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    Gianpaolo G. Mastropasqua

    (Bari, Italia, 1980)
    Médico y músico, vive migrante entre el puerto del Mediterráneo, la Alta Murgia y Andalucía. Hizo su debut con Silenzio con variazioni (2005) y publicó Andante dei frammenti perduti (2008), para el editor LietoColle. Creó y dirigió el "LietoColle Sur Tour" y editó con Anna Toscano y María B. Tolusso la antología Taggo e ritraggo.




    Llama alquímica

    Sobre la frente de la materia nunca detenida
    que imperceptiblemente te oprime
    como una arcaica madre obsesiva
    yo bebo los albores de cada edad como
    un perro callejero herido por las blasfemias
    de los palacios, me hago el muerto
    en tu olor a antimonio puro
    para refugiarme en tu profecía
    en el himno del ombligo mineral
    remonto el cordón celeste de la sabiduría
    furioso y mudo como Giordano en llamas.


    Como alma fija

    Me queda esta imagen rauca
    clavada en equilibrios que nunca escribiré
    y estos ojos de otoño, diseminados
    en el florero, en una mañana sin espacios,
    cuando ignoraba tus suicidios cotidianos
    y no me importaba ser un piano
    bajo tus dedos blandos como teclas negras:
    has dejado este espejo, que cada noche
    se encarna más, como alma fija.

    Danzas de amor y duende, edición bilingüe italiano-español, traducción de Francesca Corrias y Julio Pavanetti, Enkuadres, Valencia, 2016




    Fiamma alchemica

    Sulla fronte della materia mai ferma
    che impercettibilmente ti sovrasta
    come un’arcaica madre ossessiva
    io bevo gli albori di ogni età come
    un randagio ferito dalle bestemmie
    dei palazzi, mi fingo morto
    nel tuo odore di antimonio puro
    per rifugiarmi nella tua profezia
    nell’inno dell’ombelico minerale
    ripercorro il cordone celeste della sapienza
    furioso e muto come il Giordano tra le fiamme.



    Come anima fissa

    Mi resta questa immagine rauca
    conficcata in equilibri che non scriverò mai
    e questi occhi d’autunno, dispersi
    nel portafiori, in un mattino senza spazi,
    quando ignoravo i tuoi suicidi quotidiani
    e non importava che essere un pianoforte
    nelle tue dita morbide come tasti neri:
    hai lasciato questo specchio, che ogni notte
    s’incarna di più, come anima fissa.



    da "Adagio Limbico" del VIAGGIO SELVATICO INCOMPIUTO 


    (la stanza selvatica) 

    La stanza selvatica ha il corpo di guerriero 
    e sulla fronte una medusa di nuvole fisse 
    negli angoli assoluti si rincorrono bambini 
    il sogno da latte finisce la primavera, 
    nelle arcate serpeggiano sillabe, i trofei

    intermittenti, per la deglutizione delle prede 
    l'indigeno catturasogni ha la vista più lunga 
    dell'uccello che è stato, eppure è cieco 
    e canto resterà lì a contare le stelle… 
    chi vince può cibarsi sull'altalena del buio 
    o spingere il pianeta in un ciuffo meraviglia 
    sul carro che supera la finzione del cielo 
    e dondola nella crepa silenziosa di una culla 
    nel Dio che accarezzando l'umana miccia 
    saltò in aria per coprirci la testa dagli occhi. 


    (la spiaggia) 

    Si abbandonò in capovolta di clessidra 
    sul fianco più estraneo del cielo 
    sorvolò tre volte il capo danzante 
    e si distese nel pensiero delle nubi, 
    virò nella morsa dove il fiato cede 
    nel giro nuvolare degli spiriti attinti 
    fino al sudore centrale dei pianeti 
    sparsi in briciole sul tavolo dell'azzardo; 
    e vidi sfilare l'indicibile, le spose perenni 
    il destino nudo nella cartapesta degli anni 
    e dimenticai il mio nome selvatico, l'indirizzo 
    delle vertebre, la sillaba immobile e ridente 
    le generazioni fonetiche, le finzioni alsaziane 
    e il pedale rampicante delle macchine umane. 


    (la seduttrice) 

    Si ciba di polvere e di tarli 
    di vecchie caldaie di organici affanni 
    va per mostri di carta e dimora 
    la soffitta che nidifica ha più segreti 
    dei suoi abitanti, li studia a volte 
    pesa cellula per cella, giudica la fine 
    misura la violenza e il genio, il gesto 
    il fallo proteso nel cielo oracolare 
    le mani da ultima suonatrice di silenzi 
    dove per conquiste senili e glutee 
    o fiati di versi per antri temporali 
    s'involano le prede nel corpo sonoro 
    la somma millenarie delle età sospese 
    nell'atto che vita e morte sommerge. 


    (piazza degli eroi) 

    Ci trovammo nella piazza imbandita della sera 
    nel nucleo di una tavola meccanica 
    come tante posate volanti, come macchine scolpite 
    nel capodanno preistorico della fame: cigolavano 
    le moire dell'equilibrio, le muse strepitose 
    del ferro, come lance definitive, come teoremi 
    a orologeria, prima dell'ultimo canto nuziale 
    vagavano a folle i mulini a vento, le imprese ruotanti 
    di una storia che da un futuro voleva essere 
    raccolta, raccontata, come una bimba! E scoppiava 
    in lacrime d'argento, fiorivano i tarli argentini 
    sfinivano nell'estasi come il diavolo del passo 
    e smarrimmo l'alfabeto nella folgore cenerina 
    ma la tecnica non bastò a disarmare il sogno 
    la festa è un passaggio fossile, un furto della polvere 
    un ronzino che acceca la corsa, una morte accesa. 


    (una forma di murgia) 

    L'antico ragazzo fiutò la piazza per correre 
    incanalò il palo di folla e impallidì 
    tutti erano rimasti indietro accecati: 
    cominciò a muovere i pedali come petali 
    ora a folle, ora dosando il gas con mestiere 
    quando superò le case e afferrò l'arrivederci 
    capì di aver cancellato il paese dalla nascita 
    fu felice di andare dove attraversano le greggi 
    o qualche vacca di nebbia dai segnali arrossati 
    come le tempie quando incontrano un'uscita 
    di murgia, quando cadono nelle rete 
    degli alberi palafitte, quando avvistano 
    il castello terragno appostato a mezz'aria, 
    in dolce attesa, da noi un passo. 


    (il vaso) 

    Mondo è questa voce che toglie un fiato 
    più dello spazio logico è il seme 
    che scompare piantando la realtà nel suo vaso 
    una rosa senza spine può piegarsi ai fatti 
    il sangue punge sempre verso il basso 
    l'ubriaco è già bagnato sull'orlo della sera. 
    Escono come aghi dalla pelle punta 
    girano i tacchi e rubano le scarpe al tempo 
    le parole vanno vengono a carica lenta 
    ci ridono pagliacci dalle stupide colonie 
    ci fingono attori immensi come insetti 
    le coppie si agganciano nei circuiti amorosi 
    come quando non c'è più corrente 
    e ci si muove appena, come nascosti 
    nel rumore accecante di un labiale 
    un atto di bruciante fissità 
    dove ci si muore, per poco. 


    (la bevuta) 

    Quest'utile che corre come una lama 
    scandita sulla parola in amore 
    come la smorfia dei padri in vendita 
    nelle vetrine altolocate della morte. 
    Questa gloria filiale del macero 
    che scardina gli avamposti delle cosce 
    fino alla lacrima, fino all'ultima foce 
    dove beve ogni conquista, ogni sangue civile. 
    Quest'ombra che a giorno fatto si accompagna 
    guardinga come un abisso epidermico, immota 
    fino al giudizio della cellula, allo stato 
    delle giunture urlanti, fino all'acrilico 
    di una libertà impazzita, una zanzara, punto. 








    .


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  • 07/14/16--01:46: CLARA NÚÑEZ [18.925]

  • Clara Núñez 

    (A Coruña, 1990). Poeta residente en Barcelona, licenciada en Periodismo por la Universitat Autónoma de Barcelona, posgraduada en Estudios Africanos  y especializada en poesía africana por la Universidad Pompeu Fabra. Trabaja como editora y redactora encargada de la sección de literatura en la revista Radio Africa Magazine. También es cofundadora del “Funzine Human Beings” junto a la ilustradora y amiga Carmen Seijas (Hanako Mimiko) en el cual publica sus poemas. Ha sido la comisaria y traductora del Primer Recital de Poesía Africana organizado durante la Semana de la Poesía Barcelona 2016 y acaba de terminar un fotolibro de poemas que se publicará en Octubre creado junto a la fotógrafa Gema Noach en la Residencia Artística Thread de Senegal de la “Josef Anni Albers Foundation”.



    Augustain es de la región de Tambacounda
    Nació en un pueblo cercano a Sinthia
    Se levanta cada día a las seis
    Riega el huerto atentamente
    Planta, cultiva, arregla
    Es parco y políglota en pulaar, wolof y francés
    Su sonrisa está llena de vida y
    Obligaciones hechas de buen grado
    Toma su té, come su cena, duerme como un niño
    ¿con qué sueña?
    Nunca le verás apoyarse en el mango
    De la pala pensativo y melancólico
    El pasado, si le asalta, no lo muestra
    El sol no le afecta
    Su tenacidad recuerda al mar
    Y nunca enferma
    Me pregunto si, al igual que los baobabs
    albergará miles de litros de agua
    en su interior,
    como ejemplo de fluidez y de reserva



    Quiero estar presente en mi falso bautizo
    Méteme en el agua completa y profundamente
    Y si el agua se tiñe de rojo, no mires
    Tengo lo que los ingleses del XIX llamarían “un pasado”
    Brillo intermitente,
    Tú sospechas como un bosque oscuro
    Yo sospecho y voy como una dama
    Abriendo los ojos tiernos, danzando rápida como un misterio
    Por momentos quiero confesarme, pero,
    ¿querrás tú escucharlo?



    Paseábamos y llovía, discutíamos
    Sobre la lengua, el barroco
    Los tres bajo un paraguas, todo era húmedo
    Oscuro, salvaje, musgo en las cortezas
    En la piedra, en los puentes
    Agua sobre agua
    Y cuando mi hermano exclamó clamando al cielo: ¡¡Porque el barroco!!
    Todo el cielo se nos vino encima
    Pero no pudimos callar
    El milagro lo vieron otros
    Nosotros seguimos mientras el Eume fluía,
    Claro como una radiografía iluminando la tormenta



    Los árboles que yo amo
    No se irán ni mucho ni poco
    Tiemblan
    Crecen y se extienden ocultos
    Bajo todo lo aparente
    Esconden su ancla
    Bien asidos al centro
    Sin perder el eje ni la compostura
    Como los niños digo que en invierno
    Se desvisten, quedan sus ramas desnudas
    A las inclemencias del tiempo
    ¿son los árboles desnudos el invierno?
    No les verás llorar
    Todo el otoño pude observar
    El tinte de sus hojas agrietadas
    Tan bellas y crujientes
    Que iban cayendo lentamente, lentamente…
    Ahora queda en pie su esqueleto
    Las hojas se amontonan y deshacen
    Como polvo al polvo
    El árbol que yo amo espera
    Y no le importa
    Es sabio y tarde o temprano
    Como los niños digo
    Vendrà la primavera
    Tendrán su traje nuevo
    Brotes verdes celebrarán
    El amanecer de los tiempos



    Recuerdo de mi hermano David

    Veo poco a mi hermano
    Y cuando estamos juntos
    Me lleva a los bosques
    Antes, por el camino, siempre conduce él
    Yo le escucho
    Quiero amar lo que él abrace
    En mis sueños aún le sigo de lejos
    Para cazar serpientes
    Pequeña y torpe
    Confío ciegamente en su protección
    Ni hombre ni mujer, andrógina y expectante
    Estoy tranquila.
    Cerca de mi hermano soy más verde y enraizada
    El mundo es más posible, no importa si cae la noche
    Somos detectives, buhoneros, alpinistas
    Altivos
    Vivimos en el siglo XIX y lo echamos de menos
    ¿Quién nos ha traído hasta aquí?



    En el río Gambia, jabón, agua estancada y
    Cientos de telas recién lavadas a secar sobre su arena de playa
    Una vena milagrosa en medio de la tierra
    Agua roja y marrón fluyendo en corrientes frías y pájaros azules
    Me meto, me hundo, sumerjo mi cuerpo,
    Salpico y la bebo hasta volverme inmune, hasta que se me arrugan los dedos, hasta que mi pelo
    Es estopa y tinta y todos los niños me aceptan
    Floto y observo; soy un cocodrilo, un hipopótamo, una piedra
    Cumplo una fantasía y muere
    Tras la curva del río baja el sol hinchado y brillante de puro agotamiento
    todos recogen sus telas y en silencio
    la luna asciende transparente por la otra cara del cielo
    llegan las vacas, mojan sus pezuñas en la orilla
    Se tumban legítimas y aristocráticas sobre la arena que ya no arde
    Sol y luna empiezan a fundirse lento,
    Todos sentimos claramente el fin de un día
    Y el espacio es tan grande



    Sinthian

    Mugen las vacas
    Balan las cabras
    Rebuznan los burros
    Hacia el cielo claro
    desgastado por el sol
    como tela
    una y otra vez lavada
    Qué lejos quedan de aquí las gaviotas
    Y su graznido quejica
    La tentación de huir, el anhelo
    Si lo hay, no consigo identificarlo
    La música está completa en el balanceo
    De las hierbas,
    Las vacas vagan
    Marcando el paso de todo lo demás

    http://www.otroparamo.com/poesia-espanola-clara-nunez/



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    MOHAMED FARID ZALHOUD

    Mohamed Farid Zalhoud, nacido en 1959 en Tafraout, es un un poeta marroquí en idioma francés, además de pintor y escultor.

    Farid Mohamed Zalhoud ha compuesto una trilogía poética en lengua bereber titulada: Imerruyen, takad, ighd (Chispas, fuego, cenizas), editada por las Éditions Berbères, en París, bajo el título Afgan Zund Argan.

    Parole de Paria es su primera colección de poemas aparecida en Les Cahiers d’Anoual.

    En 2007, ha publicado dos nuevos poemarios en PDF en Diogène Éditions Libres: Ultime Poème (Último Poema y Semblable à l’arganier (Al igual que el árbol de argán).

    a finales de 2008, una antología titulada Mots de neige, de sable et d'océan: littératures autochtones" (Palabras de nieve, arena y mar: la literatura autóctona) apareció en Québec, bajo la dirección de Maurizio Gatti, con un prefacio de Tomson Highway, y que reúne a treinta y un autores, entre ellos Farid Mohamed Zalhoud.

    Primer libro de su tipo que se publicará en Canadá, Mots de neige, de sable et d’océan reúne textos de los indígenas Francofonos . Indios americanos (Québec), bereberes (África del Norte), Canacos (Nueva Caledonia) y polinesios (Polinesia Francesa) para aprender juntos a través de la literatura, citando muchos temas comunes que unen el territorio, el amor y las tradiciones de la experiencia colonial. Los autores presentan poemas, cuentos, fragmentos de novelas, obras de teatro y otros géneros de sus propias tradiciones.

    Premios literarios

    Mohamed Farid Zalhoud ha obtenido tres premios literarios :

    en 1997, el premio Saïd Sifaw ;
    en 2000, el premio de joven creador del Gran Premio internacional Abdelkrim Khattabi ;
    en 2001, el premio Tamaynut.



    Dossier de poesía francófona reciente organizado por Sergio Eduardo Cruz y Gustavo Osorio de Ita, presentamos tres poemas del poeta, escultor y pintor marroquí Farid Mohamed Zalhoud (1959), pertenecientes a la antología titulada Semblable à l’arganier.

    Las traducciones son de Ilse Campos (1995).
    http://circulodepoesia.com/2016/07/veinte-poetas-francofonos-recientes-farid-mohamed-zalhoud-1959/


    La lutte contre le temps

    Moi, je désire vivre; que meure qui veut mourir
    Le temps règne sur la raison; le genou, il a pu affaiblir
    Bande de poltrons, oh, mauvaise graine
    Amène-toi ère de rien que je t’offre l’épine
    Mes compliments pour ta fosse si tu es amène

    Moi, je désire vivre; que périsse qui veut périr
    Jusqu’à ce qu’on assiste au vainqueur ô temps
    Seul dans la jungle; nuée, je te vois t’enfuir
    Je ne crains pas le lion; par contre, je l’appelle
    Toi qui me ressembles, que Dieu te Bénisse

    Moi, je désire vivre; que trépasse qui veut crever
    Aliéné je suis pour toi qui ne vis que pour les entrailles
    Les cœurs sont de fer, la forge en ruine tombe
    La bête surpasse la mèche; le pigeon la palombe
    Moi, j’ai leurré le temps par passion pas de représailles

    Moi, je désire vivre; que meure qui veut mourir



    La lucha contra el tiempo

    Yo deseo vivir; que muera quien morir quiera
    El tiempo reina sobre la razón; la rodilla puede debilitar
    Banda de cobardes, oh, mala semilla
    Ven, era de nada, que te ofrezco la espina
    Mis cumplidos por tu fosa si eres amena

    Yo deseo vivir; que perezca quien perecer quiera
    Hasta que veamos al vencedor, oh tiempo
    Solo en la jungla; nube espesa, yo te veo huir
    Yo no temo al león; al contrario, lo llamo
    Tú que eres parecido a mí, que Dios te Bendiga

    Yo deseo vivir; que fallezca quien morir quiera
    Demente estoy por ti que sólo vives para las entrañas
    Los corazones son de hierro, la fragua en ruinas cae
    La bestia sobrepasa la mecha; el ave a la paloma
    Yo he engañado al tiempo por pasión, sin represalias

    Yo deseo vivir; que muera quien morir quiera



    Femme jaune

    Le môme que porte la femme jaune est chétif
    Faim, si tu étais un homme, je te trancherais vif
    Ces petits affamés, ces petits nus damnés à errer
    Tu en souffres ô mon cœur car la main est navrée
    Si seulement j’ètais un crésus bonasse je vous graverais
    De quignons, de fringues; hélas! Défaite j’essuierais
    O vie, tu es pour la veuve telle la pierre jamais molle
    O langue, on dirait que tu te voiles quand je t’aborde
    Ces mots dont j’ai grand besoin semblent te faire défaut
    De l’ennui je me suis dépêtré par des poèmes placebos
    A quoi rime enfin que l’on profère vaine parole?

    Mes larmes coulent vers la mer; la terre en déborde
    Les hommes sont rares; je ne vois nul qui te rassure
    O femme abandonnée et de grossesses alourdie
    Le chemin de l’errance est long, point clair mais obscur
    Celui qui le bat en est las, ni éteint ni abouti



    Mujer amarilla

    El niño que lleva la mujer amarilla es enclenque
    Hambre, si fueras un hombre, yo te cortaría vivo
    Estos pequeños hambrientos, estos pequeños desnudos condenados a errar
    Tu sufres, oh, corazón mío, porque la mano está afligida
    Si tan solo fuera yo un rico bonachón les grabaría
    Mendrugos, vestimentas; ¡ay! La derrota enjugaría
    Oh vida, tú eres para la viuda tal como la piedra nunca blanca
    Oh lengua, uno diría que te escondes cuando yo te encaro
    Esas palabras que yo necesito tanto parecen faltarte
    Del aburrimiento me liberé con poemas placebo
    ¿A qué rima, en fin, proferimos vanas palabras?

