valbuena Prat, para quien Pérez Clotet "es un auténtico poeta, fluctuante entre la devoción a Góngora y Guillén".

    También desde el exilio Enrique Azcoaga se va a preocupar de él en su antología (1953), mientras que otra vez en España, el crítico y poeta José Luis Cano incluiría algunos de sus poemas en su conocida obra, la Antología de poetas andaluces contemporáneos (1952).

    A día de hoy, y cuando se espera ya la publicación de sus obras completas, todavía es mucho más y muy bueno lo encontrado sobre Pérez Clotet si seguimos con esa búsqueda retrospectiva, que llega ya incluso a incluirle en los manuales de literatura al uso.

    En cuanto al análisis "puro y duro" de su obra, habría que decir que los primeros estudios tan sólo se centraron en el equilibrio estético que muestra el autor, teniendo que esperar a la década de los ochenta para que de la mano de Leopoldo de Luis, que le hermana con Rafael Porlán dentro del grupo del 27, la crítica se detuviese en dos aspectos más de su poética, como son las recreaciones paisajísticas y la "pureza" de sus poemas, despojados de fechas o nombres.

    Hablemos ahora con más detenimiento de su producción literaria.

    Pedro Pérez Clotet coquetearía con las vanguardias en sus tres primeros poemarios. El primero, es el titulado Signo del Alba, aparecido en 1929 en Málaga. En él, utiliza las décimas, que recuerdan a Góngora, mostrándose alerta ante el pasado y haciendo un uso simbólico del paisaje. Además, podemos encontrar alguna composición dedicada a amigos como Emilio Prados. Este libro, despertaría abundantes críticas, la mayoría positivas, como las de Ernesto Giménez Caballero, que le ve "dentro de la escuela de Jorge Guillén", o la revista Atlántico, que comparaba sus poemas con "un teorema matemático".

    A Signo del Alba, le seguirá en 1933 Trasluz, que aparece publicado ya en la Colección Isla. En este libro se desarrolla el paisaje a modo de imágenes, encontrándonos con los detalles neopopularistas propios del surrealismo y sumado a una innovación temática página a página, siendo su lenguaje poético más expresivo que en su anterior libro.

    La tercera obra surrealista de Pérez Clotet es A la sombra de mi vida, publicada en Madrid en 1935. En ella, se va dando entrada al simbolismo. El poeta se acoge al título para iniciar una reflexión sobre el amor, con ciertas notas de erotismo y trasladado todo al paisaje.

    En 1941 aparece su siguiente libro, Invocaciones, publicado otra vez en la Colección Isla. El libro resulta innovador ya que, a pesar de las tendencias imperantes, se decanta por las elegías y la poesía religiosa. La Eucaristía, San Juan de la Cruz y otros personajes religiosos tienen un hueco aquí, donde la naturaleza se describe de manera mística.

    Dos años después, nos llegan casi seguidos A orillas del silencio (1943) y Presencia fiel (1944), que aún recoge poemas de los años 1934 a 1938 y que suponen una continuación de su cosmovisión amorosa y paisajista.

    Un año después aparece en la prestigiosa Colección Adonaïs Soledades en vuelo, obra conocida por amalgamar la tristeza y la voz evocadora de amigos como González Ruano, Adriano del Valle, etc., con lo elegíaco.

    Habrá que esperar hasta 1950 para encontrar publicada su siguiente obra, Noche del hombre, en la que aparece reflejada la caducidad de todo lo que nos rodea.

    Este ciclo poético, que tiene como motivo central de preocupación lo existencial, finaliza con dos obras, muy espaciadas temporalmente: Como un sueño, publicado en la Colección Ínsula en Madrid, en 1951, y Ruedo Soñado, que se publica en 1961, cinco años antes del fallecimiento del poeta.

    De manera póstuma, José Manuel García-Gómez prepararía la edición del volumen Primer adiós en 1974, obra que contó con el prólogo de José María Pemán, quedando por desgracia inéditos dos títulos: Paisajes de ida y vuelta y Viento de montaña, dos ejemplos más de esa asociación entre su poesía y la luz y lo paisajístico.

    Pero la obra de Pedro Pérez Clotet no fue sólo poética, como se puede deducir de lo enunciado líneas atrás, cuando desarrollábamos su peripecia vital. Pérez Clotet publicó también varios volúmenes de ensayo e investigación histórica. El primero sería el ya mencionado La sierra de Cádiz en la literatura (1937), al que siguen Tiempo Literario I, publicado en la Colección Isla en 1939, Algunas notas sobre la Andalucía del Padre Coloma (1940), Romances de la Sierra de Cádiz (1940), Tiempo Literario II, también publicado en la Colección Isla en 1945, y, finalmente, y también aparecido en la Colección Isla en 1949, la obra Bajo la voz amiga, un volumen en prosa de evocación que se ha visto como ejemplo de toda una obra y del que Muñoz Rojas elogiosamente escribe: "Si tuviera que escoger un modelo de buena prosa poética andaluza, me serviría cualquiera de los poemas de este libro exquisito".



    “Todo el paisaje aquí,
    en este ardiente acento
    de árida plenitud
    que palpan los sentidos.”

              Pedro Pérez-Clotet.


    Noche inmóvil

    Sola la noche. El aire profundiza 
    la placidez errante de las nieblas. 
    Los firmes pinos ciñen –verde sombra- 
    la soledad sin fin de las estrellas. 

    Vuela un rumor lejano por el aire, 
    que se cuajan en su voz; y ese latido 
    de las aguas que, en rocas despeñadas, 
    mojan de heridas hondas los caminos. 

    Bosques de exactas cimas, horizontes 
    de encina y jara ardiente, prolongan 
    en su incierto temblor de tronco y piedra, 
    la solidez vibrante de las sombras. 

    Ni luna en su cristal de alada nieve, 
    ni viva estrella ya de arduos temblores. 
    La gravidez oscura del silencio 
    talla en granito el vuelo de la noche.



    Porque sí

    Porque sí, porque cada mirlo
    lleva su azul y tierna
    primavera en el pico.

    Porque sí, porque cada viento
    levanta olas de humo
    en la lluvia de enero.

    Porque sí, porque cada estrella
    trae su noche prendida
    en su temblor de seda.
    Porque sí,
    la razón mas cierta.



    NOCHE TOTAL de su libro TRASLUZ (1933)

    Negro silencio. No temas
    que esta noche se te escape
    de las manos, alma, esta
    eterna noche del mundo…

    Como un ave se ha posado
    en el pretil de tus ojos.

    Como una fugaz violeta
    de negrura se ha enredado
    a tus manos, palpitante.

    No se siente ni el halago
    de la nieve en el sendero.

    Ni se adivina la espada
    desvelada de la estrella.

    Ni se vislumbra el brillante
    girón del cielo en el río.

    Ni siquiera sueña el agua
    sus altos sueños de espuma.

    El duro cielo no tiene
    esos vivos horizontes
    verdes, amarillos, granas,
    de las noches del estío,
    carruseles de los ojos.

    El cielo está quieto y mudo.
    Perdido en la munda tierra…

    Abraza bien, alma mía,
    la hogaza de esta gran noche,
    eterna noche del mundo.

    Esta noche fugitiva,
    que se ha posado en tus ojos.


    Más allá del amor

    Si en el amor la noche nos abrasa,
    no es del amor el límite tan sólo
    la profunda tiniebla. Dulce pluma
    también le brinda el pálpito inefable
    del misterio remoto, en voz, caricia.
    Pluma o trémula llama que nos funde
    con la pasión ardiente -¡oh puro fuego!-
    de tantas altas noches inmoladas
    noches del alma claras, trascendidas.
    Nunca el amor, hoguera de la noche,
    que en las divinas luces se contempla,
    mas soledad nocturna de los hombres.
    Nunca el amor, si el hombre sabe amarlo,
    luz de nieves más tristes y fugaces.
    Cuando en las noches negras desvalidas.



    Soneto III de En el oscuro amor

    Quiero saberte aquí, siempre escondida,
    tras la desnuda fronda del camino,
    para sentir más puro tú destino
    de pulso audaz, al borde de la vida.

    Presa difícil. ¡ay!, pasión rendida,
    entre avispada luz y ufano trino,
    como florecerá tú repentino
    candor en el abril de cada herida.

    Te quiero siempre aquí, disimulada,
    como nube que ensancha el turbio rio,
    sin relevar su beso en la corriente;

    te quiero siempre así, vuelo y morada;
    quiero en las vanas aguas de mi brío
    la oculta nieve henchida de tu frente.




    LA HISTORIA (ALEGORÍA)

    La Historia va, sumisa, llorando de desdenes.
    Revive aquel amor, aquel bello silencio...
    Un oscuro fantasma se acerca vacilante
    por las grises esquinas del tiempo sepultado.

    La Historia va cayendo como una densa arena,
    como un reloj perdido que pulsa sus recuerdos.
    La Historia es una sombra que quiere despertar
    a los mismos que siguen recorriendo sus caminos...




    Soledades en vuelo. Madrid; Ed. hispánica, 1945.


    A ORILLAS DEL SILENCIO

    1

    PUEBLO

    Sumiso pueblo esquivo -cal y nube-,
    hoy como ayer alta estación del tiempo,
    humillado en el cielo de tu olvido,
    mas tan firme en tu pie breve y lunado
    para poder sentir tus soledades.
    Renaces como un alba sostenida
    por esas puras alas de tu espíritu,
    caricia y voz de tantas arduas noches
    de baja tierra y dura geografía.
    Allá la torre -tantas blancas torres,
    cerco sin fin de lúcida agonía-
    vuela sobre los yelos gemidores
    como una queja cándida de niño.
    Al sol difícil, mayo prolongado,
    abrillantas tu lánguida blancura,
    verdecida de valles, verdecida
    de una doliente flora de granito.
    Tu vertical presencia se levanta
    a colinas remotas, tierna espiga
    de una estival cosecha de luceros.
    Embebido en erráticos rabeles
    -¿dónde el lejano gozo que los tañe?-,
    danzas al sol, y de la fosca nieve
    sabes hacer bordones de nostalgia.
    Esa belleza inmóvil que te ronda,
    vuelo de eternidad, cumbre de hastío,
    donde convergen tiempos y distancias,
    se vuelca en ti, movilidad rendida,
    te viste la emoción de su trasmundo.
    De papel -o de piedra- risa alada,
    como una flor tronchada de hondos huertos
    entrañables, qué leve arquitectura
    tu sonrisa, tu luz, tu voz, tu sueño.
    Sumiso pueblo esquivo -cal y nube-,
    hoy como ayer un agua fugitiva
    tras cada posesión; tras cada goce
    un aguijón de cálidos beleños.
    Hoy como ayer, mañana como siempre,
    tan cierto amor que crece en el olvido.


    2

    MONTAÑA

    A solas con el dulce amanecer,
    tanta mojada piedra por jardines
    difíciles, y frondas milagrosas
    de cielo y tierra, en lívidos cristales,
    con nieve rosa y árbol conmovido.
    Con árboles que ascienden de su tronco
    como lentos mensajes de las sombras,
    en el vivo relámpago de abril.
    Qué celeste pincel muda el desmayo
    de tanta espesa noche acumulada,
    de tanto duro sueño torvo y frío.
    Amanecer de vida fugitiva,
    llena los ojos, riega los desvelos,
    los abre a su escultórica armonía.
    Ya la sorpresa cede al calendario
    -que pinta allá en la tierra exactitudes-,
    y la impaciente luz alza sus alas
    en una curva unánime de trinos.
    Mas nuevas soledades más altivas
    ciñen la clara voz de cada aurora;
    soledades labradas en los brazos
    de la mañana vertical, madura,
    vigilantes, en cerco de fulgores,
    con espadas de espinas y de nieves.
    Los árboles, suspensos en el oro
    de su propio temblor, vuelan, deliran,
    y a su sombra se ordena, vacilante,
    toda la piedra azul de la mañana.
    Mañana rumorosa de colmenas
    doradas, de anchos mares esculpidos,
    que te enciende, montaña, que te afirma,
    que te envuelve, y aquí en tu alada cumbre
    -redondo sol sobre tu helado olvido-,
    te fija unos momento, para luego
    pulir tu flor, tus árboles henchidos
    -alborada segunda de tu día-,
    con manos de suavísimos cendales.



    DE LA VOZ CONFIDENTE

    6

    A LUIS FELIPE VIVANCO

    Por su ‘Tiempo de dolor’.

    ¿Ha brotado una nueva tierra más bella y pura,
    de más hondos paisajes, de una luz más serena?
    Todo nace adiestrado por la voz que enajena,
    pule, acaricia y sume lo rebelde en clausura

    de soñados espejos, que, al morir, se depura,
    para ser en su puesto de diamante o de arena
    -nuevo don del confín, de la lumbre que estrena-
    chopo fiel, gentil flor, imposible ternura.

    Todo brota, o desciende por la escala del trino,
    desbordada presencia, voladora armonía,
    ya la sangre cristal y el dolor primavera.

    Todo  pulsa, en remota soledad, su destino,
    para alzar en la frágil transparencia del día,
    su humano ardor, en celo de mítica frontera.






    .


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  • 10/08/16--11:57: JOSÉ LUIS NÚÑEZ [19.235]

  • JOSÉ LUIS NÚÑEZ

    José Luis Núñez fue un destacado poeta que vivió una corta vida de sólo 37 años en los tramos centrales y finales del siglo XX.(Espartinas, 1943-Sevilla, 1980) . 

    Pertenece a lo que se ha llamado poetas de la Generación del Lenguaje o de los Sesenta, y colaboró como crítico literario en el diario ABC y en otras revistas de importancia. 

    Entre sus méritos está la creación de la Colección de poesía Aldebarán para escritores noveles, además de un premio con ese mismo nombre. 

    Entre su obra destaca una trilogía que con el sabor andaluz que siempre le acompañó en vida,  sus títulos: La larga sombra del eclipse,  1972;S.O.S. Sur,  1974, y Dormido paraíso, de 1978. 


    Además de ellas  escribió: Las fronteras del desertor, 1965; Los motivos del Tigre, 1971; Mediums, 1978; Poemas, (Selección del libro Al paso alegre de la paz .1980 (póstumo).

    Su obra “S.O.S. Sur” fue objeto, en el año 1973, del Premio Guipúzcoa de Poesía, habiendo sido anteriormente accésit del Premio Adonáis en 1970 y del Premio Internacional Álamo. 

    Manuel Urbano, el poeta jiennense, recogió una mínima parte de la producción de José Luis Nuñez en la Antología “ Bodas de Hierro con la sangre” para la que ha utilizado las composiciones más cercanas a Andalucía y al Flamenco, libro que se editó con motivo de la Bienal de Arte Flamenco de Sevilla" de 1990.





    José Luis Núñez fue un poeta comprometido con los problemas sociales andaluces. ABC

    SEVILLA. «Dormido paraíso» es el nombre de la antología poética que acaba de aparecer del sevillano José Luis Núñez (1943-1980). Se trata de una iniciativa llevada a cabo por la hija del poeta, Belén Núñez,que ha sido apoyada por el Ayuntamiento de Espartinas, localidad natal del poeta, y la Diputación de Sevilla, y que ha sido editado por la editorial Renacimiento. Desde el año 1990 no salía publicada una antología de este poeta. En aquella ocasión fue la Bienal de Flamenco la que recopiló algunos poemas en una antología que se centraba en los temas más andaluces.

    «Han pasado ya muchos años desde entonces y no se había hecho nada. Hacía falta remover su obra del olvido, por eso hablé con Abelardo Linares, director de la Editorial Renacimiento, para recoger en una antología poemas de todos sus libros e inéditos del libro «Al paso alegre de la paz». Estoy muy contenta por el resultado porque además esta editorial tiene mucha difusión», reconoce Belén Núñez.

    En sus poemas Núñez refleja algunos de los problemas que afectaban a la Andalucía de aquella época, por eso los versos incluidos tienen un aire fundamentalmente social. Según su hija, entre los temas más recurrentes de José Luis Núñez se plantea el problema agro-andaluz, el del turismo o el analfabetismo: «A mi padre le preocupaba mucho Andalucía. Él nunca quiso una Andalucía de tópicos y veía esta región como una especie de paraíso dormido, como si se tratara de una bella durmiente».

    Trilogía andaluza

    El tema de Andalucía estuvo siempre tan presente en la vida de José Luis Núñez que éste dedicó una trilogía a su tierra: «La larga sombra del eclipse» (1972), «S.O.S. Sur» (1974) y «Dormido paraíso» (1978). De hecho, con «S.O.S. Sur» ganó en el año 1973 el prestigioso Premio Gipúzcoa de Poesía, «que le dio mucha más fama que cuando fue accésit en el año 1970 del Premio Adonais», reconoce Belén Núñez. Asimismo, fue accésit del Premio Internacional Álamo.

    Entre las amistades más importantes de José Luis Núñez destacó la del escritor y crítico Rafael Laffón, con quien tenía una «estrechísima amistad»: «Laffón siempre hizo una crítica de todos sus libros de poemas en las páginas de ABC, además le propuso como futuro académico de la de Buenas Letras de Sevilla». El propio José Luis Núñez fue colaborador de ABC e hizo críticas literarias. Estando en vida Laffón, Núñez le dedicó un homenaje poético.

    Entre las facetas más importantes del poeta de Espartinas hay que destacar la creación de la colección de poesía Aldebarán, en donde Núñez quiso dar una oportunidad a los escritores que comenzaban en ese momento o que no eran muy conocidos. Como director de Aldebarán convocó un premio de poesía con este nombre. Además en esta colección publicó a autores como Fernando Ortiz,Rafael Laffón, Ramírez Lozano o Antonio Luis Baena, y editó un libro inédito de Juan Ramón Jiménez, «La obra desnuda». Además, en 1978 creó otra colección paralela, Antares, y convocó un premio de poesía con el mismo nombre con una dotación económica «muy importante».

    Premio José Luis Núñez

    Otro de los proyectos que existen sobre este poeta es la recuperación del Premio José Luis Núñez de Poesía, que organizó su viuda, Belén Montes, hasta el año 1986, y ahora dirigirá su hija Belén: «A través de la editorial Renacimiento vamos a recuperar este año este premio. Cuando presentemos la antología vamos a convocar las bases del concurso. El ganador recibirá una dotación económica y la obra será publicada por esta editorial», comenta Belén Núñez.

    Otro proyecto será el de la creación de una página web dedicada al poeta que será diseñada por su propio hijo, José Luis Núñez, que es ingeniero informático, y de cuyo contenido se ocupará su hermana Belén, que es poeta como su padre. Asimismo, la hija del poeta tiene la intención de editar el libro inédito de Núñez, «Al paso alegre de la paz».

    Como dato curioso de su biografía, hay que destacar que José Luis Núñez quiso ser actor cuando llegó a Bercelona, aunque nunca llegó a ejercer como tal. Luego se dedicó a la poesía, compatibilizándolo con su trabajo en la Compañía Telefónica. Además fue un gran lector y siempre defendió a poetas como Cernuda o Lorca.

    Aunque Belén Núñez sólo tenía 9 años cuando falleció su padre, lo recuerda como una persona «de una condición humana sin límites que siempre se entregó a los demás».

    ANDRES GONZALEZ-BARBA



    LOS MOTIVOS DEL TIGRE


    UN TIGRE EN EL JARDÍN

    A la espalda de todos fue creciendo, doblando
    Su estatura, su sitio en el jardín.
    Tenía
    La piel surcada, repartida por un dios de justicia
    en praderas de oro y florestas de sueño.
     Atrios,
    gritos, juegos, cruzaba su portentosa agilidad
    sin que nadie extrañase, diese al corro
    de las discriminaciones.
    Los días
    ensachaban el zoo: garzas, mariposas de oriente,
    caballitos de mar, añadiendo sus picos,
    espuelas, algas, a la rueda
    celeste del recreo.
    Era la vida
    aquello; sin culpas, sin oscuros
    hereditarios de la pena.
    Y sería, creciendo,
    como una eterna primavera de jardín sobre el mundo
    si un día, una tarde cualquiera, no acecha una tristeza
    la mirada del niño, que ante un juguete roto
    palideció, inocente; si alguien no planta cercas, jaulas,
    en lugar de un puñado de pájaros al viento.
    No tuvo más remedio la risa que alfombrar  de cuidados,
    de precaución, de garras, sus fronteras de libertad,
    acariciando el lomo del tigre para su causa:
    gigante sueño que fijaría a la tierra,   
    cual un tam-tam de mensaje infinito.
    Marchara errante, solo –ay, desde entonces-
    con su clamor de cárceles a cuentas;
    floreciendo el jardín bajo la sombra compartida
    de los hongos, que tal puños nacidos a nivel de la tierra,
    protegían el estallido del valle aquel,
    cargado de espesura virgen y altas
    promesas de girasoles, domesticando el tiempo
    amarillo del éxodo. Había muerto la amenaza
    de un trópico subterráneo con su furor de humedad y raíces.
    Y nacía la esperanza del regreso del tigre.

    Las manos de los  hombres se aferraran, ayer, sobre la yerba
    mínima que diera testimonio de su cuerpo;
    visible rastro aún, vaho caliente
    frente al diario peregrinaje de la niebla.
    Lámparas tibias auguran su retorno, dan al sitio
    pruebas, señales de ese templo sagrado
    desde el mítico y verde ministerio
    de su savia vivificadora, libre.  



    SOS SUR

    Y se nos muere el Sur con la alegría 
    y el color en los labios. 
    Lentamente,
    casi sin anunciarnos su dolencia, 
    su álgida diabetes. 
    Qué agonía 
    diluída y confusa... La rubrican 
    los olvidos y lacran los anises 
    en sus pirámides vacías. 
    Qué 
    epidemia y qué muerte tan extraña. 
    Nadie teme el contagio. Hasta se acercan 
    con más curiosidad, menos modales, 
    maneras precautorias.
    Ay, amigos, 
    que se nos muere el Sur y no dispone
    siquiera de un cadáver a propósito.



    Dormido paraíso

    (1978).( soneto dedicado a la guitarra)

    Encantado matraz. Cuna ambulante
    de los genios del Sur. Torre sin ley
    de gravedad, rendida. Ojo de buey
    sobre el mar telegráfico del cante.

    Parto simaés. Caminos de bramante
    por los que vaga, errático, Undivé y
    sacrifican sus picos de carey
    las palomas del tacto. Sibilante,

    descarnada pupila. Caja huera
    donde el viento redondo se deslía
    y ruge ante el serrallo, eunuco y vano,
    al ver cómo da a luz la cuerda austera
    y cómo se cristiana la armonía
    en la concha andaluza de una mano.



    Cohete espacial

    Azul de sueño y trino. Jornalero
    de estrellas al alcance de la mano.
    El vértigo salpica en su verano
    un viento con ternura de aguacero.

    Alto en el horizonte. Marinero,
    molino por la cumbre de su grano.
    Azuzado de fe, muele, lejano,
    en la comarca inmensa de su alero.

    Pasa sobre la tierra. Abre su mapa
    y extiende mil cometas. Busca, atrapa
    el beso gris que no conoció dueño.

    Rueda, cósmico, verde, gana altura,
    salta y surca y traspasa... hasta que apura
    el plazo que le dieron para el sueño.




    Soneto dedicado a la guitarra

    Encantado matraz. Cuna ambulante
    de los genios del Sur. Torre sin ley
    de gravedad, rendida. Ojo de buey
    sobre el mar telegráfico del cante.

    Parto simaés. Caminos de bramante
    por los que vaga, errático, Undivé y
    sacrifican sus picos de carey
    las palomas del tacto. Sibilante,

    descarnada pupila. Caja huera
    donde el viento redondo se deslía
    y ruge ante el serrallo, eunuco y vano,

    al ver cómo da a luz la cuerda austera
    y cómo se cristiana la armonía
    en la concha andaluza de una mano.





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    VICTOR MANUEL DOMÍNGUEZ CALVO

    (Coria del Río, SEVILLA 1969). Hijo de emigrantes, quizá esta circunstancia influye en su especial sensibilidad ante la vida y en la forma de concebir su poesía.

    Pasa su niñez en Coria, donde vive en compañía de sus abuelos. Estudia el bachiller en el Instituto Rodrigo Caro de la localidad y pronto pasa a trabajar en la empresa familiar de pastelería industrial que en la actualidad dirige.

    Su inquietud cultural y literaria le lleva a estudiar Filología Hispánica en la Universidad de Sevilla. Funda en unión de otros compañeros el colectivo “Surco”, grupo poético que en 1995 crea el certamen internacional de poesía “Surcos” que se convoca anualmente y en la actualidad va ya por la VII edición.

    Ha participado en certámenes y encuentros poéticos, habiendo obtenido el “Segundo premio del I certamen de poesía “Ligur” de Puebla del Río (1996); finalista en el I certamen de Poesía “Andalucía Viva” (Puebla del Río 1997) y Premio de Poesía “Universidad de Sevilla” en su VII edición (2000) por su libro “Pronombres Personales”. Finalista en el certamen de poesía “Adonáis” (Madrid, 2003).       

    Ha publicado:

    -«Pronombres personales», [Editorial Universidad de Sevilla, 2001], [Editorial Palimpsesto 2.0, Sevilla 2013], [Editorial Ediciones del Movimiento, Maracaibo, Venezuela, 2015]

    -"El vértigo del águila", [Editorial Palimpsesto, Sevilla, 2015]





    ...la poesia es un jardín
    en alta mar
    y a la deriva.

    Nada sabe el que llega,
    nadie pretende a solas
    regresar.


    TEORÍA DE LAS ORILLAS

    El hombre abre las páginas de un río,
    sus aguas lo contienen.
    Sabe,
    porque ha seguido el ritmo de sus versos,
    las gotas de sus olas y verdades,
    que cuando cierre el libro
    las líneas de su mano
    también se habrán cerrado como párpados.

    Aquel hombre que observa
    cómo su mano forma al fin un puño
    preñado de palabras
    ahora es dueño de un lago.



    LA BELLEZA DEL MUNDO

    Vivo para morir y amo la vida,
    sobre mi tierra como boca sedienta.
    Gloria Stolk

    Nadie dijo a las aves que se podía volar,
    que en sus alas vivía
    la mirada del pájaro.

    Pero está todo escrito en las leyes del mundo:
    el previsible azar de la caída,
    el planeo irresistible sobre seres y cosas,
    la tierna mansedumbre de posarse en un nido
    o la fiel libertad contra toda frontera.

    Nadie explicó a las aves que se podía volar
    pero las aves vuelan
    y en su trayecto cuentan,
    a todos los que rinden sus pasos a la tierra,
    la belleza del mundo,
    toda la luz que puede
    desprender una lágrima.



    1980... UNA FOTOGRAFÍA

    No son secas semillas lo que el aire te trae,
    ni lejanas partículas de un jardín extinguido.

    Será más bien la sabia,
    resina del olvido,
    canción necesitada,
    perdida entre las células de la fotografía
    lo que ahora en justicia abrigas en tus dedos
    con la delicadeza y la fragilidad
    del que cree que el acero
    se rompe fácilmente.

    El niño que un día fuiste
    te llama desde lejos
    aún te reconoce y camina,
    despacio,
    como si fuera polen flotando en un abismo
    por los falsos senderos
    de la melancolía.



    BANDERA PLEGADA

    El hombre que me piensa apura medio vaso
    de mi vaso vacío. El que me siente traza
    esbozos infantiles al polvo de mis pasos.
    Quien me adivina sabe
    curarme las preguntas con heridas.

    Qué importa ya
    si cuanto más la miro
    la noche es más oscura, más terrible.

    Sobre la cama dejo el frío de mi chaqueta.
    Me empurpuran la voz los nombres de mis hijas.
    Qué importa ya el saber
    que si abro una ventana oigo llorar mis sombras
    y si mato mis sombras descubro una ventana.

    Qué importa ya
    si todo lo importante se ha perdido.
    Volver a regresar sobre el regreso,
    saber que hablar de mi es hablar de todos,

    que nunca seré el mismo
    después de este poema.




    «Pronombres personales», de Víctor Manuel Domínguez Calvo, el verso de ardiente lozanía. 

    Por Pedro Luis Ibáñez Lérida

    Una obra que revalida su intemporalidad con la reedición, tras doce años desde la primera y única,  con la consecución del Premio de Poesía «Universidad de Sevilla», en el año 2001.
                 
    La palabra poética no tiene prisa. Es el vuelo inalcanzable lo que propicia esa hilazón de tiempo y luz incierta, pero singular y única, que la hace intemporal e inmarcesible. El inveterado signo que permanece intacto como el corazón dormido en el agua.  «En uno de los muchos estanques de los bosques que rodeaban la pequeña ciudad flotaba una hoja, una única hoja». Peter Handke posee especial apego por la escritura autobiográfica. En La noche del Morava  una barca varada es el punto de partida de un monólogo dramatizado con la perspicacia y aguda introspección que el autor austriaco -al margen de las connotaciones políticas que le rodearon años atrás- tiene la capacidad de insuflar. El tono de la obra desprende verdad y la voz en primera persona reverbera en el interior del lector como latido sereno y acompasado. La corriente del afluente serbio del Danubio que da nombre a la obra  mece  la barca que permanece ensimismada, mientras sus aguas prosiguen su destino circular. El mismo que emprende el personaje, un escritor que lleva diez años sin publicar. La barca le sirve de refugio, de hogar, de anclaje. Mientras los amigos a quienes invita a pasar una velada asisten a la descripción de su viaje por Europa, la travesía no cesa con la fabulación de la palabra que realza el poderoso influjo de la expresión onírica.
                
    Pronombres personales -Editorial Palimpsesto 2.0. Colección de-Sastre. Prólogo de  Concha Caballero- nos reconcilia con la vida desde la visión asertiva, y no por ello dócil, de atender a la evocación no como pérdida. Más bien como aliento de futuro, como enseña de lo que fuimos pero, sobre todo, como aguerrido sentimiento de resistencia, con una dosis de aparente y sutil ironía.

    «Y es que como no cambies / ahora que eres joven / mañana será tarde todo intento / de lavarle el estómago / a tu corazón». 

    El apremio de los días nos reduce a ese sino de indubitable  decadencia, de erosión emocional y afectiva que es mar de desaliento, «por todas las esperas que asoman en un día». De ahí que reducirnos a pronombres condensa el concepto de hacer las veces de sustantivo. Es decir, ser de verdad, reducirnos a la esencia misma de nuestras contradicciones, pero también de nuestros sueños y frustraciones ante el inexorable paso del tiempo. 

    «La vida se desata en cuerdas impensables, / aparecen caminos en un tiempo preciso / y es una tierra ignota lo que antes era el surco / de los años sabidos en el aprendizaje». 

    Lo señalaba Pedro Salinas en su obra La voz a ti debida, «¡Qué alegría más alta: / vivir en los pronombres!». El sustrato de esta obra poética contiene sencillez, claridad y emoción. Aspectos irrenunciables de principio a fin que configuran un perfil poético auspiciado por la transparencia como celosía de lo que aún está por llegar -«Puedo sentirte siempre, no lo olvides»-; por la medida ajustada que, sin embargo, no duda en coquetear con gestos irreverentes en forma y fondo 

    -«¡olvídate de los libros por un día / siempre nos queda la / bibliotecaria!»; y por el trémulo y apasionado decir del amor que exhala aliento vigoroso -«Amanece en tus piernas, / me mezclo con todo y ya no existo / ni sueño (…) Esta paz tan pacífica me asusta / y me incita / a despertarte».
              