    Mis lágrimas fluyen hacia el mar; desbordan la tierra
    Los hombres son raros; no veo alguno que te tranquilice
    Oh mujer abandonada y de embarazos pesada
    El camino del errante es largo, punto claro, pero obscuro
    Aquel que lo vence está hastiado, no apagado ni terminado



    Mauvais sort

    Ne suis-je pas d’ici? Où vais-je alors partir?

    Dès que j’approche l’espoir, il s’envole; à quoi vais-je servir?
    Mauvais sort est l’écriture, fardeau, à qui vais-je écrire?
    Le poème d’amour ô souffrance me voici frémir

    Mon être est épris de poèsie qui est ma guérison
    Le cœur bat le cafard, l’estomac bouffe le gazon
    La frange désire la frange et la barbe son semblable
    Moi, je chéris tout le monde surtout les inconsolables

    Quand je dis mes poèmes, m’écoutent des entrailles
    Mes émules et j’en crève; mon cœur en sanglote
    Point je ne pardonne celui qui les fils cisaille
    Sur le tissage d’amour et qui abat ses potes

    Pourriez-vous, Paris ou Londres, me quérir
    Parmi la neige une chaude demeure et me chérir?
    Ce que l’âne forcé bouffe; ouf! j’ai bouffé la paille
    O, liberté, des braises j’ai avalées; je te veux sans faille



    Mala suerte

    ¿No soy de aquí? ¿A dónde voy a partir, entonces?
    Si me acerco a la esperanza, ella se va volando; ¿para qué voy a servir?
    Mala suerte es la escritura, una carga, ¿a quién le voy a escribir?
    El poema de amor, oh sufrimiento, y heme aquí, estremecido

    Mi ser es seducido por la poesía que es mi cura
    El corazón bate la tristeza, el estómago se come el césped
    El fleco desea al fleco y la barba a su semejante
    Yo, yo atesoro a todo el mundo, sobre todo a los inconsolables

    Cuando me digo mis poemas, me escuchan las entrañas
    Mis seguidores, y yo muero; mi corazón solloza
    No perdono al que los hilos corta
    Sobre el tejido de amor y que dispara a sus amigos

    ¿Podría usted, París o Londes, buscarme
    Entre la nieve una cálida morada y atesorarme?
    Lo que el asno forzado come; ¡uf! yo he comido la paja
    Oh, libertad, cenizas he devorado; yo te quiero sin falta


    ***


    Vient de paraître "Imriri n umdlfaw" ( Le Seuli de l'Aube ),recueil de poèmes en Tamazight Imprimerie Al-Aqlam Agadir Maroc fin avril 2010


    Inconsistance et j'en passe
    (Dédié à Mostafa)

    Durera ce délire je l'espère car d'insomniaque émane
    Blotti contre le flanc où le coeur tel un oiseau en cage
    Que des folles visions fouettent de la haine de la rage
    Celui d'un enfant délaissé qui vainement crie "aman"

    La nuit elle si longue se déroule combien indifférente
    Eveillé quant à lui quand ronronne las ce bas monde
    Lorsque sa douce âme vadrouille erre et vagabonde
    Le trépas le guette d'oeil mauvais en sa tourmente

    C'est alors qu'inconsistant n'insistant plus il se rend
    Calumet de paix éteint ses mirettes baissées lasses
    La pipe en os se casse que veux-tu pote qu'il fasse
    Aujourd'hui c'est déjà demain qui point ne surprend

    Tout est dit et pourtant tout être humain s'acharne
    A y mettre un peu du sien voire un vain brin de rien
    C'est pourquoi moi aussi un drôle de scribe j'incarne
    Pour ne pas paraître aux yeux des miens un vaurien



    Air précaire
    (Dédié à Renée dite Frisson)

    Son cri pur m'est parvenu
    Et j'en ai gros sur le coeur
    De vaine plainte saugrenue
    Qui avive bien de rancoeurs

    Je la sais fargile et précaire
    Qui d'espoir fort se nourrit
    Et se lasser cela c'est clair
    Sans amour tout se pourrit

    Elle provoque les beaux parleurs
    De mots d'amour en haut parleur
    Mots dits maudits car sans échos
    Pour des horizons point amicaux

    Je la sais aussi qui tant pleure
    Pétrie de douleur la flétrie fleur
    Femme en flamme l'infâme sort
    A fait pour elle tellement de torts



    Douce attente
    (Dédié à Karine)

    A quoi bon ami attendre
    Si ce n'est un mot tendre
    Comme l'amour comme la paix
    Une douce attente qui paie

    La voilà ami qui arrive
    Ma muse tant attendue
    Avec des merles et des grives
    Une main de fée tendue

    Ma mie qui d'une caresse
    Aussi soyeuse que la paresse
    Essuie cafard efface ennui
    Et fait de moi ce que je suis

    Poète chanteur et heureux barde
    Qui pour les vers et pour les rimes
    Habille accoutre et vêt et farde
    Le poème gai svelte et sublime



    Saut de gazelle
    (Dédié à Virgule Isabelle)

    Arrêt sur image:
    Je t'apostrophe
    Souplesse bondissant
    Adresse resplendissant
    En ton saut éblouissant
    Finesse et fin de strophe

    Emu d'admiration:
    Dans l'étonnement primaire de l'enfant sidéré
    Je te zieute ébaubi exécuter une inouïe danse
    Je te zieute percuter par ta splendide cadence
    Les recoins fort reculés de mon coeur téméré
    Coï, bibi reste baba de plaisir et joie immenses

    Incroyablement crédule:
    Allons;et que ça saute môme!
    Magne-toi;toi qui refuses être homme!
    Amène-toi ressaisis-toi bel ange!
    Oublie tes nuits hantées de montres et fantômes!
    Crois-les sois confiant en tes mirettes étranges!

    D'un vers à l'autre:
    Médusé ô dame qui marque de virgules
    Mes pas qui trébuchent mes yeux crédules
    Ma tête bidule ma boule débile de bulles
    Mon coeur battant chamade qui déambule
    Marque-moi Virgule d'un point à la ligne et d'une majuscule



    Hic et mot bile
    (Dédié à Mouloudi , poète du monde)

    Je m'évade mais je reviens à ma prison maudite
    Mon salut n'est trouvable qu'au sein de moi-même
    Entendeur compagnon ami et prochain acolyte
    Voudrais-tu je te prie ouïr mon hic en ce poème ?

    Voudrais-tu soutenir mon haleine narratrice
    Sans songer en retenir la sagesse du propos
    Ni soigner des soupirs mon os qui crisse ?
    Je le veux à moi seul de l'éveil au repos

    Te voilà qui t'emballes pour de vaines babioles
    Et qui tentes tout ouïe et tout oeil de saisir
    Par six sens l'essence au lieu de laisser moisir
    En son insensé sort inouï de l'absurde guignole

    Va l'ami ta triste ombre me dit long de la mienne
    Itou de l'immonde monde hanté de sombres âmes
    Toi qui es comme le cygne et le navire et la rame
    Persiste signe et dénonce cette vie qui est chienne




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  • 07/15/16--02:34: ELSA VEIGA [18.927]

  • Elsa Veiga 

    Nació en Santiago de Compostela en 1972. Estudió Filología Hispánica en la Universidad Autónoma de Madrid y se especializó en Literatura Española e Hispanoamericana. Pasó dos años inolvidables en la Biblioteca Nacional de Madrid catalogando manuscritos del poeta Jorge Guillén, dio clases de español para extranjeros, ha trabajado como jefa de prensa y comunicación en editoriales y escribe relatos, novelas y poesía, además de artículos y reseñas para revistas. En su blog, ‘El sofá rojo’, vuelca lo más apasionado. En 2009 recibió el primer premio de relato corto de Binéfar (Huesca). Fue finalista en el XXVII Premio Ana María Matute de Relato 2015 con El verano de Tom Sawyer, recientemente publicado por la Editorial Torremozas.



    Y veo lo que queda

    Yo, cuando decepciono,
    me retiro.
    Agacho la cabeza,
    la meto bajo tierra.

    Tú, cuando decepcionas,
    te haces grande.
    Gigante del orgullo,
    me persigues.

    Yo hundo la cabeza.
    Lentamente.

    Los ojos,
    como hogueras encendidas,
    cómo si no,
    si no, no son hogueras,
    comienzan a mirar
    lo que nos falta
    y lloran lamentando
    lo que queda.

    Yo, cuando soy consciente
    del otoño,
    dejo caer las hojas
    que me sobran.
    Retiro la coraza
    con premura
    y en carne viva
    dejo que me veas.


    Recuerdos enfrascados

    A las tardes ociosas
    se unió la pesadumbre
    de tener que pensarlas.

    No valía con sentirlas
    —sentirte era otra cosa—.
    Había que contenerlas
    en frascos de memoria.

    Guardé con certidumbre
    los momentos pasmados,
    las arañas reptando,
    mi ojo en las paredes.

    Escondí tras la puerta
    los momentos felices
    que no fueron ociosos.
    Viví tras las persianas
    los que me devolviste.

    Guardé en frascos y en cofres
    los instantes perdidos.
    Cubrían las telarañas
    los más afortunados.

    Me pillas recogiendo
    los restos de una tarde
    entre cristales rotos
    de un frasco que rompimos.

    Acumulado el polvo
    entre el corcho y el vidrio
    destapo uno bien alto
    que observa lo que hacemos.

    El olor de momentos
    felices y perdidos,
    aunque quiera apresarlo,
    se escapa por el cuello
    e impregna todo el cuarto.

    Las arañas esquivas
    que anidan en lo alto
    van cayendo, invadidas
    por el olor a viejo
    por fin recuperado.


    Mañana y cicatrices

    Es miedo lo que tengo
    y cicatrices.
    Anuncian su comienzo al principio del muslo
    y ascienden imparables hasta ahogarse
    en el cuello.
    Las miran los que esperan encontrar mi conciencia.
    La doctora las trata con mimo y sin sorpresa.
    Sospecha el miedo azul que trasluce en el fondo
    de cada cuadradito de la piel que me forma.

    Conforman mi conciencia cantidades de miedos
    que intentan escaparse por la boca y los ojos,
    por los huecos que saben que no quieren abrirse.

    Las mañanas despiertan con los ojos cerrados.
    Queriendo ser mañanas siguen siendo mis noches.
    La boca entumecida del vómito pasado
    no expresa un miedo eterno,
    no habla conmigo apenas.
    Cobra vida, a mí ajena,
    cobra muerte en lo triste
    que resulta ser mía.

    De mí se sonreía
    la otra noche, temblando,
    mientras yo la forzaba a expulsar
    lo que había.
    A través de la risa
    sostenía la mía.

    Mi boca independiente
    y mis ojos ausentes
    no creen en las mañanas
    porque habitan personas
    llenas de cicatrices.


    El cruce de caminos

    El cruce de caminos
    que une tu historia
    con mi historia
    acabará en una encrucijada
    en la que no habrá vuelta.

    De vueltas de la vida vengo,
    y sin embargo
    miro
    y no sostengo
    los restos que me quedan
    de cordura.

    Me agarro a las paredes
    que duras y solemnes me protegen.
    Como si fuera importante
    lo que existo,
    que importa más al resto
    que a mí misma.

    La protección de cunas y algodones
    la cambié, sin querer, por el vacío.
    En casa se sembró la mala hierba.
    A diario la recojo y crece obscena
    para marcar mi vida para siempre
    para juntar mi pena con tu pena.

    Levanto la persiana y entran soles.
    La felicidad se doblega
    a la voluntad de ambos.

    Tus soles mañaneros
    se precipitan en noviembre
    hacia la escarcha
    que en ventanas con borde
    se sustenta.

    La nieve no aparece
    hasta diciembre
    y anuncia su llegada
    con queja y alarido
    grito helado
    querido, conocido para todos,
    final de mi día transformado.

    De la unión de dos cuerpos
    creí que salían almas enceradas.
    Y compruebo que no.
    Que encrucijadas hay muchas
    y la mía es más tuya
    y la aspereza.
    No hay ceras que abrillanten imposibles
    ni historias que prolonguen mi aventura.



    Ligera como araña

    Las arañitas locas que bailan en mi piso
    esperan mi llegada con las patas abiertas,
    me abrazan a lo araña
    y estudian mis reacciones.

    Las observo subirse y bajarse por sus obras.
    Orgullosas reptaban y bajaban tan tristes
    que les puse un sofá pequeñito, una tele,
    una Play y unos libros.

    La idea era que olvidaran sus hilos por un rato.
    Quizá nunca lo hicieron.

    Intenté acomodarlas a un espacio pequeño.
    Entre las dos paredes
    creé mundos de arañas
    por supuesto invisibles.
    Les gustaban.

    A partir de aquel día
    quisieron recibirme
    con halagos y fiestas,
    con noches sin ser tristes.
    Construyeron castillos
    con hilos que volaban,
    alados, contagiosos de risa
    y de ese ritmo
    que quiero y que no olvido.

    Me balanceo ahora
    de hilos hecha mi hamaca.

    Permanezco escondida,
    feliz con mis arañas.



    Nueva York desde Bryant Park

    Me siento a contemplarte
    en Bryant Park
    pocos días antes de irme
    de ti
    quién sabe si para siempre.

    Bajo el quiosco de helados, a la entrada,
    una tarde de calor y humedad
    de fin de agosto,
    de resto de verano,
    de Labor Day con vida.

    Times Square a mi izquierda.
    Las Américas miran en mi norte.
    Detrás, el Empire,
    majestuoso,
    se refleja en el cristal
    de un rascacielos.

    “Si deja de llover prometo…”
    me digo con pocas esperanzas.
    Y no sé qué prometo,
    qué podría,
    qué daría
    consuelo a esta tarde.
    Qué de nuevo.

    Permanecer aquí
    daría esperanza
    a las últimas horas de este día.

    Una tarde,
    de verano cargada
    todavía,
    me miré en el espejo
    de una orilla
    de edificios inmensos
    que invitan a quedarse.
    Enormidad plagada de alegría.

    http://latribudefrida.com/poesia/poemas-de-elsa-veiga/ 





     .

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    Theodor Seuss Geisel - Dr. Seuss -

    (Springfield, Massachusetts, 2 de marzo de 1904 – San Diego, California, 24 de septiembre de 1991) fue un escritor y caricaturista estadounidense, más extensamente conocido por sus libros infantiles escritos bajo su seudónimo, Dr. Seuss. Publicó más de 60 libros para niños, que a menudo se caracterizan por sus personajes imaginativos, rimas y el uso frecuente del contador de trisílabas.

    Dr. Seuss escribió libros tan populares como Hop on Pop, ¡Cómo el Grinch robó la Navidad! (How The Grinch Stole Christmas), que tiene como personaje principal al Grinch, El Lorax (The Lorax) y El gato en el sombrero –también conocido como El gato garabato (The Cat in the Hat) y el gato ensombrerado. Usando cuentos e imágenes surrealistas, las obras de Seuss despiertan la imaginación de los lectores a la vez que tratan temas esenciales como el deterioro del medio ambiente o la adquisición de la propia identidad. El constante juego de palabras convierte sus textos en obras casi intraducibles.

    En el año 1984 recibió una mención especial del premio Pulitzer, por su contribución a la literatura infantil.

    Theodor Seuss Geisel nació el 2 de marzo de 1904 en Springfield (Massachusetts), hijo de Henrietta Seuss y Theodor P. Geisel. Tuvo dos hermanas. Su padre era superintendente de parques y se encargaba del Forest Park, en Springfield, un parque enorme que incluía dentro de sus límites un zoológico y estaba ubicado a tres cuadras de una librería. Era miembro de una familia emigrante de Alemania por lo que el nombre Seuss se pronunciaría en realidad “zoiz”, sin embargo en Estados Unidos popularizaron la pronunciación “seus” y es la pronunciación aceptada casi universalmente al referirse al nombre de este escritor.

    Acudió a la Universidad de Darthmouth, donde se unió al diario de la universidad y llegó a ocupar el cargo de editor en jefe. Sin embargo, cuando las autoridades de la institución descubrieron una fiesta clandestina organizada por Theodor durante un período de ley seca, decidieron que el joven Geisel debía renunciar a todas sus actividades extracurriculares. Al verse privado de su puesto como editor buscó la forma de continuar participando en la redacción del diario de su universidad, el Darthmouth Jack-O-Lantern, así que empezó a firmar sus textos como “Seuss”. Entró luego a la Universidad Lincoln,6 en Oxford, Inglaterra, buscando un doctorado en literatura. En Oxford conoció a Helen Palmer Geisel, con quien contrajo matrimonio en 1927. Acabó regresando a Estados Unidos sin haber obtenido el título. El “Dr.” de su seudónimo es un homenaje a los deseos de su padre, que anhelaba que él obtuviera un doctorado en Oxford. Durante una difícil enfermedad la esposa se suicidó el 23 de octubre de 1967. Seuss se casó el año siguiente con Audrey Stone Dimond. Dr. Seuss falleció luego de varios años de enfermedad en La Jolla, California, el 24 de septiembre de 1991. En el 2002 el Jardín Nacional de Esculturas del Dr. Seuss fue inaugurado en su ciudad natal, Springfield, Massachussets y tiene varias estatuas de Dr. Seuss y de muchos de sus personajes. A pesar de haber dedicado gran parte de su vida a escribir libros para niños Dr. Seuss nunca tuvo hijos.

    Obra

    Primeros años

    Empezó a enviar artículos humorísticos a medios escritos como Judge, The Saturday Evening Post, Life', Vanity Fair y Liberty. Además gozó de fama nacional gracias a una serie de anuncios publicitarios que creó para el insecticida Flit. Geisel se mantuvo económicamente a él y a su esposa durante la Gran Depresión haciendo dibujos publicitarios para General Electric, NBC y otras compañías. También realizó el guion y los dibujos de una caricatura de corta vida llamada Hejji, en 1935.

    Primer libro infantil

    En 1937, mientras Seuss regresaba de Europa en un viaje marítimo, el ritmo del motor del barco inspiró el poema que se convirtió luego en su primer libro, Y pensar que lo vi por la calle Porvenir (And to Think That I Saw It on Mulberry Street). Seuss escribió tres libros infantiles más antes de que empezara la Segunda Guerra Mundial, dos de los cuales se encuentran redactados en prosa, cosa atípica en los textos de Seuss.

    Segunda Guerra Mundial

    Al empezar la Segunda Guerra Mundial, Dr. Seuss se inclinó por las caricaturas de temática política, y dibujó más de 400 tiras en dos años como caricaturista editorial para el PM, un periódico izquierdista de Nueva York. Estas caricaturas luego publicadas en el libro Dr. Seuss va a la Guerra se oponían a Hitler y Mussolini y eran de alto contenido crítico. Otras caricaturas criticaban el racismo ante los judíos y negros y a los efectos nocivos del racismo en tiempos de guerra. Sus caricaturas apoyaban al Presidente Roosevelt y su manejo de la guerra, y atacaban frecuentemente al congreso, a la prensa y a otros por las críticas a Roosevelt, por las críticas ante la ayuda a la Unión Soviética, la investigación de los sospechosos de comunismo y demás ofensas que consideraba contribuían a la desunión del país.

    En 1942, Dr. Seuss dirigió sus energías al apoyo directo a los esfuerzos de los Estados Unidos ante la guerra. Primero trabajó dibujando Pósters para el Departamento del Tesoro y la Junta de Producción de Guerra. Luego, en 1943, se unió a las Fuerzas Armadas y fue comandante del Departamento de Animación de la Primera Unidad de Películas de las Fuerzas Armadas de los Estados Unidos. Allí escribió cortometrajes que incluían Tu trabajo en Alemania, una película de 1945 sobre la paz en la Europa posterior a la guerra, Diseño para Muerte, un estudio de la cultura japonesa que ganó un premio de la Academia a Mejor Documental en 1947, y el Soldado Snafu, una serie de cortometrajes sobre el entrenamiento de la armada. Mientras formó parte de las Fuerzas Armadas se lo premió con la Legión del Mérito. Otras películas de corte no militar realizadas por Seuss en la época también tuvieron gran acogida. Gerald Mc Boing Boing se llevó el premio de la Academia al mejor corto animado en el año de 1950.

    Obras más famosas

    Después de la Guerra el Dr. Seuss y su esposa se mudaron a La Jolla, California. Regresó a trabajar en libros infantiles y escribió lo que muchos consideran sus mejores trabajos, incluyendo títulos como: If I ran the Zoo (Si yo dirigiera el Zoológico, 1950), Scrambled Eggs Super! (¡Súper huevos revueltos! 1953), On Beyond Zebra! (¡Más allá cebra! 1955), If I ran the Circus (Si yo dirigiera el circo, 1956) y How the Grinch Stole Christmas! (¡Cómo El Grinch robó la Navidad!, 1957).

    Al mismo tiempo, ocurrió algo que influenció mucho el trabajo de Seuss: en mayo de 1954, la revista Life publicó un reportaje sobre las dificultades que tenían los niños de las escuelas para leer correctamente porque sus libros eran aburridos. El publicista de Seuss creó una lista de 400 palabras que consideraba importantes y le pidió a Dr. Seuss que la redujera a 250 palabras y que escribiera un libro usando únicamente éstas. Nueve meses después, Seuss, utilizando 220 de las palabras que le fueron dadas completó El gato en el sombrero (The Cat in the Hat). El libro mantuvo los dibujos característicos de Seuss, la rima y todo el poder imaginativo de los trabajos anteriores, gracias a la simplicidad de su léxico podía ser disfrutado por lectores principiantes.

    Existe el rumor de que en 1960, Bennett Cerf le apostó 50 dólares a que no podría escribir un libro usando solo cincuenta palabras. El resultado de tal apuesta es supuestamente Green Eggs and Ham (Huevos verdes con jamón). El rumor indica además que Cerf nunca le pagó lo acordado, pero esto no ha sido comprobado.

    Obras para adultos

    Escribió también para adultos usando el mismo estilo de rimas y dibujos, tales fueron: The Seven Lady Godivas: The True Facts Concerning History's Barest Family (Las siete Lady Godivas: los hechos reales concernientes a la historia de la familia más desnuda); Oh, The Places You'll Go! (¡Ah, los lugares a los que irás!); y You're Only Old Once (Solo se es viejo una vez).

    Sílabas métricas

    Dr. Seuss escribió la mayoría de sus libros en forma de rimas, la teoría métrica que utilizaba consistía de cuatro unidades rítmicas, estilo similar al de Lord Byron y otros grandes poetas. Estos versos y su interesante ritmo son apreciables únicamente en el idioma original inglés, aunque se han realizado traducciones que intentan preservar el estilo en verso del autor.

    Dibujos

    Los primeros trabajos de Seuss a menudo empleaban la sombra y textura de los trazos a lápiz o de acuarelas, pero en los libros infantiles del periodo de posguerra empleaba generalmente trazos hechos a base de pluma y tinta, normalmente solo usaba blanco y negro para sus dibujos, a veces uno o dos colores extra. Sus libros más tardíos como El Lorax, tuvieron más colores.

    Las figuras de Seuss son a menudo redondeadas y de hombros algo caídos. También casi todos los edificios o aparatos mecánicos que dibujó Dr. Seuss evitaban las líneas rectas, ninguna caricatura tiene una sola línea recta a pesar de que dicho objeto tenga piezas rectas en la realidad. Seuss disfrutaba dibujar objetos muy elaborados arquitectónicamente, su amplia gama de palacios, rampas, plataformas y escaleras eléctricas están entre las más recordadas de sus creaciones. También cabe destacar que todas las creaciones del Dr. Seuss tienen la parte inferior de la nariz muy alargada.

    Adaptaciones

    Durante la mayor parte de su carrera se rehusó a que sus personajes tuvieran vida fuera de los libros. Sin embargo, permitió la creación de algunos dibujos animados, un arte en el cual ya tenía algo de experiencia gracias sus producciones durante la Segunda Guerra Mundial.

    La primera adaptación de sus dibujos fue Horton Hatches the Egg (Horton empolla el huevo) en 1942, fue animada por Warner Brothers, el mismo estudio con el que trabajó al hacer Soldado Snafu y dirigido por Robert Clampett, Horton fue presentado como parte de los Looney Tunes e incluía una serie de bromas que no estaban en la versión original de la historia.

    En 1959, autorizó a Revell una conocida empresa de modelos de plástico para hacer una serie de "animales" que se quebraban así en lugar de ser pegadas podrían ser montadas, desmontadas y montadas de nuevo. La serie se llamó El Zoológico del Dr. Seuss ("Dr. Seuss Zoo") e incluyó a Gowdy the Dowdy Grackle, Norval the Bashful Blinket, Tingo the Noodle Topped Stroodle and Roscoe the Many Footed Lion. Las partes básicas del cuerpo son las mismas y todas eran intercambiables, por lo que fue posible para los niños de combinar partes de diferentes caracteres en formas esencialmente ilimitado en la creación de sus propios personajes animales (la venta de Gowdy, Norval y Tingo podía ser juntos en un Set de regalo, así como también en forma individual). Revell también hizo una pegamento convencional junto al "kit de principiantes" de El gato en el sombrero.

    En 1966 Seuss autorizó al eminente caricaturista Chuck Jones, su amigo y antiguo colega de guerra a hacer una versión animada de ¡Cómo El Grinch robó la Navidad!. Dr. Seuss aparece en los créditos como Ted Geisel, coproductor. Esta caricatura fue muy fiel a la versión original y es considerada un clásico hasta nuestros días, es parte del catálogo de películas navideñas que se muestran cada año en televisión.

    De 1971 a 1982, el Dr. Seuss escribió siete especiales de televisión, que fueron producidos por Enterprises DePatie-Freleng y al aire en CBS: El gato (1971), El Lorax (1972), Dr. Seuss on the Loose (1973), The Hoober-Bloob Highway (1975), Halloween is Grinch Night (Noche Grinch) (1977), Pontoffel Pock, Where Are You? (1980), The Grinch Grinches (1982). Varios de estos especiales fueron nominados y ganó varios premios Emmy.

    Un cortometraje animado Soviético en pintura sobre vidrio llamado Welcome (Bienvenido) (adaptación de Thidwick el Alce de gran corazón) se hizo en 1986. La última adaptación de las obras del Dr. Seuss antes de su muerte fue La Batalla de libros de Mantequilla (The Butter Battle Book), un especial de televisión basado en el libro del mismo nombre, dirigida por la leyenda de animación para adultos Ralph Bakshi. El mismo Geisel llama al especial "la más fiel adaptación de su obra."

    Hacia el ocaso de su vida Seuss suavizó su política y permitió la realización de más series animadas y juguetes basados en sus personajes, por lo general de El Gato y Grinch.

    Películas

    Jacob Myers interpretando a El gato en el sombrero en Seussical, un musical de Broadway.

    Cuando Seuss falleció a causa de cáncer en 1991 los derechos de sus creaciones pasaron a manos de su viuda Audrey Geisel quien aprobó una versión con actores reales de ¡Cómo el Grinch robó la Navidad! protagonizada por Jim Carrey. También ha permitido la creación de musicales para Broadway uno llamado Seussical que está basado en ¡Horton escucha a Quién! y una versión de ¡Cómo El Grinch robó la Navidad!. En el 2003 El gato en el sombrero, fue llevada a la pantalla grande protagonizada por Mike Myers, a Audrey Geisel no le agradó esta versión cinematográfica ya que sus diferencias de la historia original fueron un pocos extrañas y afirmó que no se harían más adaptaciones con actores reales de ningún libro de su esposo entonces una planeada sequela basado en "El gato en el sombrero viene de nuevo" fue cancelada.

    En marzo de 2008 se estrenó Horton y el mundo de los Quién la animación por computadora del libro ¡Horton escucha a Quién! (Horton Hears a Who!), donde Jim Carrey hace la voz del personaje principal, El Elefante Horton

    El 2 de marzo del año 2012, Universal Studios y Illumination Entertainment lanzaron una película 3-D generada por computadora basada en el libro, llamada El Lorax. El lanzamiento coincidió con el cumpleaños número 108 de Seuss. El reparto incluye a Danny DeVito como el Lorax, Zac Efron como Ted (el joven del libro), y a Ed Helms El-Una-Vez. La película incluye varios personajes nuevos: Rob Riggle como O'Hare (villano de la peli), Betty White como Norma la abuela de Ted, y a Taylor Swift como Audrey la enamorada de Ted (nombrada así en honor a Audrey Geisel, la viuda de Dr. Seuss). La película debutó en la posición # 1 en la taquilla, ganando 70 millones de dólares. La película finalmente recaudó un total de $ 214.030.500.11

    Seuss Landing

    Isla en el parque temático Islands of Adventure
    Los personajes de los libros de Dr. Seuss pueden apreciarse en un parque de diversiones llamado Seuss Landing en el parque temático Islands of Adventure perteneciente a los estudios universal en Orlando, Florida.
    El parque cuenta con diferentes secciones como:
    Cats, hats & things. La cual es una tienda donde se pueden hallar camisetas, juguetes y regalos diversos.
    All the books you can read. La cual es una tienda donde encontrarás tanto libros como DVDs.
    Snookers & snookers Candy Cookers. Como su nombre lo indica es una dulcería donde encontrarás snacks, manzanas cubiertas de caramelo o chocolate y algodón de dulce, entre otros.
    Mulberry Street store. Aquí encontrarás lentes, tazas, ropa, souvvenirs, sombreros, pelucas y mucha mercancía del Grinch y el gato ensombrerado.
    Para mantenerse apegados a la esencia de los libros en el parque no existe ni una sola línea recta, todo es curvo.

    Versiones animadas

    El Grinch (How The Grinch Stole Christmas)
    Horton y los micro-seres
    El gato en el sombrero (The Cat in the Hat)
    El Lorax, especial de televisión de 1972
    El Dr. Seuss anda suelto (Dr. Seuss on the Loose!)
    La Autopista Hoober-Bloob (The Hoober-Bloob Highway) (1975)
    Halloween Is Grinch Night (1977)
    Pontoffel Pock, Where Are You? (1980)
    The Grinch Grinches the Cat in the Hat (1982)
    La Batalla de la Mantequilla The Butter Battle Book(1989)
    Mayzie Cabeza en Flor Daisy-Head Mayzie (1995)
    Horton y el mundo de los quién
    Dr. Seuss' The Lorax

    Obras traducidas al español

    Traducir los libros de Dr. Seuss es un gran reto, pues las rimas y su estilo de escritura deben ser adaptados a los otros idiomas. La cubana Yanitzia Canetti fue nombrada la traductora oficial de Dr. Seuss al español y ha traducido sus libros desde entonces.
    Obras traducidas por Yanitzia Canetti[editar]
    ¡Cómo El Grinch robó la Navidad! (2000)
    ¡Horton escucha a Quién! (2002)
    El gato en el sombrero viene de nuevo (secuela de "El Gato En El Sombrero"2004)
    Un pez, dos peces, pez rojo, pez azul (2005)
    Y pensar que lo vi por la calle Porvenir (2006)
    ¡Hay un molillo en mi bolsillo! (2007)
    Yoruga la tortuga y otros cuentos (2009)


    Oh, the Places You'll Go at Burning Man!

    ¡Oh, cuan lejos llegarás!
    Hoy es tu día.
    ¡Grandes lugares visitarás!
    ¡Te alzarás y partirás!
    Con cerebro en tu cabeza.
    Con pies en tus zapatos.

    Cualquier dirección escojerás
    que tus pies quieran encontrar
    Por tu cuenta andarás y bien lo sabes
    Adónde ir eres tú quien decidirá.

    Mirarás calle arriba y calle abajo.
    Mirarás con cuidado.
    Algunos te dirán "En esa dirección no escojas avanzar"
    Pero con tu cabeza llena de cerebro
    y tus zapatos llenos de pies,
    tú eres demasiado listo para bajar
    por ninguna calle no debas transitar.

    Y puede que no encuentres ninguna por la que desees viajar.
    En ese caso, por supuesto,
    te dirigirás directamente fuera de la ciudad.

    Al aire libre estupendo se está
    Y hay mil cosas que pueden ocurrir y frecuentemente ocurren
    a gente con tanto cerebro y tantos pies como tú.

    Y cuando las cosas empiecen a ocurrir, no te preocupes. No te sulfures.
    Sigue directamente adelante. Tú empezarás a ocurrir también.

    ¡Oh, cuan lejos llegarás!
    ¡Estarás en camino! ¡Estarás viendo grandes cosas!
    Te unirás a personas ambiciosas
    que a grandes alturas volarán.

    No te quedarás atras,
    porque tendrás la velocidad.
    Pasarás a toda la pandilla
    y pronto en cabeza irás.

    Donde quiera que vueles,
    serás el mejor de los mejores.
    Donde quiera que vayas,
    superarás a todos los demás.

    Excepto cuando así no será.
    Porque, algunas veces, no será.
    Lamento decirlo así pero, tristemente,
    la verdad es que Bang-ups y Hang-us pueden ocurrirte.

    Puede quedarte colgado de una rama espinosa.
    Y tu pandilla volando te pasará.
    Plantado te quedarás.
    Del plantón por fin saldrás,
    con una fea magulladora que mostrar.

    Y oportunidades habrá,
    en que en una bajada caerás.
    Cuando en la bajada estés,
    divertida la cosa no la será
    Y des-bajarte ardua empresa resultará.

    A un lugar llegarás
    donde las calles marcadas no están.
    Algunas ventanas iluminadas verás
    Pero sobre todo oscuras las encontrarás.

    Un lugar en el que podrías torcerte a la vez el codo y la barbilla!
    ¿Te atreves a quedarte?
    ¿Te atreves a entrar?
    ¿Cuando pudes perder?
    ¿Cuanto puedes ganar?

    Y si entras, ¿deberías girar a izquierda o derecha...
    ... o justo tres cuartos?
    ¿O tal vez no tanto?
    ¿O dar la vuelta y asomarte desde atrás?

    Para ser un tipo de mente despierta,
    me temo que descubrirás,
    despertar su mente fácil no resultará.

    Puedes acabar tan confundido
    que empezarás a correr a toda prisa
    por largas carreteras contoneantes a paso aterrador...
    Y vagando durante millas
    a través de salvajes páramos inexplorados,
    irigiéndote, me temo,
    hacia los lugares más inútiles.

    El lugar de espera.
    ... para gente que solo espera.
    Espera un tren que coger
    o un autobús que llegará, o un avión al que subir
    o el correo por venir, o la lluvia que caerá
    o el teléfono que sonará, o la nieve que nevará
    o espera alrededor de un Sí o No
    o esperan a que le crezca el pelo.

    Todo el mundo está simplemente esperando
    Esperando a que el pez pique
    o esperando al viento para una cometa volar
    o esperando la noche del viernes
    o esperando, quizás, a su tío Jake
    o a que hierva una cazuela, o un Better Break
    o un collar de perlas, o un par de pantalones
    o una peluca de rizos, u Otra Oportunidad.
    Todo el mundo espera sin más.

    ¡NO!
    ¡Eso no es para ti!
    De algún modo escaparás
    de toda esa espera y espera.
    Encontrarás los lugares brillantes
    donde está tocando la Boom Bands
    con las banderas ondeando, una vez más.

    ¡Alto remontarás!
    Listo para cualquier cosa bajo el cielo.
    Listo porque tú eres ese tipo de tí@!

    ¡Oh, cuan lejos llegarás!
    ¡Que divertido será!
    Hay puntos que anotar
    Juegos que ganar.
    Y las cosas mágicas que puedes hacer
    con esa pelota que te harán el ganador/a más ganador/a de tod@s.

    ¡Fama!
    Serás tan famos@ como famos@ se pueda ser,
    con el mundo entero viendote ganar en la televisión...
    Excepto cuando no lo hagan
    Porque algunas veces, no lo hacen.

    Me temo que algunas veces jugarás juegos solitarios también
    Juegos que no puedes ganar
    porque contra ti mismo jugarás.

    Totalmente solo, te guste o no,
    Sol@ será algo que te sentirás bastante
    Y cuando solo estés,
    hay muy buenas probabilidades de que encuentres cosas
    que te asustarán hasta hacerte mear en los pantalones.

    Hay cosas, carretera abajo entre la ceca y la meca,
    que te asustarán tanto que no querrás seguir.
    Pero seguirás aunque el clima sea apestoso.
    Seguirás aunque tus enemigos te ronden.
    Seguirás aunque el hakken-Kraks aulle.
    Remontando un montón de riachuelos aterradores,
    aunque los brazos puedan escocerte
    y tus zapatos de lona empaparse.

    Sin parar caminarás.
    Y sabes que lejos llegarás y
    encararás tus problemas sean cuales sean
    Te enredarás, por supuesto, como ya sabes.
    Te enredarás con muchas aves extrañas y seguirás.

    Estate seguro cuando des un paso.
    Pisa con cuidado y gran tacto
    y recuerta esto:
    La vida es un gran juego de equilibrio.
    Nunca olvides ser diestro y hábil.
    Y nunca enredes tu pie derecho con el izquierdo.

    ¿Y tendrás éxito?
    ¡Si! ¡Lo dentrás, sin duda!
    (98 y tres cuarto por ciento garantizado)

    ¡Chic@, moverás montañas!
    Así que, te llames Buxbaum,
    o Bixby o Bray
    o Mordecai Ali Van Allen O'Shea
    ¡a grande lugares llegarás!
    ¡Hoy es tu día!
    Tu montaña te espera.
    ¡Así, que ponte en camino!

    (texto traducido)
    http://trueuz.blogspot.com.es/


    Oh! The Places You’ll Go!

    Congratulations!
    Today is your day.
    You’re off to Great Places!
    You’re off and away!

    You have brains in your head.
    You have feet in your shoes.
    You can steer yourself any direction you choose.
    You’re on your own. And you know what you know. And YOU are the guy who’ll decide where to go.

    You’ll look up and down streets. Look’em over with care. About some you will say, “I don’t choose to go there.” With your head full of brains and your shoes full of feet, you’re too smart to go down a not-so-good street.

    And you may not find any you’ll want to go down. In that case, of course, you’ll head straight out of town. It’s opener there in the wide open air.

    Out there things can happen and frequently do to people as brainy and footsy as you.

    And when things start to happen, don’t worry. Don’t stew. Just go right along. You’ll start happening too.

    Oh! The Places You’ll Go!

    You’ll be on your way up!
    You’ll be seeing great sights!
    You’ll join the high fliers who soar to high heights.

    You won’t lag behind, because you’ll have the speed. You’ll pass the whole gang and you’ll soon take the lead. Wherever you fly, you’ll be best of the best. Wherever you go, you will top all the rest.

    Except when you don’t.
    Because, sometimes, you won’t.

    I’m sorry to say so but, sadly, it’s true that Bang-ups and Hang-ups can happen to you.