    Vestigio de lo que fuimos y presagio de lo que seremos asoman en esta hermosa obra, porque 

    «Recordar es un falso / genocidio de ausencia», 

    y, quizás, por eso «El río siempre acompaña a quien pasea a su lado. / En su orilla la sombra subasta sentimientos». La edición -limitada, numerada y autografiada por el propio autor- ha sido rescatada tras haber transcurrido doce años desde su primera y única edición, cuando le fue otorgado el primer premio de poesía «Universidad de Sevilla» en su VII edición. Retorna  con mayor ímpetu si cabe y sin notoriedades oportunistas, como manifiesta el propio autor, «Poemas éstos (del Pronombres…) que ni están corregidos, ni aumentados, sino tal cual vinieron a la luz en su primera edición». Reconocimiento a ese tiempo que fue sin necesidad de refrendo presente. Profunda excepcionalidad por el compromiso con su palabra y la distancia con otras maneras adocenadas.  La frescura de su acontecer lírico la dota de  especial simbología, al encontrarnos  el espacio poético actual abrumado por lo críptico. La intensidad de las imagenes que nos propone  el autor son de poderosa transferencia al  conceder al lector su ubicación en el itinerario  a través de la advocación en los pronombres. Ellos, Tú y Yo son las  tres partes en las que se divide la obra, complementado por un Epílogo.  En cada una de ellas el poeta advierte el tránsito del tiempo y la necesidad de ceñir su voz a la dimensión cotidiana. Las tres personas son una sola, pero concebidas desde el argumento poético de una triada que intercambia miradas entre sí. La otredad que se manifiesta en el desdoblamiento de nuestro mundo, junto al de los demás, que es el mismo: Ellos son Tú y Yo. El determinismo emocional y reflexivo genera los motivos a los que se alude para compendiar lo que somos: naúfragos que arribamos del proceloso mar a la orilla de la incertidumbre, 

    «Y con dudas y a solas y en tu cuarto / has consentido / que salga este silencio del espejo, / que nuble con abismos la mañana, / que parezca ajena tu memoria, tu mirada».
            
    Victor Manuel Domínguez Calvo nos brinda la oportunidad de renovar nuestra mirada sobre el paisaje emocional del ser humano. Equidistante de otras propuestas enrevesadas y tendentes a lo arcano, esta obra hace especial énfasis en la clarividencia de lo visible y la búsqueda confesable de lo que ansiamos. El amor se descubre como fuerza a la que se orienta y dedica el ineductable canto de belleza del que no puede ni quiere desasirse, comoél mismo se define, este «poeta ocasional».
    Desde esta afirmación tan arriesgada -la banalidad suele atender al canto de las sirenas- como íntegra que reafirma su ideario y sentir poéticos alejado de artificios hueros, el vate coriano nos refiere bellísimos pasajes en los que el amor discute con la fugacidad del tiempo 

    -«Los labios del silencio han besado la tarde / y aún como al principio entre tus brazos / mi espalda acuna el filo de tus uñas (…) Los labios del silencio han besado la tarde, / quizás hoy seamos sombras / de un idioma olvidado»-. 

    Aunque no deja lugar a duda de su identidad lírica cuando manifiesta la categorización de su quehacer, en la apreciación y el asentimiento que concretara Mario Benedetti. «El verdadero artista es siempre comprometido», porque «La paz del poeta es falsa: / con él habitan / la espada y la pluma, / la piel y la palabra, / la tinta de unos puños que no aceptan / la injusticia de un mundo descarnado». Así se manifiesta de rotundo el que también es miembro fundador del Colectivo Surcos de Poesía.
            
    El tiempo poético es otro. Su medida la dispone el silencio. Mientras tanto, fluye la memoria de los días, «Porque sólo el presente puede matar al tiempo» y es en ese imperfecto momento en el que nos hallamos con la reedición de Pronombres personales, que bien pudiera reconocerse en aquella hoja que flotaba y refiriera Peter Handke: «En uno de los muchos estanques de los bosques que rodeaban la pequeña ciudad flotaba una hoja, una única hoja».




    MENSAJE EN UNA BOTELLA

    Hunde tu casa en la orilla del mar
    y con paciencia espera;
    espera que tu pelo crezca como las algas
    y que la salidulce esencia de la brisa
    te envejezca la cara, la voz, los recovecos
    donde duerme el veneno que pudre nuestros días.

    Y una vez instalado
    con la avidez del buitre que busca su carroña
    elige tu botella,
    abrázala en tus manos
    -tentáculos de anémonas
    cansadas de tocar
    la piel enmudecida de las cosas,
    los senos emergentes de la nada,
    la intimidad más gris del artificio-.

    Y la trampa consiste que, entre aullidos,
    despacio tus dedos la descorchen
    como si fuera fruto de lo auténtico
    para llenar de agosto el corazón
    de octubres invadido.

    Pero recuerda
    que este brebaje siempre es para dos,
    que a solas
    no es más que otro veneno
    de la vida.

    La poesía es un jardín
    en alta mar
    y a la deriva.

    Nada sabe el que llega,
    nadie pretende a solas
    regresar.

    “Pronombres personales”




    VÍCTOR MANUEL DOMÍNGUEZ CALVO. EL VÉRTIGO DEL ÁGUILA
    ED. PALIMPSESTO, 2.0. SEVILLA, 2015

    Pedro Luis Ibáñez dice: ”Víctor Manuel Domínguez Calvo nos brinda la oportunidad de renovar nuestra mirada sobre el paisaje emocional del ser humano. Equidistante de otras propuestas enrevesadas y tendentes a lo arcano, esta obra hace especial énfasis en la clarividencia de lo visible y la búsqueda confesable de lo que ansiamos. El amor se descubre como fuerza a la que se orienta y dedica el ineluctable canto de belleza del que no puede ni quiere desasirse, como el mismo se define, este "poeta ocasional". Desde esta afirmación tan arriesgada -la banalidad suele atender al canto de las sirenas- como íntegra que reafirma su ideario y sentir poéticos alejado de artificios hueros, el vate coriano nos refiere bellísimos pasajes en los que el amor discute con la fugacidad del tiempo, 

    "Los labios del silencio han besado la tarde / y aún como al principio entre tus brazos / mi espalda acuna el filo de tus uñas (...) Los labios del silencio han besado la tarde, / quizás hoy seamos sombras / de un idioma olvidado". 

    Aunque no deja lugar a duda de su identidad lírica cuando manifiesta la categorización de su quehacer, en la apreciación y el asentimiento que concretara Mario Benedetti, "El verdadero artista es siempre comprometido", porque "La paz del poeta es falsa: / con él habitan / la espada y la pluma, / la piel y la palabra, / la tinta de unos puños que no aceptan / la injusticia de un mundo descarnado". Así se manifiesta de rotundo el que también es miembro fundador del Colectivo Surcos de Poesía.”

    Noel Rivas  en el prólogo a "El vértigo del águila" dice:”La verdad es que el tema central de este libro está en la meditación sobre el poema mismo, en la eficacia, alcance y mezquindad que tiene el lenguaje poético para nombrar el mundo: 

    “una sola palabra/ ese soplo de aire/ esa virtud primera de precisión volátil/ que arrasa y gime y canta y desordena/ todo orden constante en el vacío”. 

    Y así cada poema se nos ofrece como una especie de idea poética, de imagen metafórica, de concepción trágica y zozobrante sobre el enigma de la poesía. ¿Con lo que dice el poema está dicho todo? ¿Siempre queda algo por decir? ¿Es la vida inexpresable en su totalidad? ¿El arcano de la existencia no está en la escritura sino en gozar o sufrir la experiencia inmediata y palpitante? ¿Si no podemos aprehender la esencia de la vida humana vale la pena cantar, escribir...? Con un lenguaje culto, exquisito y refinado, sin caer en tópicos manidos y recurrentes, ni en banalidades ideológicas de ocasión, nuestro querido poeta intenta, trata, busca cómo responder, estremecido e inquieto a esta serie de preguntas. Como el águila, ve el mundo desde arriba, con el vértigo que dan las alturas, pero con la valentía y el coraje suficiente para enfrentarse a la tarea de poner nombre de nuevo al universo, sus cosas y criaturas que lo pueblan.”
    “El Vértigo del águila” es un excelente poemario en el  que Víctor Domínguez nos ofrece su particular mirada sobre el  mundo al igual que  la acerada visión del águila se cierne sobre el hondo paisaje yendo al fondo de la misma con  la acendrada virtud de su perspectiva. Y se cierne sobre el mundo poético con el afán de ordenación propio de los descubridores, hallando en la palabra el mundo  misterioso del poema con el que a la vez que  el encuentro con el mundo intenta acercarse a ese mundo siempre por descubrir del propio corazón.

    Con cuatro partes: Invitación al vuelo, Los palacios de Ícaro, Manual de  cetrería y El vértigo del águila ,se abre con el poema “Alas solitarias “, que es toda una intención programática: 

    “ La palabra es el vuelo de la ideas su trazo de sonido,/ la formas encarnada de su canto./…”que se hace realidad en Invitación al vuelo :”Coser/ con hilos de libertad/ las cicatrices del poema/…”  

    Invitación que 

    “Saca del centro de la piedra / su corazón de lava primigenia…/”. 

    Los palacios de Ícaro son fundamentalmente los palacios que construye la memoria con los hitos del devenir del poeta.

    ”Aquí,/ la vida te devuelve a un viejo cauce:/ Tus ojos,/ el sur,/ la voz,/…”, porque  “Hay un tiempo clavado a sus herrajes,/…”. 

    Manual de  cetrería es la labor de cercenar otro tiempo, de ver realizado el sueño en la palabra, pues 

    “Has recogido el tiempo que labraste./” porque “…tienen el alma  pura los poetas.”

    Mientras en  El vértigo del águila, dice que 

    “…la astuta voz del tiempo/ me busca ensimismada y susurrante./”para contestarse que “Fue un tiempo de alas desplegadas/ cuando la vida ardía en el lenguaje,/…” y elevar la ofrenda: “… hoy te traigo,/ cortada a pluma, la carne transparente del poema./”.

    Un bello poemario de un excelente poeta, que si ha dado todo por la poesía  y ha abierto los surcos donde ella germina, en esta obra se abre en carne sus propios surcos para desvelarnos la esencia poética que habita en él.

    F.Basallote

    DIQUE SECO

    No solo el devenir
    también la espera
    y el sabor delirante del silencio,
    esa etapa inflexible y anodina,
    ese volver a ser
    por seguir siendo.

    Duele tu canto al fin,
    duele tu cuerpo,
    honda es la mano terca que te escribe,
    lento el saber hacer sin detenerse,
    virgen tu mente en blanco
    y su desnudo.

    Toda tu voluntad,
    toda tu fiebre,
    todo tu mecanismo inmaculado,
    las reservas angostas, tus raíces,
    esa fragua que helada
    te alimenta.

    Abres el lupanar,
    vuelan las sombras,
    acaricias tu credo irreverente
    para volver a ser
    lo que no has sido,
    para sentir que a veces
    sigues siendo.

    “El vértigo del águila”



    ARS MAGNA

    Te encontraré en otoño
    cuando enfermen las sombras
    y la humedad invada los gerundios,
    tus esperas,
    y esas secas frases del verano
    hayan hecho raíces
    en los espejos cóncavos
    de tus ensueños.



    ARS MAGNA

    Ti troverò in autunno
    quando le ombre si ammaleranno
    e l’umidità invaderà i gerundi,
    le tue attese,
    e quelle secche frasi estive
    avranno messo radici
    negli specchi concavi
    delle tue insognazioni.

    “El vértigo del águila”
    Traducción de Paolo Silvestri



    ALAS SOLITARIAS

    La palabra es el vuelo de la idea,
    su trazo de sonido,
    la forma encarnada de su canto.

    Si callas
    las ideas se amontonan como clavos
    que atraviesan tu voz en el silencio.

    Y el silencio son aves que entrecruzan
    insultantes los cielos del vacío
    cuando nace el abismo de los miedos.

    Y el miedo quizás sea
    esa acuarela muda de arcoíris
    dueña de los enjambres de la mente
    cuando el pensar se abate por el vértigo.

    ¿Y el vértigo?



    ALI SOLITARIE

    La parola è il volo dell’idea
    il suo segno nel suono
    la forma incarnata del suo canto.

    Se taci
    le idee si accumulano come chiodi
    che attraversano la tua voce nel silenzio.

    Ed il silenzio sono uccelli che sfrecciano
    insultanti i cieli del vuoto
    quando nasce l’abisso dei timori.

    Ed il timore forse è
    quell’acquerello muto d’arcobaleno
    padrone degli sciami della mente
    quando il pensiero si abbatte per la vertigine.

    E la vertigine?

    “El vértigo del águila”
    Traducción de Paolo Silvestri





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  • 10/08/16--22:53: LILIAN ELPHICK [19.237]

  • Lilian Elphick

    Lilian Elphick Latorre (Santiago de Chile, 1 de diciembre de 1959) es una escritora y poeta chilena, licenciada en Literatura de la Universidad de Chile, y con estudios completos de magíster en Literatura Hispanoamericana y Chilena en aquella misma institución. En 1990 fue finalista en el Concurso de Cuentos Juan Rulfo, celebrado en París, Francia, con su obra «La Gran Ola». En septiembre de 2002 participó en el congreso realizado en Buenos Aires, Argentina, titulado "Ser mujer, ser latinoamericana, ser escritora". En 2003 y 2004 fue presidenta de la Corporación Letras de Chile. También recibió la Beca de Creación Literaria del Consejo Nacional del Libro y la Lectura, por sus publicaciones «El otro afuera» y «Ojo Travieso». Finalmente, en 2010 obtuvo el Premio Mejores Obras Literarias de Autores Nacionales del Consejo Nacional de la Cultura y las Artes, en la categoría obras editadas, género cuento, por su obra «Bellas de sangre contraria».

    Obra

    1990 «La última canción de Maggie Alcázar, Mosquito Comunicaciones
    2002 «El otro afuera», Cuarto Propio
    2007 «Ojo travieso», Mosquito Comunicaciones
    2009 «Bellas de sangre contraria», Mosquito Comunicaciones
    2011 «Diálogo de tigres», Mosquito Comunicaciones



    Aviso de robo

    Mi silencio ha sido robado.

    La persona que lo encuentre, trátelo con cariño.
    No le grite, que se asusta.
    No lo maree con palabras inútiles.
    Una vez que el silencio se haya acostumbrado,
    favor de clavarle el puñal bien adentro, en el centro
    de su total indiferencia.
    Deje los restos en la calle.
    No faltará quien se los lleve.



    Final feliz

    Nos amamos desde el lugar de las palabras; el deseo era una escritura que iba y venía, ataviada de un presente compacto.
    Nos amamos con furia, siempre indagando en la perversión que tiene toda historia ficticia.
    Nos buscamos en libros y cartas; fuimos el papel y la tinta, unidos por ojos que nos leyeron.
    Por eso lo maté: para amarnos más, y eternizar el mejor de los finales.



    Aviso de extravío

    Así que voy a hacer lo que creo mejor…
    Nota de Virginia Woolf

    He perdido mi imagen, la palabra, ese amor feble y fugaz; 
    he perdido lo que nunca perdí: la sombra y la luz. 
    También se han extraviado algunos granos de arena que guardaba en mis zapatos.
    A quien los encuentre, por favor, no los devuelva.



    Viaje I

    Por viaje, regalo mi silencio
    y una maleta casi nueva.



    Reinas

    Todas íbamos a ser reinas,
    pero fuimos monstruos,
    y más encima nos llamaron
    mujercitas.



    Abismos habituales IV

    Cuando escribo he dejado de poseerme, yo misma soy un colador, tengo la cabeza perforada.
    Marguerite Duras


    Refúgiate aquí, en el hueco oscuro de mis ojos. Sé mi otra mirada: la que nunca vio a la mano lanzando poemas de amor al despeñadero de las causas perdidas.

    Lee en mis párpados todas aquellas palabras que escribí al revés, para asegurar el placer solitario del espejismo.

    Quiero arrastrarte, lector silencioso, a mi guarida, y lamer cada una de mis historias en tus costras, en las heridas que nadie acicaló, en tu costumbre de dejar que el tiempo ruede cama abajo.