    You can get all hung up in a prickle-ly perch. And your gang will fly on. You’ll be left in a Lurch.

    You’ll come down from the Lurch with an unpleasant bump. And the chances are, then, that you’ll be in a Slump.

    And when you’re in a Slump, you’re not in for much fun. Un-slumping yourself is not easily done.

    You will come to a place where the streets are not marked. Some windows are lighted. But mostly they’re darked. A place you could sprain both your elbow and chin! Do you dare to stay out? Do you dare to go in? How much can you lose? How much can you win?

    And if you go in, should you turn left or right…or right-and-three-quarters? Or, maybe, not quite? Or go around back and sneak in from behind? Simple it’s not, I’m afraid you will find, for a mind-maker-upper to make up his mind.

    You can get so confused that you’ll start in to race down long wiggled roads at a break-necking pace and grind on for miles across weirdish wild space, headed, I fear, toward a most useless place.

    The Waiting Place…for people just waiting.

    Waiting for a train to go or a bus to come, or a plane to go or the mail to come, or the rain to go or the phone to ring, or the snow to snow or waiting around for a Yes or No or waiting for their hair to grow. Everyone is just waiting.

    Waiting for the fish to bite or waiting for wind to fly a kite or waiting around for Friday night or waiting, perhaps, for their Uncle Jake or a pot to boil, or a Better Break or a string of pearls, or a pair of pants or a wig with curls, or Another Chance. Everyone is just waiting.

    No! That’s not for you!
    Somehow you’ll escape all that waiting and staying. You’ll find the bright places where Boom Bands are playing. With banner flip-flapping, once more you’ll ride high! Ready for anything under the sky. Ready because you’re that kind of a guy!

    Oh, the places you’ll go! There is fun to be done! There are points to be scored. There are games to be won. And the magical things you can do with that ball will make you the winning-est winner of all. Fame! You’ll be famous as famous can be, with the whole wide world watching you win on TV.

    Except when they don’t. Because, sometimes, they won’t.

    I’m afraid that some times you’ll play lonely games too. Games you can’t win ‘cause you’ll play against you.

    All Alone!
    Whether you like it or not, Alone will be something you’ll be quite a lot.

    And when you’re alone, there’s a very good chance you’ll meet things that scare you right out of your pants. There are some, down the road between hither and yon, that can scare you so much you won’t want to go on.

    But on you will go though the weather be foul. On you will go though your enemies prowl. On you will go though the Hakken-Kraks howl. Onward up many a frightening creek, though your arms may get sore and your sneakers may leak. On and on you will hike. And I know you’ll hike far and face up to your problems whatever they are.

    You’ll get mixed up, of course, as you already know. You’ll get mixed up with many strange birds as you go. So be sure when you step. Step with care and great tact and remember that Life’s a Great Balancing Act. Just never forget to be dexterous and deft. And never mix up your right foot with your left.

    And will you succeed?
    Yes! You will, indeed!
    (98 and ¾ percent guaranteed.)

    Kid, you’ll move mountains!
    So…be your name Buxbaum or Bixby or Bray or Mordecai Ale Van Allen O’Shea, you’re off to Great Places!
    Today is your day!
    Your mountain is waiting.
    So…get on your way!












    .


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    MARCO ANTONIO TORIZ SOSA

    Marco Antonio Toriz Sosa (Ixtapaluca, Edo. de México, 1996). Estudiante de Lengua y Literaturas Hispánicas en la Facultad de Filosofía y Letras de la UNAM. Fue becario de la Fundación para las Letras Mexicanas y la Universidad Veracruzana en el séptimo Curso de Creación Literaria, becario del Festival Interfaz ISSSTE-Cultura “Los signos en rotación” Acapulco 2016, así como partícipe en el taller de narrativa impartido por Eduardo Antonio Parra en las oficinas de la editorial ERA. Cultiva el género fantástico, policíaco y de ciencia ficción. Ha ganado el segundo lugar en el concurso 46 Punto de Partida de la UNAM en la modalidad de cuento. Actualmente es dictaminador de narrativa y publica una columna libre en la revistaPrimera Página, hecha por estudiantes de la Facultad de Filosofía y Letras, bajo el seudónimo de Anaïs Veränderung. Algunos de sus cuentos han sido publicados en Osario, Primera Página y Punto de Partida. 



    BARGAIN

    (Fragmentos).

    A ella, la de los ojos de estrella
    Y el corazón de piedra.
    A ella, todo. Siempre.


    “Este amor ya sin mí te amará siempre”.
    Ángel González.


    I.

    Mi nombre es tan común como una puerta
    O como un cuadro sin imagen.
    Llamarse como yo es respirar dolores y expulsar franquezas.
    A quien lleva mi nombre no le digo tocayo
    Sino Hermano estoy contigo en tu dolor
    Yo te entiendo, Todo va a estar bien.
    Pero hasta ahora no conozco a nadie con mi nombre,
    Y decírselo al espejo es muy difícil todavía.


    II.

    Mi pecho es una serie incierta de certezas:
    Mi dolor no es mortal estrictamente.
    No he perdido a un familiar amado,
    No me he quedado sin techo,
    No he pasado hambres prolongadas
    Ni he padecido enfermedades de muerte.
    Simplemente sufro de amor,
    Y ese es un dolor perecedero.
    La vida está llena de vaivenes,
    El tiempo pudre lo que no comprende
    Y los males cotidianos comienzan a apestarse.


    III.

    Soy hijo, hermano y esclavo;
    Cada quién sabe
    Qué parte de mí le corresponde.


    IV.

    No porque diga Soy malo
    Tiento a la rudeza y escapo a los aromas
    O digo que no tengo sentimientos.
    Es bien sabido que el que actúa
    Es muchas veces contrario a lo que dice.
    Pero no puedo evitarlo:
    A veces me paso de verga,
    Y no es por culero u ojete,
    Es simplemente mi fisonomía.


    V.

    A veces la lluvia me agarra
    En los lugares menos previstos,
    En donde guarecerse es utopía.
    Pasa igual con muchas cosas:
    Cuando llego, el metro ya salió.
    Cuando el tránsito estuvo despejado, tuvo que apagarse el coche.
    Cuando llegué a la cama ya no estaba el sueño.
    Cuando empecé a amarte, tú ya te habías ido.


    VI.

    Ni el mar limpia impurezas,
    Ni se lleva las desgracias.
    Lo sé por experiencia.
    Ayer dejé que me envolviera,
    Que me arrastrara con furia
    Hasta quitar todo de mí, menos mi cuerpo.
    El Mar no se lleva las desgracias,
    Lo sé por experiencia:
    Todavía sigo pensando en ti.


    VII.

    Te amo como al adiós,
    Como al ayer. Como a una sombra.
    Como a lo que fue y sigue siendo.
    Como a lo que no será y que aparece
    De imprevisto. Te amo.
    Te amo como al pasado que perdura,
    Como al futuro que no se muestra
    Pero que allí está.
    Como al olvido. Como al ayer perpetuo.
    Te amo siempre en pasado,
    Sólo así se justifica el presente por sí mismo.


    VIII.

    No he cambiado mucho desde entonces.
    A veces fumo por temporadas,
    Otras veces dejo de fumar,
    Y muchas otras no respiro a gusto.
    Hay días en que limpio
    Mis dientes hasta sangrarlos,
    Y paso varias noches seguidas
    Sin exprimir el tubo de pasta.
    Me sigue maravillando el mar,
    Me dejo arrastrar por las olas,
    Me pongo a decir mentiras
    Para después decir que era broma,
    O dejar que crezca la semilla
    Hasta las últimas consecuencias.
    No he cambiado mucho, ya te digo.
    Y en mi eterna repetición,
    En mi ilusa comodidad,
    En mi falta de respeto y en los días traicioneros,
    Sigues estando en vaivén
    Como las olas que vuelven siempre al fondo del mar.

     http://circulodepoesia.com/2016/07/poesia-joven-de-mexico-marco-antonio-toriz-sosa/









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    Juan Miguel Idiazabal

    Marplatense (1984) Escritor, artista, traductor público, científico-técnico y docente de inglés y traducción, perito traductor, soñador utópico-surrealista, cantante de ducha, nowhere man, pacifista, delirante (Groucho Marx + Goofy).

    Antologías y revistas: Poema Símbolos en el Anuario 2001 del Instituto Albert Einstein en ese año; 4 poemas en la antología Letras de Oro 2008 (Ed Nuevo Ser). Poemas publicados en la revista digital Proyecto Rayuela (Argentina-Colombia, 2008). Poemas diversos publicados en Revista La Avispa nº 46, 49, 51, 53, 54, 55, 5 y 60 bis (Ed. Martín); 5 poemas y 2 cuentos publicados en las antologías Fin de Cita y Lea y Punto (Ed Martín) respectivamente del Grupo de La Palabra en 2012; 3 poemas publicados en la antología El Decir Textual 2013 (Ed De los 4 Vientos); 8 poemas publicados en la antología En Pocas Palabras – Microficciones 2013 (Ed Martín) de la Colección DeLaPalabra; 1 poema publicado en la Antología LAIA IV – Certamen de Poesía 2013: Aromas de Ciudad (La Ovejita de Papel) de la Latin American Intercultural Alliance; 1 poema publicado en la antología de Las Uñas Sucias y Otras Poesías/La Vincha Roja de Mabel y Otros Cuentos 2014 (Ed Alma de Diamante). Mi poema WaR en inglés sobre la guerra de Malvinas ha sido referenciado en los sitios http://www.greendove.net/poetry9falkanconflict.htm y en http://voiceseducation.org/node/666. Poemas y nota en La Perla Literaria (2013, Argentina). Poema antologado en El canto eterno (2014, Movimiento Poetas del Mundo y Apostrophes Ediciones); poema antologado en la Antología FIPA 2014 (Ed. Martín). Cuento antologado en Mar del Plata: personajes, mitos y leyendas de la Colección DeLaPalabra (2014, Ed. Martín). Poema antologado en El libro de los talleres Vol. 24 (2014, Editorial Dunken). Poemas antologados en audiolibro Acapulco Raiders Inc. (2016, La Prosa Mutante publicación independiente). Poemas publicados en revista digital María La Bizca Nº 0 (2015, publicación independiente). Cuento y poemas publicados en revista digital Gealittera Nº 9, 11, 12, 13, 16, 17, 19 (España-Argentina). Poemas publicados en la revista Arribos nº 0 (2015, Grupo Faro Indios Verdes, México). Poemas publicados en la antología Poesía para vencer la derrota (2015, Hebra Editorial, Chile). Poemas publicados en el nº 10 de la revista digital estadounidense Maudlin House (2015). Poema publicado en la edición digital de la revista argentina El Corán y el Termotanque (2015). Poemas publicados en la antología internacional Voces Celestiales (2015, Isla Negra Editorial, Poetas del Mundo, y Alfred Asís). Poema publicado en 20 Poemas Desesperados a Sasha Grey -Antología Colectiva- (Hebra Editorial, Chile). Poemas publicados en el suplemento de cultura del Diario La Capital de Mar del Plata. Poemas publicados en la Revista Trasuntos nº1 (2016) editado por la Asociación de Estudiantes de Estudios Hispánicos Subgraduada-UPR RP de la Universidad de Puerto Rico. Poemas publicados en la revista digital venezolana Digo.Palabra.txt (2016). Poemas publicados en la revista digital Metaforología (2016). Poemas publicados en la revista digital española Puta Intensidad (2016). Poema públicado en la antología Berta Cáceres (2016, Biblioteca de las Grandes Naciones, País Vasco).

    Premios: Obtuve el 2º premio en el “Concurso de Cuentos Cortos-Premio CEM 2012” por mi cuento La mejor maga del mundo. Obtuve el 2º premio en el 1º Slam de Poesía Oral de Mar del Plata 2014 y el 3º premio en el 2º Slam de Poesía Oral de Mar del Plata 2015.

    Membresías: Miembro del movimiento internacional Poetas del Mundo. Miembro del comité organizador del 2º Festival Internacional de Poesía del Atlántico -FIPA- 2014; Jurado del cuento y poesía del “Concurso de Cuentos Cortos y Poesía-Premio CEM 2014”. Desde enero 2013, miembro y organizador del colectivo y ciclo de experiencias literarias La Prosa Mutante de Mar del Plata (Argentina).

    Otras expresiones artísticas: realicé 2 exposiciones fotográficas en Piano Bar (Mar del Plata, 2014). Mi corto experimental Reflexión se puede encontrar en el siguiente enlace: https://vimeo.com/126404887

    Libros publicados: E-libro 4 Estaciones de Haikeu auto-publicado en 2008 (fuera de circulación). Libro de relatos Hormiguero y otros relatos (2014, Ed. Taller de Letras - ISBN: 978-987-29730-7-0). Libro de poesía social S.O.S. Ciudad Enferma (2015, Ed Martín - ISBN: 978-987-543-761-6). Libro de poesía bilingüe español-inglés On Request/A Pedido (2015, CreateSpace Independent Publishing Platform - ISBN: 978-1519642226).

    Poseo un proyecto editorial de plaquetas de bajo costo llamado Heresunge Editorial.

    Desde 2008 tengo 2 blogs de poesía 

    http://kratosdelaslenguas.blogspot.com (español) y 
    http://southerncrosspoetry.blogspot.com (inglés.)





    Envejecemos
    La ciudad se torna gris
    Pero nacemos

    *

    Las hormiga
    Dejaron de trabajar
    Les toca descansar

    *

    Las flores nacen
    Despiertan de su largo
    Letargo invernal.

    *

    Las noches son más
    Cortas pero a la vez más
    Largas que antes.

    4 Estaciones - Extracto




    Ecuaciones

    injusticia arbitrariedad atropello avasallamiento inmoralidad abuso dolor sinrazón tiranía ilegalidad cacicada terrorismo impunidad desconsuelo maldad suplicio tortura angustia congoja pena daño calvario tormento desolación agonía enfermedad delito corrupción infracción violación dictadura abuso despotismo maltrato explotación depredación usurpación dominación extremismo amenaza masacre delincuencia locura

    Sumo todo y lo divido por 522 años,
    me da América.

    A ese resultado lo divido por 35 estados nacionales soberanos,
    me da México.

    A México lo divido por 43,
    me da muerte.

    injusticia arbitrariedad atropello avasallamiento inmoralidad abuso dolor sinrazón tiranía ilegalidad cacicada terrorismo impunidad desconsuelo maldad suplicio tortura angustia congoja pena daño calvario tormento desolación agonía enfermedad delito corrupción infracción violación dictadura abuso despotismo maltrato explotación depredación usurpación dominación extremismo amenaza masacre delincuencia locura

    Sumo todo y lo divido por 1392 años,
    me da el mundo árabe.

    A ese resultado lo divido por 48 estados nacionales soberanos,
    me da el Estado Islámico de Irak y el Levante,

    al EIIL lo elevo por EEUU
    me da muerte.

    injusticia arbitrariedad atropello avasallamiento inmoralidad abuso dolor sinrazón tiranía ilegalidad cacicada terrorismo impunidad desconsuelo maldad suplicio tortura angustia congoja pena daño calvario tormento desolación agonía enfermedad delito corrupción infracción violación dictadura abuso despotismo maltrato explotación depredación usurpación dominación extremismo amenaza masacre delincuencia locura

    Sumo todo y lo divido por 10.000 años de “civilización”,
    me da el mundo actual.

    Al mundo actual lo divido por 2014 años de dominación occidental,
    me da muerte.




    Sin título 60

    En la ciudad de las ratas
    una última gota de sangre
    anuncia que la ciencia ficción
    ha matado al último de los unicornios
    y en un ataque de psicosis
    los fantasmas de mi pasado
    salen a reclamar mis derechos de nacimiento
    mientras desaparezco
    del imaginario colectivo
    en la noche amable.




    Despierta Buenos Aires en invierno

    Mi piel muta de color,
    permuto mi calor,
    las luces de la fulgurante ciudad me despiertan,
    las chicas argentinas desfilan bajo paraguas parisinos color verde limón,
    sigo esperando el diario
    el frugal desayuno internacionalista se dio a la fuga en mi sistema digestivo,
    lentamente,
    mientras amanece la gris metrópolis llora,
    la soda de mi vaso se esfuma
    se condensa
    y
    llueve dentro del mismo vaso precipitado,
    el gas no cambia de posición como el obelisco,
    las adormiladas masas marchan
    el paso marcial de un tango oficialista/opositor,
    la contaminación sonora viene de adentro de los porteños mismos,
    las noticias vienen de muy lejos, se ve,
    porque yo las sigo esperando,
    un relámpago solitario me recuerda el porqué de mi viaje,
    unos linyeras ríen en la puerta,
    la máquina de helados me sopla su hediondo sabor
    a aburrimiento,
    el diario sigue sin arribar,
    es demasiado temprano en la Capital
    y mi bandeja sólo me regala basura.




    Tango de la muerte

    Pasos
    en la pista de baile…
    toc toc toc
    la policía ordena
    el 2×4 resulta en
    ocho
    muertos en los telediarios
    se habla de violento desalojo,
    pasos marcados
    en sangre de inocentes
    que espíritus siguen marcando
    cada bala es una década
    marcada como los pasos
    ensangrentados en la pista,
    memoria de una canción desmemoriada
    que el compositor se llevó
    a su tumba
    para tocarle a sus camaradas
    esperándolo en la milonga
    de Dios.




    El silencio del campo

    ondea
    entre tanto llano
    cables de electricidad
    árboles de tensión
    vacas tumbadas por el calor
    un pedido de cordura
    nadie sabe
    cómo llegó allí;
    cómo hacerlo cumplir.

    Rojo punzó la tela,
    dorados sus caracteres,
    suena una campanilla,
    pedido de cordura ahogado,
    el silencio del campo
    se traga todo.




    Yendo a trabajar

    La cucaracha sube al colectivo,
    no le alcanza, el dinero,
    la SUBE lo baja,
    camina por distópicas veredas,
    una manifestación
    de perros agorilados lo sorprende,
    susurran consignas
    que el viento amplifica:
    “el helado de soja es rico en uranio 238”
    “el evangelismo transplutonita amalgamado es la verdadera religión”
    “el salto del tigre invertido tiene que ser deporte olímpico de invierno”
    “soldar con la boca está in”
    “1 elevado a la menos diez es el número del diablo del norteño”
    “comer pebetes de cantimpalo sirio y fiambrín con pistachos te convierte en revolucionario kurdo”
    la mariposa sigue su camino
    al llegar al banco
    el silbido de su capataz de unidad básica
    lo convierte en colectivero,
    una cucaracha apurada sube a su unidad,
    la baja pues no le alcanza el dinero.



    Yerba húmeda

    Gatitos tocan noise
    la ciudad marca el ritmo.

    Tarjetas de fichar
    agujereadas pestañas.

    Gotean lágrimas de grasa
    no hay chapas o cartones
    que nos cubran.

    Colchón lleno de esperanzas,
                           miserias cucaracheadas.

    Todo sube
    como el agua del arroyo,
    nos ahogamos
    en deudas amargas.

    Se lavó el mate,
    seguimos secando la yerba,
    lo último dulce que probamos
    fue la hostia el domingo.

    Huracanado sábado
    llega a su fin (por fin);
    también,
    la niña de la Paca.

    Luego de los amargos
    lavados
    mis niños
    probarán bocado (por fin).

    Soy un acantilado,
    gatitos ronronean a mi alrededor,
    sobrevivir hasta el lunes,
    hasta los ángeles del plato de comida,
    que aliviarán esta ojerosa tristeza.

    Domingo asoma su cabeza,
    lágrimas gotean
    mis gatitos roncan el noise de la ciudad,
    la yerba sigue húmeda
    como mi colchón.



    Emer-gencia

    “Emergencia, las dos palabras más dulces del idioma. Emer-gencia. Emer-gencia.” 
    Homero J. Simpson.



    Emergencia educacional,
    emergencia de seguridad,
    emergencia judicial,
    emergencia económica,
    emergencia fiscal,
    emergencia ecológica,
    emergencia de salud,
    emergencia forestal,
    emergencia monetaria,
    emergencia social,
    emergencia política,
    emergencia vial,
    emergencia portuaria,
    emergencia agropecuaria,
    emergencia minera,
    emergencia cambiaria,
    emergencia laboral,
    emergencia ocupacional,
    emergencia municipal,
    emergencia provincial,
    emergencia nacional.

    Emergencia en vez de crisis,
    216 años de emergencia,
    seguimos pagando platos rotos,
    pueblo solidario,
    funcionarios hijos de puta,
    critican/quejan/justifican
    nos cagan la vida,
    la emergencia es para nosotros,
    ellos y ellas,
    siguen brindando pizza con champagne.



    Niños muertos

    Arena escapa de los dedos
    del niño que se inmola;
    ya no juega durante el recreo,
    se esconde de la lluvia
    de bombas y balas,
    el viento lleva su alma
    arremolinada entre la arena,
    manchada de inocencia.



    Tercera guerra mundial

    El mundo confluye,
    con bombos y bombas,
    sobre Oriente Medio
    que ya parece 1/8,
    metástasis a la europea
    con células en Líbano,
                           Kenia,
                           Paquistán,
                           India,
                           Nigeria,
    sólo que no dan rating.

    El temor se apodera
    de los medios masivos,
    el odio de las balas
    en París
    resuena en las bombas
    sobre Beirut
    que crean un efecto mariposa
    en Kinshasa.

    Mientras las masas
    deambulan muertas en vida,
    los muros inyectan odio.

    Facebook caretea con banderas,
    los muertos con nacionalidad no-europea
    no existen más                                               en el cofre.

    Todos somos Francia,
    pero también somos
                                       Líbano / Siria / RD Congo / Congo / Nigeria / Marruecos / Malí / Turquía / Paquistán / Irán / Iraq / Zaire / Egipto / Palestina / Ucrania / Israel / India / Kenia / Macedonia / Grecia / Australia / Afganistán / Argelia / Yemen / Omán / Arabia Saudita / Chechenia / Daguestán / Filipinas / Jordania / etc…

    La libertad y la vida
    no se negocian
    todos tus muertos
    valen lo mismo.






    .

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    Francisco Javier Bustos Briones 

    (Santiago de Chile, 1982). Es autor de Un grito de otono en un jardín de rosas histéricas, libro de poemas publicado por  El Ángel Editor de Ecuador en el año 2015. Fue poeta invitado al Encuentro de Poesía Paralelo Cero, 2016. Es editor cartonero y diseñador de libros artísticos de poesía.



    CUERVO

    El oído se vuelve sordo con el eco de tu ruido.
    Vienes acechando con tus alas extendidas, dando aletazos que llenan el espacio.
    No dejas de dar aletazos, esos vienen como gritos de espanto, acorralando cada gramo de aire fresco que se cruza en tu vuelo.
    Vas templando el cielo para deslizarte a tu antojo, entre sombra y sombra se te ven los huesos.
    Eres una lanza en picada con tus alas encogidas, giras con prisa para clavarte de prisa.
    Has dejado dos hoyos en lugar de ojos, quedando un grito contenido sin ser atendido.
    Un crujir de garganta, una boca abierta.
    Un momento sin movimiento petrificado en el tiempo.
    Vuelves a levantar el vuelo, buscando otras cuencas que brillen de asombro para sacarle los ojos.

     

    VENDAVAL

    ¡Ciudad!
    Ciudad, ha pasado más de medio quintal de harina por entre mis dedos abiertos.
    Harina blanca.
    Blanca harina entumecida.
    Ciudad, han pasado tus cuatro vientos repetidas veces por mi cuerpo.
    Ciudad, veo pasar tus seres.
    Seres que ríen, se abrazan, se estrujan, se empujan, se abrazan, se besan, se miran.
    Seres que gritan, se odian, se empujan, se escupen, se golpean, se matan.
    Seres que lloran, seres que abrazan.
    Seres inocentes, seres en brazos, seres limpios de ojos intactos, seres sin palabras, seres de llantos y gestos, seres puros.
    Seres que abren el cielo, abren corazones, abren sentimientos, abren cabezas.
    Seres que te detienen ciudad áspera.
    Dejan el tiempo sin minutos ni segundos; solo flotan en el aire sus risas risueñas, risas que traen suavidad por pequeños segundos, segundos de vida en pequeñas risas.
    Ciudad, he salido.
    Ciudad, he salido esta tarde – noche a sentarme en tu lomo.
    Antes de salir ha sentir tu viento, puse entre mis brazos a mi pequeño retoño.
    Retoño dulce y amable.
    Retoño con el pelo ensortijado prendido en llamas.
    Retoño que es un vendaval.
    Un verdadero vendaval que revuelve con su tierno aire mi corazón salvaje.
    Lo he dejado con los ojos cerrados suspirando por su pequeña boca.
    Suspirando su pequeño aliento inocente.
    Ciudad, querrás robarte su aliento.
    Ciudad, que preguntas por qué tengo los ojos en llamas y la frente afiebrada.
    Ciudad, no olvides que soy un vendaval.
    Vendaval de día.
    Vendaval de noche
    Vendaval que está sentado en tu lomo
    Vendaval en mis pestañas
    Vendaval hasta el final
    Vendal hasta que no quede viento que soplar.

     

    PÁJARO

    Dedicado a todos aquellos que dejaron su tierra, aire y cielo.
    En busca de otros suelos…

    Se mordió el corazón y se metió una reserva de orgullo en los bolsillos vacíos.
    Por si le hacia falta, saboreo el ¡último pan con queso!, antes de emprender el vuelo.
    Sin pedir silencio, soltó una mueca… le dijo adiós a todo y cerro la puerta.
    La diosa fortuna ya soltó los dados y estos están rodando. Se subió en un pájaro desconocido, un poco incomodo se sentó en el lomo, mientras el pájaro agitaba sus alas, se dijo medio pensativo… ¡hay que ver lo que pasa ahora que ya no seré de casa!
    Se mordió un poco los labios y se cruzo de brazos.
    Miro un poco hacia abajo… ¡ya no hay como bajar de este pájaro!
    Se sumergió entre miedos y sueños dejando caer su cabello.
    Despertó riendo medio dormido y bebió una copa de vino.
    Sintió el corazón hinchado ya estaba preparado.

     

    AUSENCIA

    I

    Suelos ásperos,
    Secos,
    por el cual pasan,
    mis suelas ausentes.

    II

    Perecen en ausencia,
    mis caídos,
    ojos opacos.

    III

    Ruidos caen como lluvia
    en mi cabeza,
    que se mueve en este cuerpo,
    a la deriva.

     

    CABELLO

    Cabello que te alimentas de agua viva que brota desde el cielo.
    Vertiente constante y sonante de vida.
    ¡Crece cabello!
    Protege este cerebro de todas esas palabras vacías que pululan por la ciudad de bocas abiertas.
    Cabello, te mueves con el viento que susurra en tu oído rizado.
    Cabello, que caes y descansas sobre hombros de hombre.
    Cabello, te estás manchando de blanco, ¡se nota que te has cansado!

     




    .

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    Kevin Rafael Cuadrado Serrano

    Nació en Quito, Ecuador en 1993. Forma parte del Centro Internacional de Estudios Poéticos del Ecuador, desempeñando la función de Secretario de Literatura Juvenil. Obtuvo el segundo premio nacional de poesía del Instituto de Arte Moderno Libre ecuatoriano-argentino en el 2014. Fue parte de la antología poética Poesía para Todos, junto con un poeta argentino, un cubano y dos ecuatorianos, en el año 2015. Es Co-fundador del grupo literario Aporema, donde realizó la publicación de la antología poética Cuatro Estaciones. Colabora con la “Revista Utopía” de la Universidad Politécnica Salesiana.



    EL CAFÉ PENDIENTE

    Para hablar contigo
    debo hacerlo con el revolver en la boca,
    ajustarme la corbata hasta ahogar la voz
    cerrar los ojos para imaginarte,
    robarte la dulzura a golpes,
    arrebatarte las caricias con lijas y balas
    revolverte las entrañas con mis mordeduras.

    Para hablar contigo
    debo tener el revolver en la frente,
    desnudarme en las ventanas del silencio,
    descender de los ascensores ilusorios
    y revolcarme en el lodo como un cerdo,
    pretenderte como un ave
    y dejar mi voz en tu cabeza como el eco
    entristecido del suicida.

    Para hablar contigo
    debo presionar el gatillo del revolver
    o saltar del mismo puente que tú lo hiciste
    y atravesar la dantesca aventura hasta los cielos,
    debo conversar con Lucifer o Jesucristo
    y agendarme un minuto en tu oficina
    para tomarnos el café pendiente.

    Para hablar contigo
    debo arrancarme la vida, debo amarte.




    LAS ARAÑAS DE TU RECUERDO

    Las arañas de tu recuerdo
    me recorren la espina dorsal
    de hueso en hueso.
    Vienen sin llamarlas,
    sin aviso ni precaución,
    muerden el poco pellejo que queda
    y tragan mi sangre para escupirla luego,
    se reproducen en cientos
    cuando la luz está apagada
    y los sonidos que existen
    son solo mis gritos.

    Las arañas de tu recuerdo
    son cientos, miles,
    que pueblan el universo,
    están bajo los libros,
    detrás de los cristales,
    en la oscuridad sobre todo
    y en cada una de las esquinas
    de mi casa.

    Me vienen cuando duermo
    caminan por mi carne
    y muerden los pelitos de mis piernas,
    me arrancan la poca humanidad
    que me queda,
    corroen  con sus dientes de diamante
    y me miran dormir
    con sus ojos de espejo,
    no tienen piedad, no,
    las arañas son hijas de tu recuerdo,
    se parecen a ti,
    únicamente, a ti,
    sobre todo, tienen tu belleza,
    tus ocho patas
    y la misma fatalidad
    con la que besas.



    CUERPO DE MÁRMOL

    Cuerpo de mármol, tallado
    con cincel de muerto,
    ¡Muerto extraño!
    más extraño que el silencio,
    cuando en tu boca
    produce colores,
    formas incomparables,
    indecibles,
    de melodías calladas,
    de profundas mudeces,
    cuerpo de mármol,
    piedra suelta en medio del río,
    suelta entre piedrecitas de oro,
    corales y cangrejos
    con formas extrañas,
    inmensas,
    monumentales, eternas
    como la talla de Miguel Ángel
    cuando se vio al espejo,
    el mismo cincel esculpió tus labios,
    dibujó tus senos,
    hizo de ti el cuerpo de piedra,
    corazón de piedra,
    alma de piedra, que yo tanto quiero.




    DICOTOMÍA

    Tú: yo mirándome.
    Iguales y distintos.
    Piedra y martillo.
    Eres y no eres,
    soy siempre.
    Forma y reflejo,
    tú solo reflejo.
    Ojos y cabeza,
    a veces grito.
    Cabeza, grito y ojos,
    transparentes,
    inservibles,
    rotos.
    Inútiles armaduras.
    Alma y cuerpo,
    tú y yo.
    Cuerpo y cuerpo,
    animal y hombre.
    Alma y alma,
    yo y yo.
    No digo que no existas,
    pero sin mí no lo haces.
    Tú existes porque yo escribo el poema,
    si tú lo hubieras escrito,
    yo no existiría.
    Susceptible,
    egoísta,
    poesía.
    Tú y tú,
    irrealidad.
    Yo y yo,
    futuro.
    Tú y yo,
    poema.




    UNO

    Era tan solo un chiquillo cuando vi a mi sombra
    disparar al cielo un arma de verdad
    hecha de algún metal más fuerte que mis piernas.

    Mi sombra disparó y la bala cayó en caída libre,
    la esperé, no sé cuánto tiempo esperé
    a que la bala cayera sobre mí.

    Recogí el casquillo del suelo,
    estaba destrozado,
    atravesado de plomo y de fuego el alma,
    nunca volví a ser el mismo.

    Atesoré la bala en un poema,
    lo vuelvo a disparar cada noche,
    siempre espero que algo muera
    mas todo nace.




    DOS

    Mi (Tu) soledad
    es un espejo
    en el que no estoy (estás),
    no están mis (tus) labios
    ni las palabras
    que un día dije (dijiste);
    mis (tus) ojos no miran el infinito
    y mis (tus) pupilas se desorbitan
    formando los planetas.

    El espejo intenta calmarme (calmarte)
    y me (te) miente,
    deja rostros que no conozco (conoces)
    y le da nombres a cada uno.

    Me (Te) miran desde todas partes
    con ojos roedores,
    olfatos indiscretos
    y certeza de que mi (tu) soledad intenta,
    con el puñal de la rutina,
    matarme (matarte).

    El no-reflejo de mí (ti)
    en el espejo,
    me (te) advierte que soy (eres)
    un no-vivo
    esperando como un no-vidente
    que alguien me (te) mire
    y me (te) diga que existo (existes).







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  • 07/16/16--21:19: MORALES MONTERRÍOS [18.933]

  • MORALES MONTERRÍOS

    Roberto Morales Monterríos. Poeta. Nació en Pueblo Hundido, Chile, en 1970.
    Premio Municipal Gabriela Mistral 1998 y participante en 1997 del Taller Literario José Donoso de la Biblioteca Nacional, dirigido por Raúl Zurita.
    Ha publicado los libros: Príncipe de Chile (2000), Antichton (2004), Pantheon (2004), Hécate (LOM Ediciones, Entre Mares  2009).



    Del primer número de Revista CONTRAFUERTE LITERARIO


    Lope de Aguirre.



    Para que haya orden y reinen cristo y la iglesia

    Más importante que la justicia  es la victoria

    Más importante que la verdad es el poder


    Santo Oficio






    VASCO

    Vasco

    Vasco

    Conchetumadre

    Que maldigo a mi tierra madre

    Y a mi padre

    A mi madre

    Y a todo aquel que haya rodeado

    Mi vida antes de haber nacido de nuevo

    En Tierra Firme y maldigo también

    A quién se acerque a Chile

    Porque de esta provincia tomé mi nueva sangre

    Entendieron

    Entendieron

    Que en estos carajales y en estas rutas sin trazo

    Fui hundiéndome hasta encontrar mis bolas bastardas

    Soy el desvergonzado

    Me senté en la corona

    Soy LOPE de AGUIRRE

    Entendieron

    El que hecho cuartos

    Formó las cuatro esquinas del Reyno

    Soy el Hombre de esta tierra

    Lope

    Soy quién les enseñó a mentir a los ojos

    Y a matar mirándote

    Aguirre
    el de las manos sucias

    Príncipe de los Pringados

    Por amor

    Y por amor

    Soy el padre de esta tierra

    Entonces

    SIGO



    Felipe hijo de Carlos el invencible

    ¿Has comido carne humana Felipe?

    Mascado carne cruda

    Te has chorreado sangre por la comisura

    Y sacado la lengua para saborearla

    Pues la carne cruda
    sabe a mi nombre

    Robé el poncho de Castilla

    Y lo puse en el cuerpo mordido del diablo

    Lope de Aguirre

    Fuerte caudillo de los invencibles marañones

    Nómbrame
    conchetumadre

    Lope de Aguirre

    Que la ira de Dios resuene en los troncos vocales

    Que la sangre humana

    La carne cruda

    Cruja entre tus dientes

    Que el nombre te seguirá donde quiera que vayas

    Seguirá a tus hijos

    Y los hijos de tus hijos

    Porque la medida de mis palabras

    No es el oro maldito cabrón
    sino la sangre

    La Sangre perfumada

    Perfumada que baja tibiecita por los ojos del Salado

    Mi nombre está en tu sangre




    Aguirre

    El Traidor

    La Ira de Dios



    La Mordedura del diablo



    Parece que mearan sentados 
    todos estos cronistas

    Sentados en esas apostasías llevando una vida de cojín y culo Nunca verán sustraerse el verdadero espíritu de la aventura

    Qué son los bellos textos de este mundo

    Sino Ir

    Ir sobre uno mismo

    Y subírselo al lomo

    Y subirse los latigazos

    Seguir de a pie y a pelo muerto

    Seguir

    Con espada y a pulso

    Tuerto

    Viudo

    Cojo

    Seguir

    Seguir

    Si el hombre es polvo

    Esos que andan por el llano son hombres

    Firmes como el suelo que los parió

    LAS FUERZAS MÁS SALVAJES ABREN CAMINO

    Parece que mearan sentados todos estos cronistas

    En el grupo de Hurtado venía un cabrón que se quejaba por todo, los mosquitos la comida la lluvia el calor

    -Quiero volverme a españa al grupo literario mandril, decía-

    Conchetumadre

    Qué a punta de patada en el culo te enseñé a escribir

    Aquí te enseñé a botar los dientes de leche

    Y a caminar como un hombre

    Erguido enfrentando

    Las tormentas de Dios con la frente en alto



    Nos comimos la montura

    Y con los zunchos fermentados con saliva

    Hicimos el mejor licor que he probado durante años

    Siempre soñé con llegar a Chile  Ursúa

    Siempre

    Y mira qué extraños son los caminos







    Lope de Aguirre. Príncipe de Chile de Morales Monterríos.

    Lope de Aguirre, es un personaje histórico que ha sido recurrentemente retomado tanto por la literatura (Arturo Úslar Pietri o el argentino Abel Posse escribieron novelas sobre él) como por el cine (donde Aguirre, la cólera de Dios de Werner Herzog es la película que primero viene a nuestra memoria). La recuperación de un personaje perteneciente al discurso de la historia, por lo general, se actualiza en el arte a manera de reconsideración de la historia misma como verdad definitiva y sirve para dar luces sobre la situación contextual de producción. Simón Villalobos Parada en su reseña sobre el libro de poesía PRINCIPE DE CHILE (Ed. Cuarto Propio. 2007) del poeta Morales Monterríos, reconsidera tal perspectiva en relación a un personaje que deja de ser el Lope de Aguirre para transformarse mediante el juego del lenguaje en un chileno más, que no por eso deja de ser el príncipe que se autoproclamó. Continúa leyendo la reseña de Simón Villalobos.


    LOPE DE AGUIRRE.

    Príncipe de Chile.

    El Dorado es el nudo mítico del espíritu aventurero del siglo XVI y posteriores, a partir de las ataduras de la conquista, descubrimientos y enfrentamientos varios disgregados por América, este templo o palacio simboliza o concentra la imaginación de la riqueza sin fin y la maravilla medieval proyectada en la vastedad americana. Sin embargo, el Dorado siempre está un paso más allá del alcance de quien lo desea, es un objetivo en constante desplazamiento, su principal característica es la de cegar con su ausencia al espíritu emprendedor que colapsa, conspira o medita temeroso en el senda hacia él, inventando los monstruos que lo cercan. La aventura americana, esto es, la aventura occidental en América, es el recorrido de o hacia este mito, desde el primer avistamiento de Colón, que inaugura el conocimiento de las indias occidentales, hasta la United Fruit Company, la explotación del caucho por la Firestone en Brasil y, por último, la individualización de ese tesoro, odisea y guerra en la acotada geografía personal de cada uno.