    -Cuatro minificciones y un poema 


    La geometría de los ojos

    Que seas bizco y daltónico es lo que más me excita, a mí, ciega de nacimiento.


    Amor a toda prueba

    Ella era tuerta; él era rey. Se enamoraron ciegamente.


    El éxtasis de Santa Teresa

    Es cierto, mis ojos están en blanco. Duros. De mármol. Cómo quisiera ver a Bernini y sentir el mejor de los flechazos.



    Post scriptum

    Cuando a la casa del lenguaje se le vuela el tejado y las palabras no guarecen, yo hablo.
    Alejandra Pizarnik


    ¿Qué significa escribir, sino entrar en la sangre?

    ¿Qué significa la palabra, sino el cuerpo de la sangre?
    ¿Qué significa decir, sino avivar la sangre?
    ¿Qué significa la sangre, sino una historia que recién comienza?


    *


    En la punta de su lengua está la palabra, injusta y necesaria.
    En la punta de sus dedos se condensa el vacío.
    En la punta del silencio, ella escribe.
    Escribe como grita: apropiándose de otros amores.
    Y quiere olvidar el triste oficio del vórtice.
    Sacarse los ojos para evitar la tentación del espejo.
    Caminar derecho con un libro en la cabeza.
    No mentir nunca más esa verdad tan filosa:
    Ser la que escribe.
    Y caer en los brazos del que llaman ‘lector’.
    Dormir juntos, arrullados por la sábana blanca.
    Sin pensar en la escritura de los sudores..

    Texto perteneciente a Abismos habituales



    DIÁLOGO DE TIGRES

    Al que camina las madrugadas en busca de su sombra.


    Diálogo de tigres I

    En el bosque de los desprotegidos, dos tigres se encuentran y, como si el agua les bebiera las palabras, se miran. En los ojos de uno se reflejan los del otro. Cuatro soles en la oscuridad, y una distancia enorme que los separa. Ellos lo saben. Conocen los espejismos, los inextricables paisajes de la nada en donde pueden saltar en la agilidad del viento.

    Pequeños gruñidos quiebran el silencio. El acto de reconocerse entra por sus narices y sale por las alas del pájaro sin nombre. 

    El acercamiento es cauteloso: hay demasiadas historias en cada una de sus rayas y un territorio que defender.

    Pero se encuentran, y los dos están tan cerca que sus orejas se crispan con los latidos y el ensanche de las venas que permite que la sangre corra ferozmente, sin detenerse ni un segundo, abriéndose a la respiración y al acecho. 

    Tengo hambre ―dice uno. 
    Yo también ―responde el otro.

    Se matan en un combate limpio y digno del más solitario de los recuerdos.



    Diálogo de tigres II

    Dos tigres salen a cazar. Una va al sur; el otro, al norte. Al final del día, se encuentran.

    Estás herido.
    No. La herida eres tú.
    La flecha está enterrada en tu lomo, no en el mío.
    Morirás antes de que amanezca; ahí reposará tu desvarío.
    Yo estoy muy lúcida; puedo oír cómo se te va la vida.
    Tu herida se agranda, tus palabras huyen. 
    Tu corazón se detiene, enamorado.
    ¿Enamorado?
    No era una flecha cualquiera…

    El silencio se instala, dividiéndolos. Se miran, y comprenden.
    Una corre al poniente; el otro, al oriente.



    Diálogo de tigres III 

    Luego de caminar por las extensas planicies de la escritura, los tigres llegan al río del silencio. Ahí se bañan y olvidan que están hechos de tiempo y de sangre. A sus pieles mojadas se adhiere la palabra ‘pez’. La tigresa puede nadar debajo del agua a gran velocidad; el tigre da brincos contra la corriente. Juegan a acariciar burbujas.

    ¿A quién le contaremos nuestra historia? ―pregunta ella.
    ¿Cuál historia? ―pregunta él.

    Los tigres jadean bajo el sol implacable y sus patas se hunden en la arena. Tienen sed. Saben que morirán si no encuentran una mano que morder, aquella que los escribe en la mitad de la noche.



    Diálogo de tigres IV 

    La tigresa está triste. ¿Qué tendrá la tigresa? En cada árbol ha frotado su historia de rayas y colmillos, trigo trigando su boquita de fresa.

    Cuando la luna se alza en su locura, el tigre muerde una cola que podría ser la suya, e imagina el diálogo:

    Somos un sueño imposible.
    Has estado leyendo a Borges.
    No, sólo canto boleros.

    ¿De dónde vienen estas palabras? ―se pregunta el tigre, acechando a la tigresa―. Y no comprende que ella es parte del sueño, que en esos cinco metros que los distancian hay puntos suspensivos que se descuelgan como arañas urdiendo lo interminable.



    Diálogo de tigres V 

    Los tigres de la noche imaginan tantas cosas. Construyen historias increíbles, saborean palabras, desgarran metáforas. La selva los protege de los cazadores que disparan tinta en blancos papeles. Y en la oscuridad lamen su nostalgia de ser, hasta despedirse en la rebeldía del viento.

    ¿Cuándo te veré otra vez?
    Cuando no dejemos huella. 

    Crujen las ramas. Dos venados huyen ante los haces de luz y la metralla constante de realidades.



    Diálogo de tigres VI 

    Llueve en los manglares del silencio, y los tigres esperan una sola palabra que les quiebre esa sensualidad que llevan como piel.

    Y ahora, ¿qué hacemos?
    Esperar.
    ¿Y si no viene?
    Vendrá.

    Los tigres están tan mojados que sus rayas comienzan a desaparecer. Invisibles, siguen esperando, sin saber que la palabra vino y se fue, de la mano de un diálogo absurdo.



    Diálogo de tigres VII 

    Caen los primeros copos de nieve. Los tigres tienen frío, y lo salvaje ya no está con ellos. El amarillo de sus ojos se ha cegado de tanta soledad. Sólo el olfato los guía a un precario refugio entre varios árboles caídos. 

    Quedémonos quietos.
    Como estatuas milenarias.
    Como un recuerdo sin nombre.
    A eso le llaman 'amor'.
    Pero es un olvido, un dejar irse...
    El eco de una palabra.
    El final de una historia.
    Te doy mis colmillos.
    Y yo, mi mirada.
    Aquí está mi fiereza.
    Estos son mis sueños.

    Así, los tigres duermen, y el hielo los cubre. 
    Ahora, nadie podrá escribirlos en los abanicos que se abren y que se cierran.



    Diálogo de tigres VIII 

    Los tigres pelean con ferocidad. Muerden, rasguñan, rugen. Llevan ocho horas de lomos erizados. Retroceden y embisten nuevamente. La tigresa tiene una herida abierta en el cuello; un amarillo espeso brota del ojo del tigre. Se juegan su octava vida. La danza continúa en el bosque que es de ellos, acotado por algunas traiciones, delimitado por mentiras, rayado con la tiza de un silencio que les llaga la soberbia.

    Caerás pronto, tigresa.
    Caeremos los dos, tigre.
    Al abismo de la carne.
    Al misterio de la fuga.

    Los tigres dan el último salto, y el vacío les parece el más apetitoso de los bocados. En sus colas llevan atada la cuerda de la escritura.



    Diálogo de tigres IX 

    "Ahi crudo Amor, ma tu allor piú mi 'nforme
    A seguir d'una fera che mi strugge,
    La voce e i passi et l'orme, 
    Et lei non stringi che s'appiatta et fugge.

    Canzionere (Rerum vulgarium fragmenta),
    de Francesco Petrarca

    No llamaremos dulce al ritual de acicalamiento que los tigres insisten en perpetuar más allá de las pasiones que los habitan. Cuando el macho descubre la huella que la hembra ha dejado, sabe que primero debe simular un ataque en el centro exacto de la noche. Ella se tenderá de espaldas ronroneando viejas historias; irá de un lado a otro mostrando la barriga: suave la cadencia, afilado el colmillo. Pronto, se lamerán las costras de las cicatrices. Como cachorros.

    La próxima vez, no te dejaré vivo ―dice ella.
    Ya estás muerta ―ruge él, orgulloso.

    Despacio, el bosque de bambúes se cierra sobre las palabras y sus ecos. El espacio de los tigres queda reducido a algunas viñetas dibujadas con lápiz de grafito. Privadamente, mascan el papel y tratan de alcanzar el objeto puntiagudo que se aleja.



    Diálogo de tigres X

    A Canariza, por sus regalos de media luna.

    El muro es alto, intrincado. La parte superior es de material líquido; la inferior es sólida. También hay espinas y navajas que aparecen y desaparecen. Arriba, nadan las palabras; abajo se estampan todos los recuerdos. Es el muro de la historia, y los tigres deberán saltarlo.

    Al fin podremos salir de aquí. Ya estaba aburrida ―dice ella.
    Al otro lado nos espera la libertad ―dice él.
    ¿Eso significa que no hablaremos más?
    Exacto. Volveremos al rugido.
    No nos encontraremos con la mano que ahora nos escribe con tanto ahínco.
    Y volveremos a estar solos. Cada uno tomará su rumbo.
    Seremos tigres.
    Tigres de verdad.

    Ágiles, las fieras trepan la pared. El tigre salta al otro lado. A la tigresa le cuesta más: está preñada de sueños. Las navajas intentan herirla; las palabras le tienden lazos. Pero ella nunca mira hacia atrás y con su fuerza amarilla vuelve a trepar. En la caída, olvida el amor y el odio, esa sensación asfixiante de ser relatada una y otra vez. 





    Bellas de sangre contraria, de Lilian Elphick (Microrrelatos). Mosquito Comunicaciones, Santiago de Chile, 2009.


    Bellas de sangre contraria tiene como tema principal a la mujer en la historia mítica. Cada narración aborda intertextualmente personajes femeninos, en su mayoría, griegos. Se dan cita impuntual Penélope, Circe, Ariadna, Dánae, Medusa -tejedoras de la palabra en la periferia de sus pieles. Manejándose con un lenguaje conciso y cortante, esta relectura, devenida  aguda escritura, tiene un tono irónico y apunta a la subversión del estereotipo. También existen figuras trasvestidas, como Sísifa, Asteriona, y otras -siempre de contraria sangre- que indagan su esencia de cuestionamiento con el furor de sus miradas.

    Siguiendo el trazo lorquiano, bajo la mano incisiva de Lilian Elphick, las bellas son mujeres-navajas, deseosas de tener un nuevo y mejor filo.

    Damaris Calderón



    Cleopatra

    Soy Cleopatra Filopator Nea Thea, la amada de mi padre, la exiliada de mí misma, última reina de una dinastía hecha cenizas.

    Descuidé mis propias aguas, amé a César y a Marco, envenené a mi hermano y marido.

    He sido encarnada por Theda Bara, Claudette Colbert, Vivien Leigh, Sofía Loren, Elizabeth Taylor, bufonas de un palacio desconocido.

    Artemisia Gentileschi, Guido Reni, Arthur Reginald, Guido Cagnacci, me han retratado con la serpiente mordiéndome el pecho. ¡Qué viperinos!

    He oído una música llamada twist en donde una voz habla de mí. El tono no es elegíaco.

    Me hundo en el légamo de la vergüenza, mientras siento las palas allá arriba.

    Me encontrarán con la boca llena de arena y envuelta en jirones de lino.

    Que Udyat me proteja y no me deje abrir los ojos.



    Europa

    La historia tergiversa los hechos. Fui yo la que rapté a Zeus, de lo contrario nunca hubiera sido continente. Él estaba en la playa haciendo castillos de aire y no necesité convertirme en vaca para que cayera rendido a mis pezuñas, bufando de amor y listo para la lidia. Quedé exhausta, pero me recuperé con una sabrosa sopa de criadillas, y volví a pastar como si nada.



    Lamia Lamur

    Soy Lamia Lamur y busco comillas angulares para citar mi propia historia, que es sinuosa y sibilina. Busco, además, amante de cuerpo entero, ojalá bien hombrecito, que me haga cariño en las escamas y en esa piel que luego se desprende de mi nombre, lamida por el vicio reiterado de “ha pasado un caballero, -¡quién sabe por qué pasó!-”.

    Soy saliva amistosa. Construyo puentes que las arañas envidian. Desbrozo abismos. De boca en boca, de beso en beso; dientes cariados en donde anido para exhalar mis enseñanzas.

    Esto no es una canción, por si ya están oyendo campanadas en sus órganos sexuales. Es mi llamado a escribir desde el silencio.

    No todo es tan trágico mientras se mastican niños envueltos.



    Helena

    A Damaris Calderón

    Golpeé mi pecho tres veces y no hubo respuesta.
    Arañé mi cara y me lancé al abismo de la derrota.
    Escribí para remediar el silencio y no obtuve el perdón.
    Me  pregunté qué es primero, ¿el amor o el odio?, y estalló una guerra.
    Entonces, ¿qué maravillas me deparan las patas de los caballos?
    Alejada de mi esencia, mastico lentamente mi hermosura.



    Perséfone

    Dada la oscuridad, tengo la lengua negra de tanta escritura; a veces me reflejo y soy la lupa en el lupanar. Perséfone, Perséfone, me llaman desde arriba, y yo lanzo granadas para que se callen de una vez por todas.  Me he acostumbrado a este ambiente underground. Hades nunca está y puedo escribir en este cuarto propio la añoranza de la luz.



    Hipatia

    A Virginia Vidal

    Los ciegos me arrancan los ojos, los ignorantes me extirpan el conocimiento, las madres muerden mi útero. Todos saborean la ecuación del odio, que es simple como un espejo.

    En el nombre de Cristo.

    Y en mi nombre quedan las estrellas, el agua gota a gota, el amor a la palabra.



    Megera I

    Aquí estoy, en el sitio que he elegido. No voy a llamar casa a un agujero que sólo tiene por luz mi furia encadenada. Nadie me visita, salvo mis hermanas Alecto y Tisífone, Erinias de sangre caliente que intentan convencerme con horrores de utilería. Que persiga, que castigue, que condene a los infieles, a aquellos que han amado más allá de sí mismos y que huelen en sus manos el perfume embriagador de la derrota.

    A fuerzas de costumbre, el abismo de mi tristeza: escribí mil cartas de amor que no fueron leídas.

    Esperé. Esperé. Caí a la tierra. Las piedras me consolaron, el rosario de huesos, la arena silenciosa.

    Debería bastarme.



    Julia Caesaris

    Julia Caesaris nace en el año 49 A.C., nueve meses después que Gaius Julius Caesar cruzara el río Rubicone con sus tropas. Su madre la lleva a Ariminum, a orillas del mar Adriático. Allí la niña crece, aprende a hacer pan, se casa, tiene hijos y nietos.

    En algún momento de su infancia, pregunta por su padre. La madre le cuenta que él era un pobre arriero que cruzó el río con sus ovejas. Los animales se ahogan, y ella lleva al hombre a casa y lo cuida. Una noche, el ex arriero le confiesa su amor incondicional. Al poco tiempo, éste fallece.

    El parto fue muy difícil; Julia nació con los ojos abiertos. Y no lloró.

    Tuvo una hermanastra del mismo nombre y un padre que fue asesinado el año 44 A.C. Se cree que sus últimas palabras tienen que ver con la suerte o el destino.


    Sansona

    Él me agarró por la espalda, las manos tensas en mi pecho. Me gustó, no puedo negarlo. Sabía que mi codo guardaba toda la fuerza del mundo. Y así fue. Un golpe certero. Luego, el puño izquierdo voló hacia su ceja. Mis nudillos amaron esa valiente sangre. Tambaleó un poco, uppercut, mentón triturado. Tenía la navaja lista. La hubiera hundido en su yugular, pero preferí cortar mi larga trenza y lanzársela al hombrón que se revolcaba en el suelo.

    Marimacho -gritó, con baba entre los dientes, cogiendo la trenza y devorándola.

    En aquellos días de lluvia, me lavaba el pelo con cicuta, para no andar aleonada.