    Lope de Aguirre fue uno de tantos soldados que viajó a América a principios del siglo XVI para luchar en favor de la corona española, propietaria del continente, buscando enriquecerse, como tantos otros, en esa lucha. Sin embargo, este personaje es un punto de inflexión en la historia de la conquista. Luego de sus primeros avatares, asesinatos, condenas y castigos; luego de las múltiples batallas entre españoles y contra los alzamientos indígenas, envejecido -cercano a los cincuenta años-, con sus miembros lesionados y aún pobre, decide enrolarse en la expedición que se interna en la selva hacia el Dorado. En medio de la previsible catástrofe de esta empresa, proporcional a su internación en la selva, Aguirre asume protagonismo en las conspiraciones que en cierto sentido fueron -o son- la salvación frente a la necedad de sus dirigentes. Aguirre asume el lugar del rebelde, pero también del loco y del asesino estratega y del asesino ensañado, en fin, del peregrino americano que antes de hundirse, hunde toda la estructura que lo hiere. Asesina a los líderes de la expedición, uno tras otro -aunque él mismo nombrara a los sucesores uno tras otro- y se alza lanzando un desaforado desafío al rey Felipe II mediante una carta en la cual lo desacredita diciendo: no puedes llevar con título de Rey justo, ningún interés destas partes donde no aventuraste nada, sin que primero los que en ello han trabajado sean gratificados. Firma esta carta el Príncipe de la Libertad de los Reinos de Tierra Firme y las Provincias de Chile. De esta manera, guía un ejercito de vencidos españoles, pobres cansados en los frutos y réditos desta tierra, exigiendo a su rey: igual justicia, premio, paraíso e infierno para cada hombre que se ha esforzado en la conquista española. Justamente cuando ni premio, ni paraíso había sido encontrado, Aguirre se adelantaba a recibir su cristiano infierno.

    El otro polo del Dorado es justamente Chile, territorio en los márgenes del virreinato del Perú, notablemente menos rico, y al cual Aguirre nunca llegó, pero cuya imagen alejada, por azar del nombre y la historia, permite enlazar la identidad de quien habla en los poemas de Morales Monterríos, nada menos que un príncipe. El juego textual que soporta al Aguirre de estos poemas, surge con la historia de la búsqueda del maravilloso tesoro americano, sigue con la disgregación del cuerpo satanizado del traidor (Que nadie se acerque porque en esos huesos / Anduvo  Lucifer) bajo sus cuatro banderas, cada una con su estandarte de espadas y la leyenda del peregrino sumido en el descontrol de la aventura: SIGO. Su imagen sigue con su cabeza sacada en procesión cada aniversario de su muerte dentro de una jaula (Para que no los mordiera) desde la iglesia que la contiene. Y por azar de la escritura y de la historia y del nombre, termina con un chileno -pero nada menos que un príncipe- hablando en la jerga que ha adoptado en la aventura -la única completamente efectiva en su violencia- acerca de su reinado que se anega y su destino: JURO / NO DEXAR EN ESTA TIERRA COSA / QUE VIUA SEA.
    _______________________________
    Simón Villalobos Parada: Santiago, 1980. Poeta y Director de Revista Contrafuerte. Ha participado en varios talleres de poesía. Fue director y editor de la revista Estrago durante los años 2003 y 2004. Ha publicado poemas en Desencanto Personal (Editorial Cuarto Propio, 2004). Obtuvo una Mención de Honor en el Concurso de Poesía Carlos Pezoa Véliz, razón por la cual fue incluido en la antología Selección de Poesía 2005 (Fundación Nueva Poesía, Santiago). Es Licenciado en Literatura y Magíster © en Literatura.








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    María García Zambrano 

    (Elda, 1973), estudió Ciencias de la Información y estudios de doctorado en Literatura en la Universidad de Sevilla, cursos de postgrado en Letras Modernas en la Universidad Paris-Saint Dennis, semiótica y lingüística en la Pontificia Universidad del Perú, en Lima, y literatura hispanoamericana en la Universidad de Buenos Aires.

    Desde 1992 participa en diversos talleres literarios en Sevilla, Buenos Aires y Madrid con poetas como Ángel Leiva, Ivonne Bordelois, Gabriela Yocco, Reina María Rodríguez, Luis Antonio de Villena, Hugo Mugica y Enrique Gracia Trinidad.

    En 1997 algunos de sus versos salen publicados en la antología, Siete poetas de Petrer, publicado por el Ayuntamiento de Petrer.

    Desde 2003 forma parte de la Fundación Entredós, cuidando durante dos años el espacio Compartir Poesía, y realizando numerosos recitales.

    En 2007 algunos de sus poemas ganan el concurso Voces Nuevas XX, de la Editorial Torremozas y son publicados. En marzo de 2007 sale su primer libro de poesía El sentido de este viaje, en la Editorial AguaClara, que incluye tres poemarios ganadores del premio de Poesía Paco Mollá, del Ayto. de Petrer.

    En 2008 colabora en el programa de radio El Planeta de los libros, del Círculo de Bellas Artes, con un espacio dedicado a la literatura de mujeres, y forma parte de la Red de Arte Joven de la Comunidad de Madrid participando en recitales.

    En 2010 se une al grupo de poetas Poesía en Sidecar http://poesiaensidecar.blogspot.com.es/ , realizando recitales en el Café Libertad, en la Casa de Asturias y en el Centro Cultural de San Fernando de Henares, y publicando en la antología del mismo nombre.

    En 2011 es invitada al proyecto Transferenzias que une a poetas de España y Bélgica, y participa en un recital que se lleva a cabo en el Ateneo de Madrid.

    En 2012 gana el premio Carmen Conde de poesía de mujeres de la Editorial Torremozas con su libro Menos miedo.

    En 2013 con Menos miedo queda semifinalista del premio Ausias March al mejor poemario del 2012, de los críticos de Addison de Witt (http://criticadepoesia.blogspot.com.es/) 

    Participa en el ciclo de recitales Voces del Extremo en su edición de 2013 y 2014; en el ciclo Poétikas http://poetikaspoetikas.blogspot.com.es/, organizado por Gsús Bonilla...

    Sus versos son publicados en las revistas Nayagua http://www.cpoesiajosehierro.org/web/index.php/nayagua/item/nayagua-20
    Escritores en Red http://www.erabradomin.org/rev20/revista20.html

    Participa en las antologías:

    Poesía en Sidecar. Huerga y Fierro 
    En legítima defensa. Poetas en tiempos de crisis. Bartleby Editores.
    El salón Barney.  Playa de Ákaba.
    Voces del Extremo 2014. Poesía y resistencia. Editorial Amargord.

    Libros publicados

    -“El sentido de este viaje”  (Editorial Aguaclara Alicante 2007) 
    -“Menos miedo” (Ediciones Torremozas 2012)
    -"La hija" (El sastre de Apollinaire, 2015)






    “El sentido de este viaje”  (Editorial Aguaclara Alicante 2007) 

    Geometrías

    La forma de este amor es extraña.

    No es un amor redondo
    sin picos ni altibajos
    no es un amor trapecio
    un amor coral
    un amor atracción de feria.

    Es un amor de luna
    con labios de papel
    y corazón en medio.

    La forma de este amor es navegable
    es opaco y transparente
    es líquido y gaseoso
    con chispas
    y electricidades
    un amor contenedor
    un amor pisa-papeles.


    En mitad del paraíso

    De la oscuridad,
    el viento como un huésped
    se instala en tus dedos
    y tú
    amor deseado por todos los jóvenes
    permaneces dormida

    recibiendo en tu vientre
    la semilla del dolor.



    El tiempo de las uvas

    Hasta ti
    costa de mis esperanzas
    barco ebrio
    navego.

    Conozco los continentes
    para llegar a tu abrazo.
    Conozco los delirios
    que traerá el temporal.

    - El viajero no abandonó la patria
    su amada hasta el fin de los días.

    En el mar de los hombres.
    En el mar de los nombres
    me aventuro donde
    las aves escapan
    a costas amables
    y las aves que escapan
    me indican
    el camino al sol.



    El nacimiento del mundo

    Existe ese lugar donde quiero ir
    al fin
    acompañada de la mano invisible
    deseo llegar
    espacio profundo
    donde nacen
    los primeros sonidos
    las primeras verdades.

    Un lugar invisible y certero
    que sólo siente
    el que nombra
    con la voz de los siglos
    un lugar que sólo ven los niños.

    Vedado a la razón, al sentimiento
    pertenece al oscuro abismo
    donde habitan los locos.
    donde habitan los poetas.



    Olor a madrugada

    Anduve haciendo viruta
    con la madera de tu espalda
    y al ver que no eras tú
    amanecí

    en el año del silencio.

    Boca cerrada.
    Me mordí los dientes y no brotó
    la saliva de tus labios.

    Es difícil no tener la tentación de embarcarse
    en el crucero nocturno que ofreces.
    Me contengo y enloquezco:
    los barbitúricos se los doy al pájaro
    me acuesto con la alfombra
    me como tus camisas.
    Una sombra ausente ha despertado.
    Olía a madrugada.

    Detrás de esa sombra estaba
    todo el silencio posible.

    Este valle tiene alas,
    que aparecen en fragmentos.

    A temperatura normal me desdoblo:
    medio poeta medio ministra
    pero siempre dividida por tu cuerpo.




    “Menos miedo” (Ediciones Torremozas 2012)

    Menos miedo

    Me ha crecido una hermana de los ojos y ahora puedo
    mirar el horizonte.
    – ¿El invierno es infinito? – me pregunta. 
    Mientras, damos de comer a dos palomas que golpean 
    con su pico los cristales. 
     – Me duelen los dientes de masticar tinta. 
    Me ha crecido una hermana de los ojos y ha amanecido.
    La noche duraba más de un sueño, y a veces dolía
    en la boca y en los párpados. 
    -- ¿Podré quedarme contigo?
    Me ha crecido una hermana de los ojos y ya no veo la muerte.   



    Salida Nocturna

    Esta falda plisada
                                     con botines
    una blusa que vaya
                                       con mis labios,
    el escote imperfecto
                                        que perturbe. 

    Al fondo del armario están mis ojos
    cosidos con puntadas de limón. 
    No los quiero abrir, me muevo a tientas.
    Elijo una piel que me borre la piel. 



    2012

    Oscuros pero no.
    que el gusano no siga mordiendo en el hueso.
    Ha venido la madre, el padre, la hermana
    para cantar
    y será niña y tendrá tus labios y dirá una palabra
    y creará una estirpe de fe. 

    Oscuros pero no.
    Que el topo no escarbe más en tu vientre.
    Ha venido el poeta, la pintora, el bailarín
    para crear
    y será un árbol y tendrá sol y dará sombra
    y creará un surco donde la vida. 

    Oscuros pero no.
    Que el banquero no se lleve los dientes de leche.
    Ha venido el minero, la cirujana, el labrador
    para abrir
    y será un pájaro y tendrá horizonte y traerá el vuelo
    y más.      






    "La hija" (El sastre de Apollinaire, 2015)



    EL QUIRÓFANO

    Un monitor registra tu latido
    papel que no termina y en su
    desprendimiento
    arrastra lágrimas
    como cantos que el mar no erosiona.
    Cuánto esperar entonces
    (papel cayendo)
    que asciendas a mi boca.
    Cuánta ceguera        viscosa          alucinada.
    (Contar las gasas la voz invisible
    el suelo y su desinfección
    la señal que debes darme).
    Cuánta carne de corcho
    todavía.
    En lo alto    un temblor    me despierta a este mundo.

    –LA HIJA VIVIRÁ.




    LA SALA DE LACTANCIA

    Mi pecho huérfano mira el otro pecho
    derrama su simiente           al plástico y cristal.
    Tus labios cerrados no acarician ni muerden ni hacen
    que sangre
    este huérfano tan mío.
    Ninguno de los dos te saborea
    tan solo están ahí para alumbrarte
    con su amor
    gota a gota.
    Mi pecho se rinde y cae y se duele del silencio y de la falta.
    Una máquina un ritual una ventana que da a los aparcamientos.
    Y toda la tristeza que se vierte
    con este chorro
    blanco.



    LA HABITACIÓN DE TRÁNSITO

    Las motitas de polvo que flotan en la luz saben que el cuerpo no está para la despedida. La puerta se cierra a la metáfora de la muerte. La madre no acompañará al cortejo de batas y endoscopios y fauces que mastiquen lo que queda.
    Atardece y un haz te atraviesa como un ser que hubiera venido a despertarte, a poner una bomba al otro lado de este cuarto.



    EL HOSPITAL

    (sutura arquitectura espultura).
    Juego a palabras sentada en el box
    mientras
    una auxiliar rellena la jeringa
    con la leche traída de una máquina.

    Juego a palabras
    y miro
    en la sonda
    c
    a
    e
    la gotita
    (goma que te alimenta y recorre
    un camino que me lleva a lo hondo).

    Juego a palabras
    (hendidura amargura negrura).
    Mueves la boca al sentir el alimento
    satisfecha duermes
    no me miras
    quizá no sepas que siempre estoy 
    inmóvil
    mirando la gota que 
    c
    a
    y me sepulta
    esperando una señal para  morir
    un poco menos.


    *


    Soy la dulce letanía de los niños muertos en este hospital. 
    La silenciosa que seca sus lágrimas.
    La que reza por cada neonato.

    Soy el asombro el miedo          el ahínco 
    el paso firme por baldosas que se mueven. 
    (Mis labios pueden amar la espina
    besar los bordes afilados de la rosa).

    Soy la madre asistida por la madre
    y firmamos el armisticio con los bisturíes. 
    (Mi cuerpo se bate contra la patología).

    Soy la escriba que registra el latido
    de una vida encarnada en la magia.
    (Las manos no se ahogan en un mar que anega 
    camillas y goteros).

    Soy recipiente de un líquido inflamable. 
    La tierra el surco el árbol
    la luz alógena de este amanecer.

    (Hundo mis pies en lo real y te libero, hija mía, 
    de los falsos sabios).




    LA VIDA

    Respiraré por ti.
    Atraparé todo el aire de este y otros mundos 
    que voy a inventar
    para que caminemos juntas.
    Inventaré una galaxia
    para que llegues a lo alto
    y extiendas tu mirada por encima de los dioses.

    Respiraré por ti.
    Seré tus ojos y en ellos
    guardaré el mar
    (con las manos de mi padre conteniendo la espuma
    y todos los moluscos que se aferran a la roca).
    Inventaré un mundo acuático para que flotes y te sumerjas 
    serás el pez más veloz.

    Respiraré por ti.
    Multiplicaré mis alvéolos
    y miles de luciérnagas y estrellas y la luz 
    entrarán por tu piel como caballos que vuelan 
    libres e iluminados.
    Un amor limpísimo disolverá la enfermedad.

    Respiraré por ti.
    Seré tu lengua
    con todas las palabras que existen y otras 
    babel entre tus dientes
    la historia que contaremos a tus hijas.
    Respiraré por ti

    hasta que ya no quede savia en este cuerpo 
    entonces

    inventaré otra vida para seguir respirando.






    .

    0 0
  • 07/18/16--01:09: MARÍA SOTOMAYOR [18.935]

  • María Sotomayor 

    (Madrid, 1982). Poemas suyos han sido traducidos al portugués y publicados en diversos formatos digitales como: Letralia, Ácracia pour les porcs, Inspirulina o Permítanme ser hombre, entre otros. Ha participado en varios fanzines, como el nº1 de Aerostático Grotesto (ediciones Aerostáticas). O en los libros digitales de Dara Scully “Tus ramas/mis huesos” o “Dientes de leche”. 

    Es autora de los libros de poesía Estoy gritando, me conocí de esa manera (Canalla ediciones, 2013), La paciencia de los árboles (Letour 1984, 2015), Blanco y negro es animal (Ejemplar Único, finales 2016). Y los poemarios inéditos: Nieve Islandia, La ventana de Celinne, y Para no saber lo terrible de los días. 

    Se la puede leer en su blog: “Cartas desde Reykjavik” (mariasotomayor.blogspot.com.es).




    EL TACTO ES UN INSTANTE PARA MIRAR EL MUNDO

    De pronto el paisaje más triste y pequeño
    se rompe en un grito de mala suerte 
    sin embargo
    tú eres el corazón más bonito
    de este mundo
    es bello 
    antes de llegar a ser nada 
    andar cosechando tristezas
    como huesos de aceituna
    en el más adentro de tu boca
    derramarlos por el suelo 
    siempre después de sembrarlos un verano
    dentro de una botella granate 
    o bajo una uña 
    en la teoría más áspera de los invernaderos 
    es bello 
    estar tantas veces al borde de la gota 
    y concluir así la lluvia 
    y los besos que juegan al ruido de dos en dos
    al chapoteo a la leche radiante de lo curvo  

    Dios es un hombre herido y solo
    que junta palabras y juega a los soldaditos de látex  

    es bello
    algo así como que cosas de niños vengan a mi pecho
    como un remolino de viento 
    destrozándome el pelo sacando las tareas de reír 
    en mis nervios chillones rebosantes de piel 
    hasta que llegan las mujeres desnudas por la casa
    con su dolor humano 
    como un extraño cielo abarrotado de formas morenas
      
    todos los pies quedan grandes 
    para echarse a correr como pájaros
    sobre el lomo mojado de los perros idénticos a los antílopes azules
    o sobre sus ojos blancos que de pronto son negros
    y en la primera temperatura 
    el mundo de ahora
    por fin entiende 
    que antes que nada 
    sin ir más lejos
    el tacto de la hierba en las manos se llama llorar. 




    reiði.

    Podría decirte que es hambre
    sí           hambre
    caracolillos ciegos y raros
    por lo que los cabellos descienden y las personas rabian
    hambre
    podría decirte que es eso           hambre
    un montoncito de aire que me azota cruel la barriga
    superficial siempre                     nunca por dentro
    pero no crece                     el hambre
    y por eso no lloro ni hablo ni tampoco me cerca la angustia
    eso sí
    hay días que he pensado en ponerle fin           al montoncito de aire
    por lo infantil de los golpes
    que a cada rato me da           sin intención de mirarme
    pero haciéndome circunferencia           a cada rato más
    y yo me obligo a abrir la boca y tragarme la marca fina del tiempo
    por cada rato           por infantil           por cada golpe
    por todas las cosas que pasan a través de una ventana
    redonda
    como la tripa de la vaca           sin pasto ni casa
    redonda
    con forma de calendario durante muchas horas
    los años van y vienen y lo escrito perdura impermeable
    nunca a la intemperie           a lo cobijo
    ahora
    todos verán la cara no dicha
    de aquella mujer ganso cuando habla
    llenando todo de confusión           de charcos
    de su filosa trampa           redonda           su hambre
    tan herida           tan poco rezo           tan venganza de hereje.


    *


    Pequeños y encarnizados metales
    de punta
    alargan su mano de acero
    y tejen una palabra en el costado
    han caído temporales
    han caído las casas en tu guerra
    y vemos marcharse a las bestias
    recorriendo el hombro hasta la palma de la mano
    después dormimos cuando la rabia ataca
    y se nos caen las tripas con saña ante las sogas
    se nos caen como un aplauso ante una tumba
    un perfecto nudo de estómagos en los tobillos
    pero no hay que perder el cabo del hilo
    los gritos melancólicos en esta edad tan flaca de caer
    están en que nadie te dijo que después de todo
    el sonido de la metralla sería lo único que recordaras


    *


    Yo a ti te quiero
    cerquita del pecho siempre
    te quiero lejos de la crueldad
    de las habitaciones por las noches
    pálida y vieja ballena
    te quiero
    talismán de pie
    balanceándose en señal
    del cirujano sobre las caderas
    un silencio en el mal de los hombres
    el cabello anudado a los brazos largos
    que rodean los árboles creciendo entre nosotras
    sólo la tarde se ha hecho minuto
    conteniendo una línea en el bostezo
    la tristeza es larga y la confundimos
    por eso necesitamos nudillos firmes
    golpeando las mesas
    la carne de tu carne en un guiño
    fragmentos de seda en la vieja madre


    *


    Volveremos a estar juntas
    para hablar de nuevo con estas voces nuestras
    de carne y estómago
    y no con los demonios de tus noches
    de esas noches tuyas de pájaros en las caderas
    cuando volvamos                    nosotras
    a estar juntas y prender el verde
    y el fuego para calentar la leche
    y a oscuras sentarnos para toquetearnos los bordes
    para ser negras, para beber de las manos
    como insectos salvajes de nuestro lado más temible
    alzaremos el cuello para contar los aros
    en ese instante sublime
    de olvidar la palabra que utilizaron para nombrarnos



    *



    Nos cruza una niña jugando
    lleva el pelo recogido en forma de llave
    y un lluvia pálida en cada mano
    parece hambrienta
    siempre ansiosa por estar adentro

    antigua
    desnucada
    algo resbaladiza

    la arena entonces en sus pies
    y lo lento del girar en el sentido de las manos
    con sus golpes, sus rodillas violetas
    me pregunto
    si su ombligo tiene forma de paloma
    la invisible cicatriz umbilical
    dentro de una cáscara de rosa

    escribo sobre sus pies torcidos
    su labio rojo tan lejos, tan lejos
    de los tobillos huérfanos de charcos
    del significado de lo puro cuando encaja
    convirtiendo a los árboles
    en animales heridos junto a la carretera
    y los juegos infantiles son bombillas rotas de la tarde
    tal vez la infancia sea un hilo en el suspiro del viento



    *



    No tiene prisa, olvida un zapato
    pero no el sabor verdadero de los grifos
    los hijos pasan silbando blancos por los caminos
    y ella detrás del visillo deja correr la lluvia en sus dedos

    se ha separado el pelo
    y cose un jarrón milenario dentro de las azucenas
    también afuera una cierva con el vientre hinchado
    ha llegado hasta tu puerta
    con un corazón de hombre en la boca

    por qué ya no os conmueven los partos de los animales
    por qué

    el tiempo sería más lento en los ojos
    si aprendiéramos a alimentarnos del goteo de leche
    de las cicatrices redondas de los cuerpos
    del ritual anémico de lo salvaje sobre la vida



    *


    He despertado en medio de un puente gris
    soplando pequeños pasos
    como insectos torpes que saltan
    y saltan y remueven sus patitas
    en mi carne abierta en mi carne blanda
    una luz
    naranja
    de tarde
    se derrama
    por la garganta
    y lo cubre todo de tierra brillante, incluso la cintura 

    allí dentro estoy a salvo porque el silencio avanza
    y no lo he dicho aún, pero mi pena es redonda y roja
    con el mismo aspecto de la tripa de mi madre
    cuando ella no era mi madre y yo aún no era yo
    tan sólo éramos hambre
    entonces
    tan chiquita era
    que no podía llorar
    después me soltó la mano
    y las hijas dejaron de hacer pie en las bolsas
    para quedarse dormidas dentro de una trapo azul
    en el cielo de los niños
    en las casas furiosamente extrañas



    *


    Si toda la luz se quedara quieta
    contemplando las manos sacudirse
    motitas de polvo alrededor de las farolas
    y yo sintiera que me estaba enfermando
    no pararía de acariciar el pequeño diente
    que me empezó a crecer dentro del cráneo
    en lo liviano de mi condición de mujer hacia dentro

    más tarde
    más tarde aún de encaminar mis pies por las aldeas
    de bajar feliz de la cama y bautizar a mis doce hijos
    más tarde aún de estar siempre del lado de las tormentas
    pero en distintos lugares                     lo supe

    hay que seguir tragando flores con los ojos muy abiertos
    para seguir oliendo bien por dentro

    así que detrás de todos mis intentos de llorar pétalos
    sólo me quedó ponerte a navegar en lo hueco de los tallos
    por los ríos, por las rayas lisas y pequeñas de tus manos
    por la nostalgia luz barullo de los naranjos

    y no hizo falta estar limpia para arrastrarse
    cuando el gallo cantó su dibujo infantil
    contra tu primer llanto blanco de animal sin amo



    *


    Una vez a mis cinco años tuve una hija
    no pude llorar lo puro de su carne
    la mancha cobalto que dejó en la tierra

    la parí a escondidas debajo de un árbol
    y no encontré señal alguna de los lobos
    más tarde fui la madre de una cierva
    y también gorrión dentro de una rosa
    clavada en el dobladillo de un vestido blanco

    la primera sangre tuvo aspecto de miel púrpura
    me hizo nudo y sonrojo las mejillas
    despeinada de cintura para abajo

    después, la cierva murió tatuada en la ternura
    en un pedazo de cielo inmenso que nos hizo sombra
    la mañana que nosotras también quisimos el amor
    más allá del hambre, de la tripa limpia de los hombres únicos



    *


    Tenías una belleza tan líquida colgando del labio
    que hubo un tiempo que olvidé cómo nombrarte
    más tarde el puño sobre la mesa
    y quedarte tan flaca después del nacimiento
    en los objetos punzantes que han llenado tu cabeza
    la casa tan vacía
    el grito tan alto
    que no te reconoces
    en el olor de la cocina sucia después de los adultos
    de la ceremonia salvaje de ser dorada

    ningún espejo va a devolverte tu imagen de cierva
    como ningún hombre te va a volver a llenar el vientre
    estás seca, te doblas como un junco
    y su pequeño corazón se derrama
    en tu belleza tan líquida
    colgando del labio
    en algún lugar de una niña
    que hace una acrobacia en la ventana
    y lo pone todo perdido de cabellos
    sonando a barro en los ríos
    en la vida entera







    .


    0 0


    Matías Fleischmann González 

    (Santiago de Chile, 1997) es egresado de secundaria. Quiere estudiar Antropología. Escribe y traduce poesía. Traduce relatos pero no los escribe. Le gusta sentir cosas. Ha sido publicado en revistas y antologías, impresas y online. Una vez casi se ganó un premio. Vive con un quiltro y un blog.



    el clima mediterráneo es especialmente vulnerable al cambio climático
    hago crecer plantas en tus maceteros
    es la tercera vez en este mes de primavera que llueve torrencial
    junto con la subida de las temperaturas globales, la acidificación de los océanos y
    la disrupción de la circulación termohalina de las corrientes marinas, el
    cambio climático provoca
    reducción del tiempo de las lluvias
    proporcional al aumento de intensidad
    reduciendo el número de estaciones
    de cuatro a dos:
    la estación en la que visitas mi espacio personal como una embarcación
    de pesca por arrastre
    tallando el fondo marino y
    la estación en la que no necesito más el sonido de los trenes del metro frenando
    para
    recordarle a mis extremidades que hay algo que nos
    causa pero nada más.

    mis extremidades, durante esa mitad del año, se
    acuerdan solas de la manera de encajar tus dedos de los pies en mi suelo de
    plástico importado
    esto tiene, en un análisis superficial, tres consecuencias:
    –       la actual balanza comercial de la nación de chile se mantiene negativa
    –       los crujidos de tus nudillos llaman a los chincoles
    –       los aromos de la esquina florecen a mediados de agosto
    ninguna de las cuales es suficiente para hacer despertar los líquidos de mis
    huesos
    que no quieren sostenerme más allá

    durante la otra mitad del año, la de la pesca,
    el enojo del sol me pega en la frente como mil portazos
    de viento solar, el cual es una de las principales fuentes de
    mi pena

    levanto los pies del suelo
    supongo que haber tenido un astrolabio al navegar habrá de haber sido
    muy reconfortante,
    saber adónde ir, saber que las líneas rectas de la
    proyección de mercator
    (proyección que engrandecía los polos, empequeñecía el ecuador y permitía la
    navegación en línea recta)
    efectivamente te llevaban más allá
    y no debajo de la niebla




    el farellón costero es un accidente geográfico 
    característico del norte de chile
    el paisaje es una sombra de tu ropa
    las polillas nos reciben de este viaje insoportable
    la frontera se mestiza por sí misma cuando el aire de
    tus pulmones se mezcla con la
    yerbabuena
    falsa

    supongo que hay un poco de todas las cosas repartidas en tus extremidades
    caparazones estrujados de todo amor, eso son tus extremidades
    pero nosotros
    nosotros somos baratas de otro planeta cruzando el desierto de noche
    y las estrellas que construyen un puzle en el cielo
    un puzle que se construye solo
    no determinan nuestro destino
    solo iluminan la calle vacía
    de la capital regional

    existo contemplativo
    mirándote ser motor de todas las cosas del mundo
    fusionando todos los cariños que
    dispersé
    por las cuencas hidrográficas que
    evacúan por el pacífico,

    me cuesta despegar los pies
    no hay muchas cosas que mis huesos aguanten
    más allá de la gravedad

    salimos de las madrigueras a recorrer la superficie hasta que nuestro cuerpo nos
    dice: tengo el humo del desarrollo pegado bajo las pestañas
    no hay suficientes espirales para hacerte caminar por mis brazos sin perderte



    se siente cómo el mar regurgita 
    el calor en la noche
    hay una suerte de oscilación en mi cuerpo
    el desierto lo engloba todo
    engloba mis manos y las partes de atrás de mi cuello
    estoy en medio de un espacio físico de tres dimensiones
    en este espacio físico de tres dimensiones siento el viento húmedo correr del mar
    al altiplano
    tengo ganas de que tiremos pero ni siquiera me gusta tirar
    tu cara es muy bonita. te queda bien la barba
    eres una figura que absorbe todos los fotones de atacama y tarapacá
    entre estos fotones se encuentran los latidos de mi corazón y todas las veces que
    me he sentado a llorar porque no tengo con quien hablar a las cuatro de la
    mañana
    me dices: es que eres un ser nocturno
    te digo: es que de noche las cosas son menos claras y me agobian un poquito
    menos
    es que de noche lo único que se ven son los vidrios rotos de las botellas al lado de
    la línea del ferrocarril
    me robé esa apreciación de un poeta que me mencionaste
    de cuyo nombre no quiero acordarme

    hay algo en las iglesias robadas
    algo en la absoluta carencia de nada más excepto ladrillos rojos
    ladrillos rojos
    ladrillos rojos que construyen casas sin techo
    que entierran las uñas en las laderas de los cerros de una tierra que no es nada
    más que eso: tierra
    y frontera
    que respira en mis orejas
    hay algo en las iglesias vacías
    algo que me destapa el pecho y me invade por detrás de las fracturas de mi frente
    no puedo explicarlo porque
    dejé de creer en el alma a los quince
    pero hay gringos muertos
    gringos torturados en el valle de azapa
    que nos hablan de noche
    sobre la dictadura

    tomamos cerveza al lado de personas con tatuajes
    aunque ni siquiera me gusta la cerveza
    tengo sueño porque salir de mi casa me cansa más que cualquier otra cosa en el
    mundo
    quiero tirar
    mis lágrimas al desierto
    y hacer que crezcan palmeras gigantes
    que me hagan sentir que tengo vida más allá de la humedad de las ciudades
    conquistadas
    más allá de los valles transversales
    me dices: la bandera es
    enorme
    te digo: quiero tirar mis
    lágrimas
    al desierto
    y hacer un oasis de agua sin niveles peligrosos de plomo
    sin
    niveles peligrosos
    de estar solo

     http://latribudefrida.com/poesia/3308/





    .


    0 0
  • 07/18/16--03:02: ANDREA ABREU LÓPEZ [18.937]

  • Andrea Abreu López

    (Tenerife, 1995)
    Estudia Periodismo en la Universidad de La Laguna. Nació en Icod de los Vinos, la tierra de Emeterio Gutiérrez Albelo. Cuando tenía solo 10 años ganó el premio escolar de poesía Emeterio Gutiérrez Albelo. El realismo mágico y el surrealismo han sido sus vías para conocer y celebrar la realidad que no está, un mundo que vive bajo la corteza de los ojos. Julio Cortázar ha sido la curva del puente. Estudió un curso de poesía con Coriolano González Montáñez, quien deslizó en ella el amor por la poesía de mujeres como Sharon Olds, Wislawa Szymborska y Diane Di Prima. Busca en la poesía un escape de lo cotidiano, de lo sistemático, de las normas que el sistema impone para descodificar la realidad. Busca la sencillez de un gato, que escapa de la construcción humana, o la metafísica de un árbol. Algo que está más allá de las cosas que vemos y tocamos. Esta búsqueda la ha llevado a profundizar en el activismo ecologista y feminista. La poesía es una forma de observar el mundo, de entender la realidad, y nos abre a cambiarla y a construir. Es creadora y parte del equipo del blog literario Proyecto Garabatos (www.proyectogarabatos.wordpress.com), y en los blogs El bicho negro (www.elbichocarretero.blogspot.com) y Cielo raso (www.elcieloraso.blogspot.com).



    Llueve en la calle herradores

    Llueve en la calle herradores
    dos niños
    que juegan a morirse
    pam              pam
    un golpe certero en el pecho
    tres monjas negras
    que salen de un portal

    oscurece en la calle herradores
    no hay hojas
    no importa
    en el cielo
    el aire
    también balancea la calle
    las luces más tenues
    no hay flores

    no tengo paraguas
    solo una antena parabólica
    un pequeño recuerdo de vida
    dos niños
    que juegan a morirse
    pam              pam
    un golpe certero en el pecho
    tres monjas negras
    que salen de un portal
    el cielo sin hojas
    el aire que porta la calle
    las luces más tenues
    la ausencia de flores
    una palabra muy larga
    la noche

    la certeza

    nosotros también moriremos

    pam              pam.





    Utilidad de mi casa

    Para Aida González Rossi,
    por aquello de los edificios interiores.


    He hecho unas galletas de canela
    están en la mesa de la cocina

    no me mires así
    gato

    no ves que no tengo ojos
    sino dos bloques
    cemento
    yo también quiero saber qué ocurre
    nepal
    hay gente que vive en mi ropa sucia
    en las bragas que asoman de la gaveta

    gato
    te puedes quedar este domicilio
    yo ya no lo quiero
    sabes lo que hay en Gokayama
    tejados como naipes en actitud de reyerta
    sabes lo que hay allí
    la nieve

    me preocupo por ti
    gato

    gato barroquismo
    no ves que no queda comida en lata
    pack ahorro gourmet gold mousse
    surtido catessy bocaditos

    nada
    NADA

    no quedan sino edificios aquí
    y yo ya no soy de carne
    gato
    nagual
    quién sabe si tú no eres yo
    o si yo soy tu comida en lata

    sweetness sweetness i was only joking
    when I said I’d like to
    smash every tooth in your head
    gato

    apaga la maldita radio de una vez
    no ves que no soporto más la
    casa distopía
    que me duele el cuerpo de la fm

    gato
    escúchame
    no ves que
    yo soy presa por partida doble
    cárcel de esta casa                                                                  
    cárcel de mí

    de la lombriz verde que se posa
    en mis esquinas.




    SEI LA TERRA E LA MORTE*

    Yo soy como la Tierra, siempre
    sola, siempre viva. Siempre
    gravitante. Siempre giratoria.
    Siempre trescientos sesenta y cinco.
    Y cuatro. Años bisiestos
    y estaciones.

    Fantaseo con la niña que duerme
    en la otra cama. Se ha hecho amiga
    de gallinas hacinadas y ratas
    con ojos de sangre. Ella y yo
    vivimos en una casa con muros
    descubiertos, pilares enormes,
    ventanas sin vidrios, alfileres en
    las fotos, veneno para gatos.

    Me quiere, pero me habla cerca
    de la oreja y no consigo ver
    lo que me dice. Todo porque soy
    una mujer sin párpados ni boca.
    Hueca.

    Vacía como la Tierra.
    Oscura como la Tierra

    *Cesare Pavese




    UNA, NESSUNA…

    es imposible ver desde dentro
    desde dentro solo soy yo
    ciega del mundo y de mí




    EDREDÓN DE PATITOS DE COLORES

    doctor
    tengo veinte años y aún no sé dormir sola
    mi madre me ha dicho que me olvide
    de compartir cama con los ángeles
    que los ángeles se han ido
    que los ángeles antes eran tres

    miguel gabriel rafael

    uno en cada esquina
    pero también eran tenebrosos
    y mudos como mi cama
    los ángeles se han ido doctor  y yo
    tengo los dedos con forma de rombo
    no paro de meter las uñas en los muros
    y saco trozos de fotos
    verdes
    como los ojos de mi padre
    doctor
    los ángeles se han ido
    doctor
    los ángeles
    ¿qué voy a hacer yo si no tengo párpados?




    Utilidad de mi reloj

    Un pájaro azul se ha alimentado
    de mis ojos todo este tiempo.
    Ciego las horas como topos.
    Muerte, me dueles en la sangre.




    Adiós

    A Fernando Angulo Herrera

    amiga de este cuerpo
    me caminas
    como la noche
    y la noche
    me despierta en llamas
    te vas
    y me quedan los cercos azules
    de tu ausencia
    ese olor a flores moribundas




    Mutismo selectivo

    Camino vulnerable, como se camina con la luz apagada en una casa que no es la propia. Solo habla una voz que no es la mía. Los sonidos los articulan mis labios. Pero otra cara toma mi apertura para salir de su escondite. Nadie me conoce. Nadie ha oído nunca lo que digo. Yo no existo. Me limito a morir. A no nacer aún. Y aquí: solo habla una voz que desconozco.



    Viaje

    A Alejandra Pizarnik, por ser hermosa sin saberlo.

    qué extrañas formas
    del agua prismática y la distancia
    sólida
    detrás del azul
    y la ventana y lo otro detrás del
    vidrio
    y lo otro se me asemeja huraño
    rostros destapados
    pero solo corteza
    en las monedas los bolsos
    los pájaros los tickets
    los brazos cruzados y los zapatos
    de los que esperan el próximo tranvía




    La Ciudad húmeda

    I

    paseo por la herradores
    con un libro de anne carson
    pegado al brazo
    plegado con delicadeza
    como un pañuelo valiosísimo
    sorprendentemente
    estoy hablando sola
    y veo otras locas aproximarse
    que también hablan con sus espíritus

    en la noche
    en la calle de la ciudad despierta


    II

    no ha parado de llover
    desde esta mañana
    intento escribir
    pero no hago otra cosa que observar
    esas lámparas que cuelgan del techo
    como mocos translúcidos y fríos
    prohibido hablar, esto es una biblioteca
    yo no pretendía hacer ruido
    ahora mi miseria quiere cantar


    III

    pequeñas bombillas centelleantes
    pequeñas amapolas imberbes
    o peludas               sus cabezas bullen
    como el viento            en este bar
    no logro concentrarme
    me mata el olor a pieles descompuestas




    La Ciudad de la calma

    Hoy me tiemblan las piernas Gritamos Canté Canté con los dientes como cuchillas que relucen a las puertas de la universidad Nosotras Las chicas que leen a las chicas Las chicas que besan a las chicas Gritos Hicimos parar por última vez al tranvía de la ciudad mojada Mojada como mis dedos Mojada como nosotras mojadas La calzada cubierta de ojos gatos callejeros que nos persiguen Aún Un último grito Un último aullido Hoy

    ha sido

    un día de lucha en la ciudad de la calma







    .