    Erato

    Me han encerrado en este museo junto con las otras. A ellas les gusta que las celebren, les rindan culto y degüellen animales en su honor. A mí, no. Detesto ser musa de poesías incendiarias y andar con la cítara a cuestas, inspirando a cuanto imbécil me llame desde el otro lado del camino. Y las tórtolas que revolotean a mis pies… ¿serán más ricas asadas, o a la olla, con laurel y vino blanco?

    Un momento. Una chica me hace señas. Se llama Lisa. Bello nombre, damita, ¿quién te puso ahí? Mírate con esa sonrisa extraña; apuesto a que estás incómoda con tanto sfumato. Un, dos, tres. ¿Ves? Era fácil. Vámonos, que este sitio no es para nosotras. Podemos probar el gineceo lúcido o Youtube.



    María Antonieta

    Ya no tendrán que comer pasteles, mis famélicos; aquí tienen mi cabeza. Pueden guardar la sucia peluca, si les parece, teñida de mi sangre azul. Mis ojos serán más sabrosos con una pizca de sal. El derecho tiene cataratas; el izquierdo, una pupila vengativa. Mi boca, que tantos manjares probó, seguirá gritando por mucho tiempo; no se asusten si vomita alguna lágrima de cristal o un diamante huérfano. La lengua la llevarán a la olla durante tres horas, hasta que esté blanda. Con nuez de Luis será exquisita. Les aconsejo mis trompas de Eustaquio. Verán que están recubiertas de un grueso cerumen; por este motivo no los oía. Cuando hayan vaciado los humores, ríanse. Finalmente, recomiendo el  fromage de ma tête à l’ancienne.

    Bon appétit!



    Yocasta

    No dramaticemos, Edipo. Lo que pasó, pasó. En el mundo de la sangre, siempre hay puertas de escape. Fui tuya. Sí. Besaste el óxido de mis palabras y gozaste con ellas, en silencio, cuando aún tenías ojos para comprender que mi cuerpo te necesitaba, y se enroscaba en ti con el placer que sólo da la ignorancia.

    Yo era una soga al cuello, bien firme; un amor anudado. Y tú, una historia ciega y solitaria que mis lágrimas recogieron para devorarla.

    Soy tuya. Aún. Mis huesos te reclaman; la unión posible en esta cárcel de tierra.



    Lorelei

    Los navegantes mienten al decir que los seduzco con cantos de sirena. Son ellos los que me embriagan con su muerte de agua dulce. La metamorfosis es rápida: mi cola de brillosas escamas deja paso a un par de miembros pálidos que no sé usar. Trato de incorporarme y caigo, rompiéndome la piel inútil, mientras el barco se aleja arrastrando el anzuelo incrustado en mi boca.



    Idunn

    Fui a ver a las Nornas. Urd y Skuld tejían y destejían; Verdandi tenía la rueca mala, y los destinos de algunos hombres se enredaban en las ramas de Yggdrasil. Al otro lado del río, un animal bellísimo me miraba. Le ofrecí una de mis manzanas. Tuve que nadar de espaldas, con la fruta al medio de mis pechos. No podía mojarse. Las hilanderas gritaban que me devolviera.  Casi al llegar a la orilla, el animal se acercó a mí y devoró el pomo carnoso y fragante. Serás joven para siempre, le dije acariciando su hocico. Él gimió de alegría, y hundió lentamente sus colmillos en mi cuello. Se ahogó de inmediato con los vapores venenosos de las uñas de los muertos que yo guardaba debajo de la lengua, a modo de precaución.

    Trepadas arriba de Yggdrasil, las Nornas soñaban con aguas rojas y batallas eternas. Salí en silencio. No quise despertarlas. Mis dedos estaban traslúcidos.



    Antígona

    Quien conozca mi historia podrá llorar estas palabras. Quien me mate por segunda vez que use la soga del silencio. Quien me ame que bese la espada ensangrentada.

    Nací para espantar a la muerte: los cuervos no comieron los ojos de mis ojos, el amor se mantuvo firme en mi mano y arañó la tierra enferma de traiciones.

    Mi libertad está en boca de Sófocles, Brecht, Anouilh: soy Antígona resucitada y recreada.

    Han escrito a una mujer que no soy yo.



    Dionisa

    Bebo. Estoy sola y me emborracho. Me han dado un picadillo de ménade que está cocido. La música es estridente, todos bailan enloquecidos, desnudos, arriba de las mesas.

    El vino se acaba. Pido más de ese Xynomavro que me recuerda los frutos negros de mi bosque, donde también bailé en noches de luna llena, festejada de abrazos y besos.

    Mi copa está llena y bebo. Con qué docilidad la memoria se me agolpa en la sangre: las horquillas las dejé arriba de la cama para tu colección de casualidades.

    Soy una puta vieja que junta sus monedas para venir aquí y ver cómo fornican en mi nombre.



    Ariadna I

    Teseo, con esta espada matarás al Minotauro, que es tu sombra; tómala, siente su peso, pruébala en mí, deja que mi sangre te guíe de vuelta. No temas, acostumbrarás tus ojos a la oscuridad, podrás sentirme acezar en el laberinto de tu corazón. Ve, guerrero, hunde el acero y grita. Manifiesta tu odio que yo revierto la historia: soy el toro y el hombre, el monstruo, la pesadilla, y también el lugar de la pérdida y el espejismo.

    Que el cierzo me lleve si lo que digo es mentira.



    Ariadna II

    Mira, el asunto es que maté a Teseo. Fue rápido y limpio. Dijo “perra traicionera”, y cerró los ojos. Luego, todo fue fácil. Entré al laberinto a buscar a Minotauro. Cuchito, cuchito, llamé. Y él me respondió con unos gemidos asustados. ¿Se fue el loco? Sí, gatito, para siempre. Gracias, preciosa, no sé cómo agradecerte. Me puedes rascar el lomo, me encanta. ¿Ahí? Sí, pero un poco más arriba. ¡Sigue, sigue! ¡Ahhhhh!  Sé que suena perverso, pero tócame la cola. ¿Así? Más fuerte, más fuerte. Ahora, trata por aquí y aquí y acá.

    Cuento corto: después de tantas caricias, le mordí el cuello y lo asfixié. Balbuceó “perra”, a secas, y murió con la carpa alzada, como Teseo.

    Aquí hay un enredo muy grande. Pásame las tijeras, anudamos nuevamente y seguimos ovillando. ¿Vale?



    Adana

    Mírame las costillas: hay cuatro rotas; te las doy así como están, y el ojo perpetuo en su tinta.

    Luego harán de mí la boca incendiaria, el paquete inservible que se lanza al vacío.

    Mira el sin refugio, la alambrada, la púa, el diente en el suelo.

    Adana es mi nombre.

    Repítelo.

    Guárdalo en tu corazón para que otros me recuerden como el primer verbo crucificado en las casas de tortura.



    Calipso I

    Toma. Aquí está el timón y el astrolabio. La cuerda es para que te ates al mástil; con la vela y el remo irás a velocidad crucero. Pan, agua dulce, cangrejo seco. En este frasco va la esencia de mi amor. Si lo botas al mar, quedarás anclado a mi nombre que nada oculta. Si lo abres, tendrás que vivir aferrado a mi muerte.

    Tú eliges.



    Calipso II

    Ulises, no emitas palabra alguna. Ándate, si es lo que deseas, corre a los brazos de tu tejedora, cuéntale que estuviste en una isla deshabitada y que vagaste durante siete años hundiendo los pies en la arena, naufragando de hambre, soñando el tejido de tus propias añoranzas, deseándola con los labios partidos de sal.

    No dejes, Ulises, que yo intervenga en tu historia heroica. Sé que partirás mar adentro; nadie oirá acerca de mí. Seré el agua por donde irá tu barco. Penélope me beberá, y sabrá por qué te dije: “Los ahogados siempre retornan a su playa de origen”.



    Corina

    Non tibi crimen ero, nec quo laetere remoto.
    Ovidio

    … Pero el amor pasa, se esfuma como el cigarrillo en la boca de un loco que no sabe de sonidos ni furias, sino de una mano que lo ahorca. Luego, si es que hay una secuencia en el lento proceder de las horas, viene el recuerdo, nunca verdadero: los ojos mienten cuando tratan de deleitarse con las antiguas caricias convertidas en palabras.

    Discurre el amor como declina el cadáver de tu enemigo frente a la puerta del odio.

    Y viene el vacío a la copa: el agua retrocede al océano; los labios buscan las brasas del deseo. Y pasa. El aguijón de la historia es el que escribe, entonces, de ese dolor que toda memoria evoca. ¿Y cuándo el cielo será más azul ahora que resume el misterio de los atardeceres? ¿Para qué buscar la exactitud del verbo en la arena del tiempo?

    Pasa el espejo de las risas para la que aún ríe de los amores prodigados al mediodía.



    ἀλήθεια

    Diré la verdad. Esa otra que soy no existe. Insomne, me miro al espejo y veo a un ser humano que trata de descifrarse. Luego, temerosa de perderme, escribo. La femme, cette inconnue; no sé quién lo dijo. Y yo escribo. Afuera el mundo gira en su eje cansado, y velo mis propios ojos. Miento.

    Lector, nunca llegarás a conocerme; es tan extraño saber que me observas y que Alétheia se instaura en esa oblicuidad llena de conceptos. Y todo huele a estereotipo, a palabra malgastada, a naftalina verbal.

    Des(a)nudo lentamente mi escritura, porque sé que dos bocas deben unirse, aprender el lenguaje tibio que no sale en los libros, y que un hilo de saliva entreteja un puente de nostalgias, desdibujado y febril.

    Encuéntrame aquí, en este instante en que me disfrazo de harapienta, estirando la mano limosnera de la ficción y de una verdad – epitafio.

    Somos dos solos, cada uno con sus rituales de añoranza cruzada. El invierno terminará de llevarse el laberinto, y tú me leerás acostado en tu cama de estirada soledad, pensando que deberías escribir también, contestarte a ti mismo la pregunta que dejaste suspendida en el aire, tambaleando como una hoja de árbol a punto de caer.



    Aquilea

    Me preparo para el salto. Respiro. Boto todo el aire y, con el alma vacía, corro. Me persiguen los hombres, de piernas largas y fuertes. Quieren sacarme la lengua como a Micaela del Perú. Extienden las manos para alcanzar mi hombro. Falta poco para llegar a la meta. Un impulso de recuerdos agita mi cuerpo. Las imágenes avanzan conmigo. Ellos quedan atrás, jadeando. El despeñadero está aquí. Un paso más. He vencido.

    ¡Mujer de vida ligera!, me gritan desde arriba los que lamieron mi talón envenenado.



    Jezabel

    Me tragué a Baal. Miren mis vísceras. ¿Alcanzan a ver los rayos de sol naciendo de mis fragmentos? ¿Los ciega, acaso, su luz sincera? ¿Dónde escuché decir que la muerte vendría a someterme, que me ahogaría como una vaca en el aluvión? Pero, aquí estoy. Soy la Gran Puta defenestrada. Cierra los ojos y será mañana, leí en el pergamino de un navegante. Cierra los ojos, ahora que no hay ojos. Bendice a esos perros, dios padre, cada una de sus dentelladas, porque saben lo que hacen.

    Más tarde será el mañana de una reina devota.



    Ifigenia

    He encontrado refugio en el grácil silencio de la piedra.
    Soy una historia breve y una imagen dura, surcada de grietas.
    La traición me mató, no el filo de la espada.
    Las velas se desplegaron; la guerra ardió de fuegos fatuos.
    Me torturaron los labios de mi madre besando la venganza.
    Grité en los oídos del gran rey cuando me ofrecía a Artemisa.
    Y antes de nacer, ya era huérfana y ya elegía mi muerte.
    Ya escribía mi vida en la palma de la mano.
    En el pedregal estoy.

    Ven, siéntate a mi lado.



    Pandora

    La caja es de madera de pino sin barnizar, como un ataúd en el muro de los lamentos. Es ahí donde habito. Me he acostumbrado a las rendijas por donde entra luz, a las astillas que me recuerdan que estoy viva, al silencio de la noche y a la algarabía del día. Hasta ahora, nadie ha tratado de forzar la cerradura de la caja, es tan inofensivo su rentangular deseo. A veces, alguien la levanta, pero teme males y desgracias, y la deja en el suelo como una piedra o una carta rota en varios pedazos. Ya no me molestan los viajes de la caja. Soy errante y callo. Me llevan en manos especialistas, y luego de un rato concluyen: no hay bomba. Vuelvo al bosque o a un tarro de basura. El mundo olvida rápido; pasará poco tiempo y la caja no estará en sus sueños, ni siquiera en los míos.



    Vulcana

    La pistola Zeus tiene una empuñadura labrada y disparador suave, especial para principiantes; el rifle Minerva, calibre 308 con visor Circe, es para expertos. Este lanzamisil Ítaca es portátil, y la escopeta lanzagranadas sin retroceso Medusa 79 es un arma antiemboscadas.  La metralleta NN-47 era de un presidente. No se vende.  Cascos antidisturbios y grilletes para rótulas, pulgares y cuello, están en oferta: lleva tres, paga dos. Lo  mismo para el gas de mostaza y el aerosol de pimienta. ¿Machetes? Varios. ¿Quiere verlos? También hay cuchillos cortahueso, desolladores, y mi creación más nueva: el hacha Troya, con mango odiseo. Una obra de arte. Es cara, eso sí.

    Lo veo confundido; piense qué es lo que quiere comprar y para qué. Mañana vuelve. Cuál es el apuro. Tome: una bala expansiva. Gentileza de la casa.



    Narcisa I

    Abro mucho la boca, acerco el espejo y compruebo: están irritadas, inmensas, purulentas. Inserto las pinzas para sacar una primero y la otra después. Cómo cuesta, sobre todo con la úvula que entorpece el trabajo. No sería mala idea extraerla también; adelgazar la lengua, remover el velo del paladar, desgrasar el istmo de las fauces, y limar ese par de colmillos que me hacen ver como una vampira cualquiera.  Corto las comisuras de los labios y, al fin, meto todo el espejo adentro de mí. Lástima que no vea nada.



    Narcisa II

    A Catalina Lister y Carlos Aliaga, generosos como el mar.

    Yo era bella y alta, de ojos verde lago, cintura azucarada y caderas salvajes. Yo estaba enamorada de una imagen que vi cuando me bañaba desnuda en la tinaja del patio de mi casa, situada en las praderas del trigo y del deseo. Yo era un adjetivo inefable.

    Yo amé a la imagen que era tan increíblemente parecida a mí. Le di mil besos de espuma y mis manos la acariciaron hasta enloquecerla. La imagen era un remolino, una tempestad de agua, una calma jabonosa.

    Yo era feliz y mi piel también. Agradecidas, nadamos al revés.

    Pero llegó la noche arrastrando el poncho en brujerías y maldiciones. Imagen huyó. Yo sentí frío y vagué por parajes desconocidos, con una sensación de algas en mi boca. Yo me escondí debajo de unas piedras y esperé, esperé por siglos.

    ¿Por qué será que ahora cazo ratones y enveneno a quien se cruce en mi camino?



    Jasona

    No perdí una sandalia ni encontré el vellocino de oro,  frígidas damas del jurado.  Perdí un amor y gané una flecha púrpura. La arquera Atalanta me la dio: escribe, dijo, ese amor antes de que quedes ciega de pena. Y yo descifré las coordenadas del deseo. Ese hombre sigue siendo mi regreso y es mi escritura condenada. Pero qué saben los cerdos de confites. Ustedes no podrán jamás ver en mis ojos la mirada del insomne, que buscó en la madrugada una tibieza donde reposar de todo lo vivido.

    El viento nos vio, el mar nos vio. Ellos son mis testigos y guiarán mis pasos hacia la salida.



    Selene

    A Izaskun Legarza

    Señores Dioses

    Monte Olimpo s/n

    Presente

    Harta de ser república de las sombras, de atosigarme con ironías, de ser siempre el lado oscuro, frío, húmedo, cíclico, de que me canten en romanticismos atroces, cascabeleados de lugares comunes, cansada del eterno acoso del señor Sol, viejo caliente, ávido de conjunciones imposibles, aburrida de Endimión y su sueño nasal, aviso que a partir de mañana eclipsaré mis cosas y haré abandono de mi casa habitación.

    Les ruego que no traten de alterar mis planes con suasorias, disculpas fáciles, lagrimones de perro en celo. La decisión es irrevocable y está amparada por el artículo 123 del Código Incivil. Cualquier intento por parte de los señores dioses de derogar el artículo citado, será sancionado con la inhabilitación de sus cargos.

    Asimismo, queda totalmente prohibida la reproducción de las canciones “Fly me to the moon”, “Blue moon”, “Ay, Luna, Lunita”, “Claire de lune”, y otras similares.

    Como dijo Edgar Allan: “Nemo me impune lacessit”.

    Sin otro particular, se despide

    Selene.



    Dido

    Canta, oh diosa, tu ronca maldición maleva; dime que Eneas volverá convertido en sapo y nadará en el charco de mi descontento. Mueve, oh diosa, tus pies al ritmo del tango; no estaré triste, aunque mil cuchillos se claven en mi pecho y Lacónico me enseñe el or. No caerán por mis mejillas las lágrimas de ron de las mujeres despechadas, traicionadas, abandonadas, por todos aquellos que susurraron que todo es tan fugaz.

    Ay, percanta, no me digás, tenés razón; vayámonos de copas, brindemos por Virgilio que escribirá La última curda. Veamos desde aquí cómo se matan y a la eterna flecha enamorada de mi herida, que es absurda, como mi reino de fuego.



    Leda

    A Juan Armando Epple

    Encontré a un cisne malherido. Algún insensible le había amarrado el pico con alambre. Lo llevé a casa, curé sus heridas, saqué sus piojos uno a uno, acicalé sus plumas. Su alimentación consistía en granos de maíz tierno, bayas y delicias del bosque. El cisne engordó y se puso cariñoso. Venía a verme por las noches.

    Para atraer mi atención relinchaba, aullaba, mugía y hasta hablaba: Leda, bonita, ábreme la puerta. La cosa se puso fea. Ante tantos picotazos y empellones, bloqueé la puerta con la tranca del olvido. Él afuera y yo adentro. Él enloquecía y yo pensaba.

    Fue un tiempo duro. Ahora, tengo una pequeña tienda y, entre otros productos, vendo pâté de foie gras.



    Atenea

    …et les silences, tous les silences: le silence quand le bras du bourreau se lève à la fin…

    Jean Anouilh

    Para que mi horror sea perfecto, yo Atenea, acosada por mi propia estatua de mármol pentélico, despreciada por Ares cuando las flechas de la escritura volaban en mi dirección, adorada por quienes vieron en mí a una diosa armada hasta los dientes, vilipendiada por tu silencio y mi virginidad de peplo blanco, malnacida gracias al lanza rayos, agobiada por profecías que me enervan hasta la locura, declaro a la comunidad que: 1) La estatua (de ahora en adelante, ‘ella’) que me representa me cortará la cabeza, 2) no haré nada por impedirlo, 3) ella volverá a la carne y al hueso, 4) de este modo, se apropiará de las palabras de los padres de la literatura, que algunos suelen denominar ‘universal’, y 5) ella pedirá perdón a Medusa por llevarla en su égida imaginaria.



    Asteriona

    A Pía Barros

    ¿Quién soy? ¿La yegua de Minos, Vladimira la Empaladora, la jorobada de Notre Dame, Alien, la octava pasajera? Me han encerrado en este laberinto de historias y estoy sola, comiéndome a mí misma, esperando en la oscuridad que el hilo narrativo se corte, para así caer en una página en blanco.




    Dánae

    A Margarita Niemeyer

    Tengo una cita. Miro por la ventana, esperándolo. No quiso decirme su nombre verdadero. Llámame Zeus, escribió. Y Zeus tarda en llegar. Un momento. Ahí está de espaldas, frente a un árbol. ¿Qué hace? ¡Dioses del Olimpo! Me escondo, ruborizada. Lo mejor es que no me encuentre. Huyo por la puerta trasera y salgo corriendo al patio. Resbalo. Caigo sentada arriba de la poza fétida que él ha dejado. Viene hacia mí. Klimt, para servirla. Sonríe con el pincel en la mano, y comienza a pintar una lluvia dorada.



    Casandra

    El tiempo, / la gran puerta entreabierta
    Blanca Varela

    Apolo escupirá en mi boca. Troya será destruida. Áyax me violará. Nadie creerá en mí.

    Una mujer de nombre Christa, siglos después de mi muerte, escribirá: “¿Por qué quise, por encima de todo, el don de la profecía? Hablar con mi propia voz… pero, ¿a quién?”

    Ahora, cuando ya no tengo ojos, sé que la vida es la única inocente.



    Afrodita

    A Flavia Radrigán

    No crean. Estar equilibrada por siglos arriba de la valva es una pesadilla. Y qué decir de mis pies llenos de algas y ramificaciones coralinas por los azotes del mar espumoso. La humedad y el frío me han dotado de una voz grave. Cada vez que he pedido algo de ropa, todos han huido despavoridos. Nadie me da alimento. He tenido que comerme mis propios esputos sangrientos.

    ¡Hasta cuándo! ¡Bájenme de aquí! ¿Me escuchan?

    Ahí viene una mujer de extraña vestimenta. Dice que yo soy su patrona. Prende una vela y me pide ayuda. Dice que Cafishio la ha abofeteado y que le quitó su salario. Aquí hay sal de sobra, respondo. Ella mira el paisaje con agrado. Es el momento justo para ofrecerle un intercambio.



    Penélope I

    A Luisa Valenzuela

    Efectivamente, el bolso es de piel marrón. Antes estaba maltratada por el sol y la brisa marina, ya sabes, y con la curtiembre adquirió el tono ideal. Después me haré un par de zapatos de taco aguja, y si alcanza, una falda corta, con flecos estilo mohicano. Bueno, quizás se la regale a Euriclea, que hizo el trabajo duro.

    Extraño, eso sí, esas madrugadas donde el amante de turno, bostezando, estiraba sus manos para que yo ovillara la lana del tejido deshecho.



    Penélope II

    A Ida Latorre de la Cruz

    Querido Ulises: espero que al recibo de esta misiva se encuentre Ud. bien de salud y que su otitis sea un vago recuerdo en el barco de su memoria. ¿Tomó la medicina para el mareo? Es a base de amanita muscaria, un hongo que crece en el bosque de mi deseo. También debiera beber el elixir que le preparé para que nunca me olvide. Es un destilado de lophophora williamsii y de eritroxilon coca, plantas provenientes de tierras lejanas, y que utilizan sólo los hombres sagrados, como usted, mi rey.

    Yo, aquí, fumando cannabis indica y papaver somniferum para hacer más agradable la espera. Y me río, viera cómo río y me dan ganas de no sé, un cosquilleo por aquí y por acá.

    Cuídese mucho. Si vomita, escucha voces o ve visiones, no se preocupe. Es parte del tratamiento.

    Sin nada más que agregar, se despide

    P., hasta que la muerte nos separe.



    Penélope III

    Urdo la historia más triste del mundo, en donde el ovillo de lana es el protagonista principal, y la oveja, su antagonista. Ulises es personaje secundario en la malla narrativa, un navegante que terminó tierra adentro, balando desesperado su derrota.



    Medusa

    Las serpientes están cansadas de vivir conmigo. La tintura ha aplacado totalmente su veneno, el alisado las pone tristes y flacas; para qué decir con la permanente. Al ver las tijeras tiemblan enloquecidas. Varias ya no tienen cabeza, y vagan de oreja a oreja arrastrando sus colas. Mañana, antes de que Perseo me decapite, me pasaré la rasuradora y le arrancaré la cabellera a Afrodita. Veremos qué sucede.



    Lilith

    Dicen que la palabra lil significa viento y que soy nocturna seductora. Dicen que me fui del paraíso sin antes haber comido todas las manzanas del árbol y haber trabado amistad con esa serpiente sinuosa, sabia, silenciosa. Dice el Malleus Maleficarum que colecciono semen. Que soy un espíritu malvado, que danzo desnuda en los bosques de la noche junto a brujas, cabronas, mujeres de mala vida, de muerte disipada, putitas adolescentes, lesbianas, embarazadas, menstruantes que marcan cada árbol con su sangre, olvidadas, malamadas. Que si me encuentran, me queman. Pero ya soy el fuego de la estaca legendaria, y el viento que lo anima. Arden ellos, los que me recuerdan en noches como esta.



    Circe I

    Me veo caminando por una ciudad desconocida, emborrachándome en un bar de mala muerte. Me veo coqueteando con un tipo que fuma y no espera para darme el primer beso cansado de la noche. Me veo en su cama: él duerme; yo miro el techo. Antes me ha hablado de viajes y guerras, y yo he tenido un déjà vu. Cosas que a una se le ocurren. Me veo yéndome en un bote, pensando que por fin volveré a casa. Veo la isla, veo a los leones y los lobos, el telar; todo es nítido. Veo al mismo tipo fumador sonriéndome con unos boletos de avión en la mano. Me veo caminando por una ciudad desconocida, y todo es claro. Ahora sí. No me llamo Circe; soy una extranjera anónima que sólo quiere despertar y volver a Ea.



    Circe II

    Siéntese cómodamente, míreme a los ojos, escuche mi voz e imagine un mar plácido, más atrás un bosque; luego, una cabaña rústica. Abra la puerta, fije su atención en la mujer desnuda, recostada arriba de una piel de tigre; el fuego ilumina su cuerpo. La mujer lo llama. Cuando cuente hasta tres usted estará dormido, la mujer dirá “ven a mí, viajero”. Cuidado. Ella es bruja y adivina el parpadeo. A pesar de la advertencia, naufragará en sus brazos.

    Usted es un niño que juega con su madre a la ronda. Da vueltas y vueltas y vueltas. Usted es feliz y tan pequeño; su boca busca con avidez el pezón. Usted es diminuto, puede nadar y jugar con el cordón que lo ata a la vida. Tranquilo. No se le ocurra ir más allá. Déjese ir, vuelva a ser piedra, luz, palabra vacía. Cuando oiga el chasquido de mis dedos, usted, Ulises, rey de Ítaca, el que me cerró la puerta, habrá desaparecido, y yo escribiré la nostalgia de los días por venir.



    Sísifa I

    El hombre carga a Sísifa hasta la cima de la montaña. Cuando llegan, él se jacta de su fuerza y grita al mundo entero su triunfo, mientras Sísifa se lanza al vacío y vuela, libre ya de la roca y del mito.



    Sísifa II

    Las mujeres me condenaron a llevar una roca a la cima de la montaña, en castigo por haber seducido a sus maridos con cantos de sirena y laxos oráculos.

    Y esta piedra que mis manos empujan y arañan es un alivio. La lapidación hubiera sido mucho peor.



    Sísifa III

    A Natalia Bronfman

    Dueña de mis días y de mis noches.

    Dueña de la cima y de la roca.

    Esclava del recuerdo de un tiempo plasmado en una escritura ausente, donde había que caer y levantarse con la boca cubierta de tierra.

    A eso le llamo ‘conciencia’.





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  • 10/10/16--02:17: DAVID BUDBILL [19.238]

  • David Budbill 

    Nacido el13 de junio de 1940 en Cleveland, Ohio, EE.UU. - Murióel 25 de septiembre de 2016 en Montpelier, Vermont, EE.UU. Poeta, dramaturgo.

    Budbill vivía en las montañas del norte de Vermont con su esposa, la pintora Lois Eby; su hija es la poeta Nadine Lobo Budbill. Su trabajo se llevó a cabo en la Universidad de Vermont.

    En 1968, Budbill firmó el manifiesto "Guerra: protesta de escritores y editores", haciendo la promesa de rechazar el pago de impuestos en protesta contra la guerra de Vietnam. 

    Budbill murió a la edad de 76 años en su casa de Montpelier a las 12:30 el 25 de septiembre de, 2016, habiendo hecho frente a la enfermedad de Parkinson. [

    Poesía

    Barking Dog (Barking Dog Press, 1968)
    The Chain Saw Dance (Crow's Mark Press, 1977; Countryman Press, 1983)
    From Down to the Village (The Ark, 1981)
    Why I Came to Judevine (White Pine Press, 1987)
    Judevine: The Complete Poems (Chelsea Green, 1991, 1999)
    Moment to Moment: Poems of a Mountain Recluse ( Copper Canyon Press , 1999)
    While We've Still Got Feet (Copper Canyon Press, 2005)
    Happy Life (Copper Canyon Press, 2011)
    "Park Songs" (Exterminating Angel Press, 2012)

    Discos compactos 

    Zen Mountains-Zen Streets: A Duet for Poet and Improvised Bass (with bassist William Parker) (Boxholder Records, 1999)
    Songs for a Suffering World: A Prayer for Peace, a Protest Against War (with bassist William Parker and drummer Hamid Drake)(Boxholder Records, 2003)

    Obras de teatro 
    Mannequins' Demise (1965)
    Knucklehead Rides Again (1966)
    Pulp Cutters' Nativity (Countryman Press, 1981)
    Judevine: The Play (New American Play 2, Heinemann, 1990)
    Thingy World (1991)
    Little Acts of Kindness: A Poem for Fourteen Voices and Blues Band (1993)
    Two For Christmas (1997)
    "A Song For My Father" (2010)

    Opera Libretos

    A Fleeting Animal: An Opera from Judevine (with composer Erik Nielsen)(2000)

    Cyberzines 

    The Judeville Mountain Emailite: An On-line and On-going Journal of Politics and Opinion

    Historias cortas

    Snowshoe Trek to Otter River (The Dial Press, 1976; Onion River Press, 2005)

    Novelas 

    The Bones on Black Spruce Mountain (The Dial Press, 1978; Onion River Press, 2004)

    Libros para niños

    Christmas Tree Farm (Macmillan, 1974)



    El “Lirio de Día” Ubicuo de Julio

    Hay un “lirio de día” del color naranja que florece en julio
    y está en todas partes – justo ahora.
    Común. Corriente.
    Brota en el patio delantero, si abandonado o habitado;
    a lo largo de la calle, en frente de murallas de piedra,
    al lado de la estación de servicio o de una cochera,
    en la entrada del acceso; en hecho: a cualquier parte quiere crecer.
    Los ve en racimos, no solos.
    Se propagan por rizomas, entonces son resistentes y los encuentra en matas.

    Hay un “lirio de día” que florece en julio
    y está ubicuo – ahora mismo.
    Las podadoras grandes de grama los “talan” muchos
    pero no segan todos.

    Estos no son los “lirios de día” raros y delicados
    que alguna gente tienen alrededor de su casa.
    Éste es áspero, ordinario, a veces severo en su curtida belleza
    – casi como una mujer veterana de cara correosa, arrugada,
    que conoce mundo.

    En esta flor no hay nada núbil, lisa o animada.
    No es fresca; la hemos visto de largo, de aquí para allá;
    todos la conocen.

    He dicho que el “lirio de día” es áspero y ordinario;
    y es bello a causa de ser ordinario.
    Una planta que ha naturalizado en el campo y en la ciudad;
    una planta que se vuelve robusta, irrompible, indómita.
    En pocas palabras: firme y fuerte, como
    alguien o alguna cosa que debe sobrevivir.

    Translator: Alexander Best 


    Sometimes

    Sometimes when day after day we have cloudless blue skies,
    warm temperatures, colorful trees and brilliant sun, when
    it seems like all this will go on forever,

    when I harvest vegetables from the garden all day,
    then drink tea and doze in the late afternoon sun,
    and in the evening one night make pickled beets
    and green tomato chutney, the next red tomato chutney,
    and the day after that pick the fruits of my arbor
    and make grape jam,

    when we walk in the woods every evening over fallen leaves,
    through yellow light, when nights are cool, and days warm,

    when I am so happy I am afraid I might explode or disappear
    or somehow be taken away from all this,

    at those times when I feel so happy, so good, so alive, so in love
    with the world, with my own sensuous, beautiful life, suddenly

    I think about all the suffering and pain in the world, the agony
    and dying. I think about all those people being tortured, right now,
    in my name. But I still feel happy and good, alive and in love with
    the world and with my lucky, guilty, sensuous, beautiful life because,

    I know in the next minute or tomorrow all this may be
    taken from me, and therefore I've got to say, right now,
    what I feel and know and see, I've got to say, right now,
    how beautiful and sweet this world can be.



                 
    THREE DAYS IN NEW YORK: A BLUES IN Bb 

                         for William Parker
             
    I

    At The Painting Center on Green Street surrounded by Ying Li’s paintings,
    oil and acrylic on canvas, of rivers and mountains and sky, fields in the distance
    and apple trees—all only vaguely there in these thickly painted, abstract and
    intense, splashes of color exploding off the canvas, emotion laden strokes
    of the brush growing out of her life with Chinese calligraphy—all here on these
    canvases, this so-called Western, so-called European art.

                
    II

    The New Chao Chow Restaurant on Mott a block above Canal:
    Water Cress in Bean Curd sauce
    Steamed Whole Founder smothered in shredded scallions and ginger
    Seafood Hot Pot
    Duck
    And for desert a turn around the corner to the Italian bakery on Mulberry,
    the one right next to The Luna. Then out again and walkin', eatin’ cannolis
    on Canal Street headed for the Q train.

                
    III

    On the balcony overlooking the Rotunda at the Metropolitan Museum of Art
    a display of pottery showing how the ancient Chinese and Persian Empires
    (Iran and Iraq) influenced each other, how Buddhist, Taoist, and Muslim potters
    traded back and forth ideas for glazes, colors, designs, shapes for their vessels—
    all this back and forth on The Silk Road and Steppe Routes thousands of years ago.
    Who told us Europe discovered the world?


    IV

    155th Street and Frederick Douglas Boulevard, Charles’s Southern Cooking:
                Collard Greens
                Fried Chicken
                Spare Ribs in Barbecue Sauce
                Collard Greens
                Macaroni and Cheese
                Chicken in Barbecue Sauce
                Collard Greens
    Corn Bread
                Collard Greens
    and your choice of Lemonade or sweet Iced Tea.
               
                
    V

    There are shards of 12th Century Chinese celadon pottery on the beaches of
    east Africa. The Chinese were there with whole armies and horses, gobs
    of stuff centuries before the European colonizers ever dreamed of going there. 
    Who told us Europe discovered the world?

                
    VI

    Polyglot          Gumbo          Masala          Stew    
    Hybrids          Bastards         Mutts          All of us.
    All sloshed together.         Ain’t it grand?

                
    VII

    And here I am this old white guy all decked out in my
    yellow, orange, red, black, blue and white dashiki
    and my blue and gold African mirror hat playing
    Japanese bamboo flute and ropes of bells from India
    and a gong from Tibet, with these far-out, crazy
    jazz musicians what come in how many different
    shades of flesh and nationality, and me right here
    on the Lower East Side in New York City reading my
    cracker, woodchuck, honky, ofay, green mountain,
    ersatz, Chinese, wilderness poetry.
                                                      
    first published in Happy Life, Copper Canyon Press, 2011





    BUGS IN A BOWL
                    
    Han-shan, that great and crazy, wonder-filled
    Chinese poet of a thousand years ago, said:

    We're just like bugs in a bowl.  All day
    going around never leaving their bowl.

    I say:  That's right!  Every day climbing up
    the steep sides, sliding back. 

    Over and over again.  Around and around.
    Up and back down.

    Sit in the bottom of the bowl, head in your hands,
    cry, moan, feel sorry for your self.

    Or.  Look around.  See your fellow bugs.
    Walk around.

    Say, Hey, how you doin'?
    Say, Nice bowl!
                                      
    first published in Moment to Moment: Poems of a  Mountain Recluse,
    Copper Canyon Press, 1999





    Tomorrow

     Tomorrow 
    we are
    bones and ash, 
    the roots of weeds
    poking through
    our skulls. 

    Today,
    simple clothes,
    empty mind, 
    full stomach,
    alive, aware,
    right here,
    right now.

    Drunk on music,
    who needs wine?

    Come on, 
    Sweetheart,
    let’s go dancing
    while we still 
    have feet. 
                   
    first published in While We've Still Got Feet, Copper Canyon Press, 2005








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  • 10/10/16--02:47: SAM SELVON [19.239]

  • Sam Selvon

    Samuel Selvon (Nació: San Fernando, Trinidad y Tobago, 1923 – Murió: Puerto España, 1994) es uno de los escritores más reconocidos de Trinidad y Tobago, así como uno de los pioneros en lograr acercar la literatura a la realidad lingüística de sus habitantes. Está considerado el padre de la literatura negra británica y el gran renovador de las letras antillanas. Tras abandonar Trinidad, Selvon se afinca en Inglaterra en los años cincuenta. A esta época corresponde Solos en Londres. Concluida su etapa en Reino Unido, donde permanece hasta la década de los setenta, Selvon se traslada a Canadá y trabaja en las universidades de Victoria y Calgary. Entre sus obras destacan: Solos en Londres, Moses Ascending y A Brighter Sun.

    Premios:

    Selvon was awarded two Guggenheim Fellowships (in 1955 and 1968),[8] an honorary doctorate from Warwick University in 1989, and in 1985 the honorary degree of DLitt by the University of the West Indies.[2] In 1969 he was awarded the Trinidad & Tobago Hummingbird Medal Gold for Literature, and in 1994 he was (posthumously) given another national award, the Chaconia Medal Gold for Literature.[8] In 2012 he was honoured with a NALIS Lifetime Achievement Literary Award for his contributions to Trinidad and Tobago's literature.[8]

    Bibliografía:

    A Brighter Sun (1952)
    An Island is a World (1955)
    The Lonely Londoners (1956)
    Ways of Sunlight, short stories (1957)
    Turn Again Tiger (1959)
    I Hear Thunder (1963)
    The Housing Lark (1965)
    The Plains of Caroni (1970)
    Those Who Eat the Cascadura (1972)
    Moses Ascending (1975)
    Moses Migrating (1983)
    Foreday Morning (1989)
    Eldorado West One, collected one-act plays (1989)
    Highway in the Sun and Other Plays (1991)

    Filmografía:

    Pressure (1976), co-written with Horace Ové


    Temor

    Lo cierto es que
    profundamente
    me asusto de la vida:
    la lucubración solitaria
    (el mediodía tiene su
    cavilación también.)
    He descubierto que la incertidumbre
    está trepando, acechante y listo;
    estando pendiente del momento expuesto.

    Soy pecador:
    Eso es la verdad.
    Y los pecadores son ellos que
    saben demasiado o muy poco.
    Porque soy pagano,
    venerando las cosas inanimadas:
    ser un rey durante un día, solo – ¿pues?

    Temo que
    la fe no sea suficiente,
    pero esta vida no esté lleno.
    Construyo unos dioses vagos pequeñines:
    esos dioses vagos
    en lo más profundo de la noche,
    o del día superficial.
    Pero todos ellos se precipitaron.

     Translator: Alexander Best 



    Sueño

    Perdí un sueño esta mañana
    cuando me desperté,
    y supliqué a la noche
    para traerlo de nuevo.
    Los tranvías roncos, en vano;
    y aquellos que yo conocía
    pasaban por un desconocido
    separado a sí mismo…

    En un desconcierto completo
    averigüé a un méndigo en el parque
    – una voz entusiasta por nada sino una voz –
    y el reloj de la iglesia
    hablaba alocadamente de
    alguna hora de la tarde.

    Pues entendí
    el secreto del círculo cuadrado,
    y miré la muerte de la Eternidad;
    y dos por dos es igual a cinco.
    Yo veía el Tiempo tambaleándose
    y una puesta del sol
    en el centro del cielo.

    El méndigo escupió
    sobre una hoja seca en el polvo…
    El bufón era sordo,
    entonces escuchaba
    el vacío tremendo que yo contaba…
    Pues me desperté.

     Translator: Alexander Best 



    Consuelo

    La reacción inmediata a la acción
    no es la cosa auténtica
    ni representa el hombre usual.
    Una furia caliente a causa de un golpe;
    un júbilo rápido después de un beso:
    estos pasarán, y luego
    llegará la verdad.

    Y puede que sí – con la vida.
    Esta existencia en un dos por tres,
    dentro de la eternidad del Tiempo,
    puede ser que sea la reacción;
    y cuando nos moriremos
    llegarán los ámbitos, las reflexiones más sabias:
    la lucidez de la vida.

     Translator: Alexander Best 



    El árbol guayacán

    Para conseguir la vista esencial
    de este árbol guayacán en el parque,
    o sea, mirar las floraciones amarillas
    parcheando lo azul del cielo tropica,
    tengo que estar parado a cierta distancia.

    Para agarrar una falta de vida
    es pisar las flores tiradas sobre la hierba;
    es mirar las últimas de la rama hasta el suelo:
    una respuesta reluctante a la gravedad.

    Únicamente son los niños que
    entienden la belleza límpida;
    con manos extendidas y ansiosas
    tras las flores para bloquear un rato
    su caída al suelo.
    Parto de ellos
    porque soy demasiado viejo para comprenderlo.

     Translator: Alexander Best 


    Los cuatro poemas arriba están incluidos al volumen de 2012, The Poems of Sam Selvon, editado por Roydon Salick, con un prólogo de Kenneth Ramchand. La mayoría de la poesía de Samuel Selvon data de los años 40, antes de su emigración al Reino Unido. Durante las dos décadas que siguieron, Sr. Selvon se volvió reconocido por sus obras literárias: novelas, relatos cortos, dramas para la radio BBC, y ensayos. Pero empezó todo con algunos poemas inquisitivos y tiernos, escritos mientras vivía en la ciudad de Port-of-Spain donde trabajaba como corresponsal del periódico Trinidad Guardian.



    Fear

    To tell truth
    I am deeply afraid of life,
    The lonely lucubration
    (Noon-day has its pensiveness
    Too).

    I have found uncertainty
    Creeping,
    Lurking just a little way off,
    Waiting, watching for the
    Unguarded moment.

    I am a sinner.
    That is the truth of it.
    And sinners are those who
    Know too much or too little.
    For I am a pagan
    Worshipping inanimate things:
    King for a day, and then?

    I am afraid
    Faith might be insufficient,
    Yet life might not be full.
    I build little vague gods:
    Those vague gods in the deep
    Of night
    Or of the shallow day.
    But they all come tumbling
    Down.



    Dream

    I lost a dream this morning
    When I woke
    And prayed the night
    To bring it back again.
    In vain the noisy trams;
    And those I knew I passed
    A self-estranged stranger…

    In utter bewilderment
    I probed the beggar in the park
    (An eager voice for nothing
    But a voice)
    And the clock on the church
    Spoke crazily of some time
    In the evening.

    And then I knew
    The secret of the square circle,
    And saw Eternity die
    And two and two make five.
    Saw Time staggering,
    And a sunset
    In the centre of the sky.

    The beggar spat
    On a brown leaf in the dust…
    The fool was deaf
    So he listened
    To the tremendous nothingness
    I spoke…
    Then I awoke.


    Consolation

    The immediate reaction to action
    Is not the true thing
    Nor depicts the usual man.
    Hot fury at a blow;
    Swift joy at a kiss,
    Will pass, afterwards
    The truth will come.

    So perhaps with life,
    This split-second existence
    In the eternity of Time
    Might be the first reaction,
    And when we die, will come
    Wiser realms, soberer thoughts ––
    The truth of life.



    Poui Tree

    To get the essential view
    Of this particular
    Poui tree in the park,
    That is to say, to watch
    The yellow blossoms patch
    The blueness of the tropic sky,
    I must stand some distance off.

    To capture lifelessness
    Is to trample on the flowers
    Lying on the grass,
    To look at the death-throes
    From limb to earth,
    The reluctant answer
    To gravity.

    Only children know
    The pristine beauty,
    With eager outstretched hands
    After the flowers from the earth
    To bar their fall
    A little longer.
    I leave them because
    I am too old to understand.



    Pauline Enriques with Samuel Sevlon_Caribbean Voices BBC radio programme_1952


    The above poems are included in the 2012 volume The Poems of Sam Selvon, edited by Roydon Salick, with a foreward by Kenneth Ramchand, and published by Cane Arrow Press.

    The four poems here date from 1947. The bulk of Samuel Selvon’s poetic output dates from before 1950 (the year he emigrated to London, England), though his long prose-poem, “Poem in London” (which was broadcast on BBC Radio’s Caribbean Voices programme in 1951) is perhaps the most famous. Best known for his novels, short stories, radio dramas and non-fiction writing, Selvon’s poems had too long lain in vintage magazines and archive drawers until Cane Arrow Press decided to present these romantic, philosophical verses to the reading public.

    https://zocalopoets.com/2016/08/31/samuel-selvon-poemas-traducidos/








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  • 10/10/16--03:20: ANSON GONZÁLEZ [19.241]

  • ANSON GONZÁLEZ

    Anson Gonzalez, Catalizador y motivador de la literatura caribeña. Muy respetado poeta y editor de Trinidad Anson González, una figura clave en el movimiento de la poesía del Caribe de la década de 1960 y 70. Murió en Gales (Reino Unido), el 6 de septiembre de 2015, después de una larga enfermedad. Tenía 79 años. 

    Anson Gonzalez no empezó a escribir sus propios poemas hasta 1984, aunque había encabezado un movimiento literario en su nación nativa – Trinidad y Tobago. Fundó la revista pancaribeña New Voices (Nuevas Voces) durante los años 70, y lanzó el evento anual Poetry Day (Día de la Poesía) en octubre de 1979. Fue coadyutorio también en la creación de la Writers’ Union of Trinidad y Tobago (Unión de Escritores de Trinidad y Tobago).

    Es también uno de los fundadores de la Unión de Escritores de Trinidad y Tobago, y en 1979 se inició la celebración del Día de la Poesía que se celebra en octubre. Esto se ha convertido en un evento anual celebrado en toda la diáspora. En 2000, fue galardonado con el título de poeta laureado por el Círculo de Poetas de Trinidad y Tobago para los muchos pasos que ha realizado para las artes literarias. En 2015, Anson fue inscrito en el Registro Memoria del Mundo para el Caribe y América Latina, concede a través de Comité de la UNESCO *. 


    Poemas en prosa:
    del poemario Cruce de Sueño (Crossroads of Dream) (2003)


    La misma dirección durante cuatro décadas – ¿estabilidad o inercia?

    Un solo empleo desde la edad de dieciséis – ¿virtud o fracaso?

    Nunca había residido or estudiado en el extranjero – ¿restringido o contento?

    Su cacharro y él – juntos para veinticinco años.

    La misma esposa, los mismos hijos para cuarenta años
    – ¿un compromiso de larga duración o un terror de cambio?

    ¿Puede ir al próximo nivel, o siempre estará fijado a éste
    pues lo encantará eternamente?

    El mismo corazón – latiendo desde su nacimiento.



    . . .


    La araña Anansi se escabullía sobre el cielo de la habitación – como un ninja.

    Silenciosamente se centró para capturar una panzada. Mientras concentrándose en su comida no se dio cuenta de la lanza que se preparaba para arponearle.

    Él escuchó la oración halal; sintió las mantras kosher; las bendiciones baraka bashad.

    Mientras tanto, el gigante estuvo listo para enviarle hasta su próxima encarnación.

    No puedo viajar con la barriga hambrienta, pensó, y de repente dejó descender a sí mismo una distancia escarpada, y aterrizó el piso cerámico. Corriendo en piernas tambaleantes, él pasó zumbando hacia la oscuridad, desesperado por esquivar. Apresurándose, corriendo a las zonas oscuras – demasiado rápido por la araña – un guerrero sobrecargado de vejez.

    Se escapó en un recoveco, aterrado pero vivo, y seguro hasta la próxima tentativa de comer.


    . . .


    Erupciona la hermosura antes del comienzo del tiempo de la cosecha y los retoños proclamando su plenitud. Borlas cónicas deslumbran el paisaje navideño de cañas de azúcar. Ellas brillan como los fuegos artificiales del Año Nuevo que saludan las mañanas de enero – fuegos que se cortan el chorro – aleatoriamente – después de una expresión efímera pero gloriosa, de deleite.

    Pues, comienza el esfuerzo amargo, y la belleza se inclina por las cuchilladas de brazos golpeandos que le arrazan a ella en la causa de supervivencia.

    Carretillas y remolques rodan, las ruedas de las fábricas gruñen, y el calor convierte en la riqueza la realidad. El hollín se difunde y cubre el lugar de belleza con la pátina del Hades. Del sitio de cremación, cercano, el humo oscurece el cielo.


    . . .



    Mientras sale a caminar al kiosco de diarios, la blancura de platino del sol baña el valle con las bendiciones. Los vecinos del hombre, sus cuatro rosas rojas se balancean con un resplendor al aire – como unos besos del bel alba. La neblina de las colinas se desvanecía como el aliento del dulce amante al momento de separación.

    De pronto, el día parecía tan bendecido y espléndido:

    Fue posible, casi posible, olvidar la amenaza a la seguridad de una confrontación entre el Gobierno y unos insurgentes aspirantes que habían amenazado nuestra urbanidad y seguridad una vez antes.

    Fue un momento yuxtapuesto entre el sagrado y el vulgar. Él estuvo balanceando en el humbral de una emoción inexplicable, y reflexionó sobre un querido amigo. Cuando regresó, su esposa estuvo regando sus flores amadas para salvaguardarlas de las atenciones abrasadoras del ojo antillano al cielo.

    Translator: Alexander Best




    Prose poems from Crossroads of Dream (2003)



    Same address for four decades – stability or inertia? One job since sixteen – virtue or failure? Never lived or studied abroad – limited or contented? His old car and he – together for twenty-five years. Same wife and children for forty years – longterm commitment or fear of change? Can he go into the next plane – or will he be attached forever to this one and haunt it eternally? Same heart beating beating from birth.


    . . .


    Anansi slinked on the ceiling like a ninja. He quietly settled in to capture a bellyful. Concentratin on his meal, he didn’t notice the pole preparing to spear him. He heard the halal prayer. He sensed the kosher incantations, the baraka bashad blessings, as the giant prepared to send him to his next incarnation. Can’t travel on hungry belly, he thought, dropping suddenly the precipitous distance, hitting the tiled floor, running on kilkitay legs, scurrying to the darkness, desperate
    to escape. Scurrying, hurrying into the darkened areas, too fast for the age-encumbered warrior, to escape in a crevice, terrified but alive; safe till another attempt at feeding.


    . . .


    Beauty erupts before croptime starts and ratoons announce their time of fullness. Conical tassels dazzle the Xmas canescape.

    They shimmer like New Year’s fireworks on January mornings that go out desultorily after their short-lived but glorious expressions of delight. Then, bitter toil begins; beauty bows to the slash of striking arms that lay her low in the cause of survival.

    Carts and trailers trundle, factory wheels grumble; heat converts reality to wealth. Soot spreads and covers beauty’s place with a patina of Hades. From the nearby cremation site smoke darkens the sky.


    . . .


    As he stepped out to go to the newsstand, the platinum whiteness of the sun bathed the valley with its blessings. His neighbour’s four red roses swayed resplendently in the air like beautiful dawn kisses. Mist on the hillsides was dissipating like a sweet lover’s breath at the moment of parting. Day suddenly seemed so blessed and glorious that one could almost forget the security threat in a confrontation between Government and some would-be insurrectionists, who had threatened our civility and safety once before. It was a moment juxtaposed between sacred and profane. As he balanced on the cusp of an inexplicable emotion, he though of his dear friend. When he returned, his spouse was watering her beloved flowers to save them from the scorching attentions of the Antillean eye in the sky.


    Anson Gonzalez began writing poetry in 1984, though he had been involved in the arts – as founder and editor of The New Voices bi-annual journal during the 1970s. He was an important motivator and promoter of literary culture in the Caribbean – and in Trinidad & Tobago most especially. Poetry Day, observed every October, was an event launched by Mr. Gonzalez in 1979, and he also helped to form the Writers’ Union of Trinidad and Tobago. Survived by his wife Sylvia, T&T’s Poet Laureate died in 2015, in Cardiff, Wales, where his adult daughters have made their home.


    https://zocalopoets.com/2016/08/







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  • 10/10/16--04:10: EARL McKENZIE [19.242]

  • Earl McKenzie

    Nació en 1943, Mount Charles, St. Andrew, Jamaica.

    Earl McKenzie nació en la zona rural Monte Carlos, San Andrés Jamaica en 1943. Asistió a Oberlin High School y Mico Teachers College. Luego vivió durante algunos años en los EE.UU. y Canadá, donde obtuvo una licenciatura y maestría de la Universidad de Columbia y un Ph D de la Universidad de Columbia Británica.

    Enseñó Inglés, Artes Visuales y Educación en el Colegio de Maestros de la Iglesia, Mandeville, Jamaica durante 25 años, y durante 15 años fue profesor de Filosofía de la Universidad de las Indias Occidentales, Mona. Ahora está retirado. En 2000, fue galardonado con una medalla de plata Musgrave por su contribución a la literatura. En 2011, recibió un premio Mico University College 175 aniversario por servicios distinguidos.

    Publicó dos poemarios – Contra la linealidad cronológica (Against Linearity, 1993), y La hoja del almendro (The Almond Leaf, 2008).


    Translator: Alexander Best 
    https://zocalopoets.com/2016/08/


    El silencio es mi hogar

    Si el oído es el último sentido que “va”,
    según dicen,
    entonces envíeme a la meta con
    El Canon en Re Mayor por Pachelbel
    pues la cosa final que oiré
    es la capacidad para la belleza
    del hombre pecador.

    Si me afferaré tan tenazmente
    a los ruidos de este mundo,
    esto es porque
    el sonido – sobre todo –
    es la consecuencia más pura
    del ser.

    Si yo soltaría
    tu belleza,
    tu perfume,
    y tu piel lisa,
    me afferaré al sonido de tu voz.

    Y si el sonido es
    el vecino más cercano de la muerte,
    pues este amante – yo –
    sabe que el silencio es su casa.



    Las ruedas de la guerra

    Las ruedas de matanza por la guerra
    están moviendo sobre el desierto
    los camiones y tanques del ejército.

    Entre los cuentos saliendo a la luz
    hay una fotografía
    de un chico refugiado
    jugando con una rueda.

    Yo, a la misma edad de él,
    corría las ruedas
    en caminos tranquilos
    que hendieron colinas verdes
    – sin ningunos soldados a la vista.

    Pero este chico,
    más que cuantos soldados,
    entiende el júbilo del
    ingenio de la rueda.




    Jazz y Canto de Ave

    Mientras escucho
    el saxofón de Coltrane
    dando forma a una melodía exquisita
    también yo oía
    un pájaro cantando afuera.

    El uno es arte,
    según dicen,
    un arreglo de sonidos,
    estampado por la voluntad humana,
    que tira enigmáticamente
    a la experiencia del corazón.

    El otro es un sonido
    genéticamente programado
    – quizás una llamada de apareamiento –
    y moldeado por la evolución.

    Pero los dos son divinos
    – como la gramática –
    ordenados en su manera.

    Pues:
    hay la divinidad
    – seguramente –
    en el jazz y en el canto de aves.



    El análisis

    Después del análisis de sangre
    yo di un paseo en el centro comercial.

    En la tienda
    la música era empalagosa
    mientras yo miraba las ropas que
    llevaré como un hombre enfermo.

    En la librería
    no había ningún volumen
    que hablara de mi condición.

    En el supermercado
    compré la comida saludable
    – pero demasiado tarde.

    Mientras yo conducía a casa
    me decía que
    la enfermedad es algo tan natural
    – como un río en torrente,
    o una tormenta en el mar.

    El resultado estaba negativo
    – y alegremente.



    La fuerza del arte

    Cuando nos dimos cuenta de que
    nuestras voces pueden volverse en
    instrumentos musicales exquisitos;

    que nuestros cuerpos pueden estar moldeados
    en danzas poderosas;

    que nuestras palabras pueden estar colocadas
    en poemas y cuentos emotivos;

    que podemos dar forma de declaraciones de la verdad
    con el barro y la pintura;

    que podemos erigir la arquitectura sublime
    de las materias de esta tierra;

    que la grande música está empotrada
    en la madera y los metales y las pieles;

    cuando descubrimos estas cosas
    tropezamos con la potencia
    – no el misterio –
    del arte.




    Silence is My Home

    If hearing is the last sense to go,
    as they say,
    then send me home with
    Pachelbel’s Canon in D
    so that the last thing I hear
    is sinful man’s capacity for beauty.

    If I will cling most tenaciously
    to the noises of the world,
    it is because
    above all else
    sound is the purest consequence 
    of being.

    So if I let go
    of your beauty,
    your perfume,
    and your smooth skin,
    I will cling to the sound of your voice.

    And if sound
    is death’s nearest neighbour
    this lover of stillness knows
    that silence is my home.




    Wheels of War

    The killing wheels of war
    move army trucks and tanks
    into the desert.

    Among the stories coming out
    is a photograph
    of a boy refugee
    playing with a wheel.

    At his age I ran wheels
    on quiet roads
    slicing green hills,
    without a soldier in sight.

    But this boy,
    more than the soldiers,
    knows the joy
    of the invention of the wheel.




    Jazz and Birdsong

    While listening
    to Coltrane’s saxophone
    shaping an exquisite melody
    I also heard a bird
    singing outside.

    One is art,
    they say,
    patterns of sound
    arranged by human will
    and mysteriously tugging
    at the heart’s experience.

    The other is genetically programmed sound,
    a mating call, perhaps,
    shaped by evolution.

    Yet, so ordered,
    both are divine as grammar.

    There is divinity, surely,
    in jazz and birdsong.





    The Test

    After the blood test
    I went for a walk in the mall.

    In the store
    the music was sickly sweet
    as I looked at the clothes
    I might wear
    as a sick man.

    In the bookshop
    not a single volume
    spoke to my condition.

    In the supermarket
    I bought healthy food
    too late.

    As I drove home
    I told myself
    that sickness is as natural
    as a river in spate
    or a storm at sea.

    The result was joyfully negative.




    The Power of Art

    When we discovered

    that our voices can become
    exquisite musical instruments;

    that our bodies can be shaped
    into powerful dances;

    that our words can be arranged
    into moving poems and stories;

    that we can form clay and paint
    into statements of truth;

    that we can raise sublime architecture
    from the substances of the earth;

    that great music is embedded
    in wood, metals and skins;

    when we discovered these things
    we came upon
    not the mystery
    but the power of art.



    Earl McKenzie has lectured at the University of the West Indies in Mona, Jamaica, as Professor in Philosophy. He has written novels and philosophical essays, as well as gathering together his poems into two collections – 1993’s Against Linearity, and 2008’s The Almond Leaf (from which the above poems have been chosen).







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  • 10/10/16--04:38: TOM WAYMAN [19.243]

  • Tom Wayman 

    Tom Wayman nació en 1945 en Hawkesbury, Ontario, a medio camino entre Montreal y Ottawa, en el valle del río Ottawa, Canadá. El padre de Wayman fue químico en la planta de celulosa en la fábrica de Hawkesbury. En 1952, el padre de Wayman tomó un trabajo en la planta de celulosa en Port Edward, en las afueras del puerto pesquero y de aguas profundas Prince Rupert, al sur de la península de Alaska. En 1959, la familia se trasladó a Vancouver, BC, donde el padre de Wayman trabajó como ingeniero de diseño de la planta de celulosa, y la madre de Wayman tomó un grado avanzado en su trabajo, de trabajo social. Wayman terminó la escuela secundaria, y asistió a la Universidad de la Columbia Británica, donde se graduó en 1966 con una licenciatura en Inglés de Honor. Durante sus años de estudiante Wayman trabajó como reportero en el diario Vancouver Sun, y en el periódico de los estudiantes de la UBC La Ubyssey (de la que fue editor en jefe de 1965 a 1966).

    Bibliografía:

    Poesía:

    Waiting for Wayman (Toronto: McClelland & Stewart, 1973)
    For and Against the Moon (Toronto: Macmillan of Canada, 1974)
    Money and Rain (Toronto: Macmillan of Canada, 1975)
    Free Time (Toronto: Macmillan of Canada, 1977)
    A Planet Mostly Sea (Winnipeg: Turnstone, 1979)
    Living on the Ground (Toronto: McClelland & Stewart, 1980)
    Introducing Tom Wayman: Selected Poems 1973-80 (Princeton, N.J.: Ontario Review P, 1980)
    The Nobel Prize Acceptance Speech (Saskatoon: Thistledown, 1981)
    Counting the Hours (Toronto: McClelland & Stewart, 1983)
    The Face of Jack Munro (Madeira Park, BC: Harbour, 1986)
    In a Small House on the Outskirts of Heaven (Madeira Park, BC: Harbour, 1989)
    Did I Miss Anything? Selected Poems 1973-1993 (Madeira Park, BC: Harbour, 1993)
    The Astonishing Weight of the Dead (Vancouver: Polestar, 1994)
    I'll Be Right Back: New and Selected Poems 1980-1996 (Princeton, N.J.: Ontario Review P, 1997)
    The Colours of the Forest (Madeira Park, BC: Harbour, 1999)
    My Father's Cup (Madeira Park, BC: Harbour, 2002)
    High Speed Through Shoaling Water (Madeira Park, BC: Harbour, 2007)
    Dirty Snow (Madeira Park, BC: Harbour 2012)
    Winter's Skin (Fernie, BC: Oolichan, 2013)
    Built to Take It: Selected Poems 1996-2013 (Spokane, WA: Lynx House, 2014)
    The Order in Which We Do Things: The Poetry of Tom Wayman (selected and with an introduction by Owen Percy; Waterloo, ON: Wilfrid Laurier UP, 2014)

    Novela:

    Woodstock Rising (Toronto: Dundurn, 2009)

    No ficción:

    Boundary Country (Saskatoon: Thistledown, 2007)
    A Vain Thing (Winnipeg: Turnstone, 2007)
    The Shadows We Mistake for Love (Madeira Park, BC: Douglas & McIntyre, 2015)

    Antologías:

    Beaton Abbot's Got The Contract: An Anthology of Working Poems (Edmonton: NeWest, 1974)
    A Government Job at Last: An Anthology of Working Poems (Vancouver: MacLeod, 1976)
    Going For Coffee: Poetry on the Job (Madeira Park, BC: Harbour, 1981)
    East of Main: An Anthology of Poems from East Vancouver (co-edited with Calvin Wharton; Vancouver: Pulp, 1989)
    Paperwork: Contemporary Poems from the Job (Madeira Park, BC: Harbour, 1991)
    The Dominion of Love: An Anthology of Canadian Love Poems (Madeira Park, BC:Harbour, 2001)

    Crítica:

    Inside Job: Essays on the New Work Writing (Madeira Park, BC: Harbour, 1983)
    A Country Not Considered: Canada, Culture, Work (Toronto: Anansi, 1993)
    Songs Without Price: The Music of Poetry in a Discordant World (Nanaimo, BC: Malaspina University-College, 2008).



    ¿Me perdí algo? (1994)

    [ Una pregunta común de los estudiantes – después de saltarse una clase ]

    Nada. Cuando nos dimos cuenta no estuviste presente
    nos sentamos al pupitre, en silencio, con las manos unidas,
    por las dos horas completas.