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    Iosune de Goñi García 

    (Burlada, Navarra 1993) estudió Filosofía en la Universidad del País Vasco. Actualmente reside en Barcelona, donde cursa el máster Estudios Comparativos en Literatura, Arte y Pensamiento de la Universidad Pompeu Fabra. Escribe en euskera y en castellano. Sus poemas han sido publicados en los fanzines Seremos Onironáutas, No eres consciente y en la revista Lekore.

    www.ipsofiliak.blogspot.com



    F40.0 AGORAFOBIA

    Nº Historia Clínica: 28**76.
    Mujer de 22 años.

    Presenta dificultades
    para permanecer en espacios cerrados
    o rodeada de gente.

    Multitudes, lugares públicos, viajes.
    Psicoterapia.
    2 mg de benzodiazepinas.

    Siguiente.

    no puedo pensar no puedo dormir qué sucede con los vivos dónde están los que aúllan bajo la tierra los que sangran y tienen sed pero no respiran los olvidados // me buscan a mí buscan el cuerpo la carne preguntan y no sé decirles que no hay yo que no hay a mí del que decir me buscan porque hace siglos guerras y tempestades que perdí mi nombre // los ojos vacíos el agua en los pulmones no estoy muerta pero no respiro no puedo respirar no puedo // no hay suficientes palabras para decir la asfixia el pulso violento miedo temblor y el silencio es la voz de una aparición nocturna aullido de los sepultados bajo la tierra // los que me buscan // a mí que no tengo nombre que no sé de la vida más que el sabor de la sangre y los desiertos más que el dolor y el miedo a ser alguien más

    a mí
    que estoy al otro lado
    en la otra orilla
    la tierra sangra
    y no sé volver




    INVOCACIÓN AL LENGUAJE

    Digo palabras: incienso, tinta, amor, espectro. No. No las digo. Escucho una voz que habla. Una voz que dice. La voz dice tinta, amor, incienso, espectro. Entre los nombres, partículas de lenguaje: ecos, respiraciones. Un verbo. Pre-posición. Y se forma una frase. El eco antes del sonido. Respirar y venir a la vida.

    La voz dice escribe y sé el verdor de una música pasada. Que por qué la música es verde, yo no lo sé. Una vez escribí verde y escribí música y la música fue verde y quién soy yo para negarlo. Pasada. Porque todo ha pasado y nada hay por venir. El sol es negro y las aguas claras.

    Cierro los ojos y busco su aliento. La voz trepando por mi garganta. No hay garganta. No hay posesión en la palabra. Tan sólo la tinta, el amor abierto como una herida, este espectro que soy cuando dejo de ser y la ceremonia silenciosa del habla. Antes de ser, qué. Antes de nombrarme fui tal vez fuego: informe, caótico, ardiente fuego.

    Después mi nombre. Ella dijo yo y vine a la vida. Desde entonces escucho su voz, el canto secreto que me creó y por el que creo. Y sin embargo soy yo. Huelo el incienso dentro de mí. Yo soy la frase, el eco y la garganta. Nada ha pasado en la palabra: todo está por venir. El sol palidece. Las aguas son oscuras.




    PAISAJE INTERIOR EN BLANCO

    más allá del espejo la araña tejedora
    jardín helado trance de los hilos
    la soledad es un astro oscuro
    espacio vacío entre las hebras
    no hay tierra fértil ni mirada ni deseo
    cómo hablar del fuego en el páramo
    cómo conjurar el cielo
    luz divina madre celestial
    el cielo es verde música marina
    sangre de la madre sangre de la luz en los hilos
    no hay cielo música calma no hay calma
    tan sólo la albura virginal de la captora
    Is there no way out of the mind?*
    tan sólo los hilos
    la escarcha
    el espejo

    * Apprehensions, Sylvia Plath (1962).




    Helena

    Helena, zuregana nire ahotsa eta zuregana mendeen hautsa. Maskorren doinuan entzun dezaket Ilionera nabigatu zuten ontzien arnasa, irentsi zituzten sugarren itzala. Harresien gainean zure izena daraman zitori bat loratu da, gaua bezain adiezina, denbora bezain faltsua. Non zinen itsasertza leize bihurtu zenean? Helena, Greziak kondenatua, norena zen zure gorputza?

    Olatuek Egiptora eraman zintuztela diote, Troiak zure izena baino ez zuen mamua lapurtu zuela. Amets aizun batek eraman zuen erorien odola, antzinateko desertu gorria. Izenak errudun egiten zaitu, Helena, herioaren alaba, Egiptoko lilia.

    Olatuek eraman zintuztela diote, baina nik zure lepoa urratu egin dut, musu eman dizut mendeen lainopean, Helena, zure itsasoan oheratu naiz, eternitatea bailitz, gorputzak azala eta emetasuna balira bezala. Eta bertan, Helena, inoren Helena, hotza idatzi dugu, eta hautsa izan gara, eta ahotsa, eta heriotzen osteko ekaitza, eta izena galdu egin dugu denboraren erroitz esanezinean, Helena.



    Decir la herida

    ¿De qué ciénaga eres esclava, 
    lirio de agua, lamia de la noche?
    ¿Quién hechizó el vuelo de las aves?
    ¿Con qué nombre dirán los vivos
    el océano de todos tus cuerpos?
    Mi aliento mece los juncos,
    tu rostro es la voz del viento.

    Bajo el agua hay un corazón sangrante.
    Sacia la sed de la tierra, por eso duele 
    el reflejo como duele la herida, por eso 
    revela el vacío donde el yo deserta. 

    ¿Qué es el gesto antes de ser gesto?
    Ser lluvia sobre el propio cuerpo.
    Mirarse hacia dentro. 

    Besar los labios de la diosa,
    hacerse piedra, incendiar el bosque,
    decir la herida.



    Celda de la voz ajena

    Dentro de mí hay otra que canta.
    En su voz fluye un oleaje helado,
    navíos extraviados bajo el manto lunar.
    Cuenta que bajo las aguas del ensueño
    hay un jardín de lilas que oscilan en la mar.
    Cuenta que la sangre es una mirada al verbo,
    al sexo de un poema; pincelada incierta, 
    pincelada muerta.

    Dentro de mí hay otra que canta.
    No con mi voz ni con mi acento,
    sino con el rumor ficticio de una caracola
    en los hexámetros de una sibila.
    Habla el lenguaje de los ahogados,
    de la calandria, de la niebla que
    más allá del espejo danza.

    Caja de pájaro cantor, sarcófago vetusto.
    Mis huesos son espectros captores,
    una jaula vacía como la noche
    que sólo confina voces exiliadas.

    Dentro de mí hay otra que canta.
    Y no es un canto lo que entona, 
    sino un grito, sino las sombras.



    Urruntze kafkiarrak

    I

    Bakardadetik haratago
    ez dago itzultzerik. 


    II

    Atzerritarra naiz
    eta alde egin dut
    inora.


    III

    Non dira hemen ez direnak?



    Magia beltza

    I

    Hitzak ahoskatzen ditut: itsasoa, arroka, lurrunontzia, emakumea, zerua. Itomena, nerabe baten begirada, ura biriketan. 1912. 1945.


    II

    Soinekoak amaren aurpegia estaltzen du uraren azpian. Begietan ekaitzen ahotsak gordetzen zituela diote, noizbait lainoa maitale izan zuela. Soinekoak estaltzen ditu orain amaren zeru-begiak.


    III

    Itsasotik zerura ametsa. Lurretik itsasora ezeztapena, zerutik lurrera gorputzak.


    IV

    Amaren itzala enara baten hegaldia zen. Suzko enara batena.


    V

    Ez dakit esaten urak nora daraman: basora, ispiluen odolera ala etenaldi batera. Ez dakit esaten suntsitu, ez dut inoiz itsasoa ikusi. Eta ez dut ama izateko desiorik, lurra eta zeruaren arteko gorputz honetan. Urak eraman nazala. 


    VI

    Lurrunontziak itsasoa zeharkatzen du. Itsasoaren gainean, zerua. Emakumea zerua da. Emakumea lurra da. Arroka emakumearen euskarri. 


    VII

    Pintoreak emakumearen zeruzko bularrak marrazten ditu. Ez dio aurpegia estaltzeko soinekorik jantziko. 


    VIII

    Itsasoaren gainean, lurra. Zeruaren gainean, itsasoa. Emakumea arroka da. Itomena uraren euskarri. Lurrunontziak emakumearen gorputza zeharkatzen du. 1912. 1945.


    Oharra: 1912ko martxoaren 12an Magritte-ren amak bere buruaz beste egin zuen, Sambre ibaian itota. 1945ean pintoreak La magie noire (Magia beltza) koadroa amaitu zuen. 









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  • 07/18/16--10:34: CLAUDIO YUNGE [18.939]

  • Claudio Yunge 

    (Coyhaique, Chile, 1993). Estudiante de Licenciatura y Pedagogía en Historia y Ciencias Sociales en la Universidad Austral de Valdivia. Escritor y poeta, publica asiduamente en su blog King for a Day, donde artesanalmente ha subido los poemarios “Uno” y “Nací en 1993”. También ha colaborado en su ciudad adoptiva con cuentos para el proyecto de literatura de terror “Valdivia Críptica”.


    NACÍ EN 1993

    Me las ingenié,
    me puse a googlear mil novecientos noventa y tres
    y cacha lo que encontré:
    argentina con batistuta ganó la copa américa
    se estrenó la película daniel el travieso
    (esa que veíamos, mamá, en el canal 13)
    falleció cantinflas y pablo escobar
    duran duran sacó su último gran álbum…
    en fin, entre otras curiosidades
    también nació un prospecto de poeta
    nació el cayito,
    próximo artesano de los versos que ni pancho puelma
    envestido de nostradamus cantante pop
    podría haber vaticinado.

    Aún no se realmente si tengo dedos pal’ piano,
    pero eso para otro poema
    a la misma hora y en el mismo canal.

    Nacido en el núcleo de la constelación del gallo
    una primavera parcialmente nublada,
    el primogénito de una incansable mujer patagona
    botaba su primer llanto en el rinconcito
    de un andrajoso hospital regional.

    Desde ese día ocho hasta el instante justo
    en que ilumino estos versos de neón
    los años se han portado como un herrero
    que forjó la curiosidad de esa pequeña guagüita.
    Las preguntas sobre el acontecer mundial en
    noviembre de mil novecientos noventa y tres
    ahora suceden dentro de una
    intermitencia sináptica en estado de frenesí.

    ¿Mientras me estaban dando a luz
    los noticieros se atrevieron a mostrar los
    edificios bombardeados en sarajevo,
    con los niños bosnios
    dormitando entre los escombros?

    ¿Una bala era colocada en la escopeta de
    kurt cobain, en un simulacro del suicidio
    que lo esperaba al cruzar el año nuevo?

    ¿Qué teleserie estaban dando en el tvn?

    ¿Alguien esperaba el día de mi nacimiento
    que este neonato estuviera escribiendo poesía
    sobre los tópicos clásicos de la existencia:
    la muerte, la tristeza, el amor, el sexo?
    (me disculpo enormemente por tal presunción).

    Nací en mil novecientos noventa y tres
    y las interrogantes anteriormente expuestas
    tal vez nunca serán respondidas,
    pero no importa.
    Ya habrá más líneas que cooperen
    en el armado de estos puzles nostálgicos.




    LA ALEGRÍA NUNCA LLEGÓ

    Un lienzo de papel se ha ido despegando
    de los murales del imaginario colectivo.

    Las colosales letras negras
    ENE y O
    que rellenaban el espacio vital del cartel
    se fueron destiñendo como las promesas de 
    paraíso territorial que heredamos.

    Nos quisieron regalar un arcoíris
    y nos terminaron entregando una postal
    de patria en blanco y negro.

    Nuestra generación nació marcada
    por el pecado original de la dictadura,
    crecimos atados constitucionalmente
    desde el vientre materno.

    En un teatro de títeres de quince pulgadas
    aprendimos los mitos de nuestros salvadores:
    ahora somos los jaguares del continente,
    nada nos faltará compatriota.
    El país está creciendo,
    ¿no ha visto acaso los rascacielos que
    embellecen la vista hacia la cordillera?

    Algún día íbamos a despertar de la hipnosis
    provocada por el consejo de magos expertos en 
    las artes oscuras de la politiquería. 
    Dejamos el sonambulismo embelesado
    y descubrimos el secreto
    detrás de la bandera tricolor.

    Cuando solo les faltaba vender el aire,
    encontramos el ventrílocuo tras del telón.
    Un festín empresarial de cerdos hijos de puta
    que se atragantaban sobre nuestras espaldas,
    manteles del despilfarro neoliberal.

    Si ya no creemos en el viejito pascuero,
    ¿cómo esperaban que siguiéramos
    enganchados a sus relatos mesiánicos?

    Se jactan de su credo democrático
    y no somos más que una dictablanda.

    Nos prometieron la copia feliz del edén,
    y en realidad sólo transitamos 
    por el purgatorio del subdesarrollo. 
    Pero ojo, sonriamos pa’ la foto
    que no vayan a pensar en el exterior que
    no somos un país ganador. 




    ERROR 404 NOT FOUND

    Si estaba buscando un poema aquí
    este ya no se encuentra.

    Seguramente estos versos se esfumaron
    con el humo del cigarrillo que bota el autor,
    o se tomaron unas merecidas vacaciones
    en un crucero camino a aruba.

    Como supongo que no sabe donde esta aruba
    (no se exalte, no es su culpa
    los noticieros nos bombardean con crónicas
    del primer mundo a cada minuto)
    yo le indico con exactitud su locación:
    este pequeño país insular se encuentra
    a 25 kilómetros de la península de paraguaná,
    al noroeste de venezuela
    y al sur del mar del caribe.

    No tiene que agradecérmelo a mí,
    sino que a la información que exhibe
    wikipedia en sus vitrinas.

    Cuando usted compre un pasaje en avión
    directamente a este paraíso cristalino
    (un vuelo en clase económica con
    una escala por las amazonas brasileñas),
    busque el poema perdido.

    Las estrofas pueden estar extraviadas
    en una señal de tránsito en neerlandés.

    O puede que por algún motivo de fuerza mayor
    hayan terminado en un hospital deplorable
    por culpa de una intoxicación por cocaína.

    No descartemos la opción de que los versos
    traicionando al poeta,
    comenzaron a trabajar en la sección vida social
    del periódico más vendido de la isla.

    Lo cierto es que el poema no está aquí.
    Puede estar en el libro de un youtuber
    o en el menú de un restorán de comida coreana.

    ¡Pero no está acá!



    EL DÍA QUE DESCUBRÍ QUE ME ODIABA

    ya no tenía sueños con cambiar el mundo
    ni anhelos de proyección.
    El futuro me buscaba noquear
    en el primer round.

    El día que descubrí que me odiaba
    iba caminando por un paso de cebra
    pensando en la muerte.
    Casi me atropella un colectivo
    que dejé pasar entre aplausos.

    El día que descubrí que me odiaba
    me enteré que la autoestima
    era un helado de chocolate que se derritió
    en el volcán de las inseguridades.

    El día que descubrí que me odiaba
    me convertí en una bacteria que
    estaba fagocitando su propio organismo.

    El día que descubrí que me odiaba
    busqué ciento un formas de romperme
    el cráneo contra el espejo.
    Una de esas maneras debería invocar
    al doppelganger que me reemplace
    del holocausto existencial.

    El día que descubrí que me odiaba
    quería traspasar mi ira al mundo.
    Aborrecer a cada uno de los seres
    que están en la faz de este puto universo,
    pero no pude.

    Hay miles de hijos de puta
    que podrían odiarse más de lo que yo me odio
    desde hoy,
    pero se me hace imposible.

    La rabia no es un regalo,
    es una pesadilla en tres dimensiones.
    Puedo observar cada detalle de
    mi podredumbre en alta definición.

    El día que descubrí que me odiaba
    no habían ni metáforas ni versos
    que me protegieran.

    Estábamos solos,
    mi odio y yo.



    ELEGÍA POR UNIVERSIDAD CATÓLICA

    Hoy nuevamente
    Católica quedó a un paso
    de ser campeón.

    En cinco años
    creo que he dicho estas palabras
    más veces de lo que se merece
    un hincha.

    Me pregunto
    en qué chucha se fijó mi papá
    al hacerme aficionado de este club.

    Sin ser un entusiasta del fútbol
    -como si lo fue su hijo-
    qué habrá visto.

    Los signos de interrogación
    me dan más nauseas
    que los cigarros con sabor a decepción.

    Y así vamos,
    de funeral en funeral.

    Soportando las burlas,
    cargando el cartel de segundones
    en un vía crucis constante.

    ¿Es que será una puta maldición?
    ¿Enterraron un murciélago
    en el centro de la cancha
    de San Carlos?

    Vuelvo a pensar en mi viejo,
    él se deslumbró por Acosta y Gorosito
    no por esta mierda que
    nos toca vivir.

    Para no llorar de rodillas
    rememoro los momentos que le
    dan sentido a mi identidad cruzada.

    Y ahí están
    Álvarez tapándole el penal a la U,
    los goles del ingeniero Norambuena
    en la final del 2002,
    Conca siendo
    el mejor jugador del mundo,
    y Mirosevic convirtiéndose
    en mi héroe de acción favorito.

    En un recuadro blanquiceleste
    colgado en mis recuerdos
    está la actitud
    ofensiva, guerrera y vibrante
    que creí que nos caracterizaba.

    No me vengan con su mierda
    de que somos todos cuicos.

    Tampoco quiero vivir más esta angustia.

    Ni menos seguir encontrándome
    con técnicos mediocres,
    jugadores que no sienten la franja
    y dirigentes más preocupados
    del beneficio monetario
    que de darles una alegría a la gente
    (Sociedades Anónimas Deportivas:
    The SAD thing of fútbol).

    Me olvidé de la patria,
    de dios
    y de la universidad.

    Solo amo estos colores
    porque son casi lo único que me queda.

    Y seguiré ansiando
    estación tras estación
    torneo tras torneo
    por todas las alegrías que aún
    me faltan por vivir.





    CONVERSACIÓN ENTRE AMBOS YO

    -Claudio,
    ¿por qué chucha tienes la necesidad
    de escribir?
    -Para reparar el daño ambiental que
    provocan los desechos tóxicos
    que salen de mi boca.

    -No me hables con metáforas,
    soy yo quien te está hablando.
    -Tengo una insatisfacción con
    la comunicación humana:
    las palabras ya escritas no tartamudean
    ni exudan falta de confianza.

    -Entonces,
    ¿la poesía es tu vía de escape?
    -Es un juego de máscaras,
    un salón con cortinas rojas del que
    entro y salgo
    con mayor facilidad.

    -¿La poesía es
    una necesidad biológica?
    -Es un artificio que ocupa el cantor
    para engañar
    a sus obstáculos verbales.

    -¿Eres un farsante?
    -Los artificios también están cargados
    de honestidad brutal
    de sentimientos salvajes
    de desolación in extremis
    de rabia gutural.

    -¿La ortografía es el rayado de cancha
    de ese artificio?
    -Es mi estupefaciente favorito,
    la morfina que me calma de la
    decepción que tengo
    por mi desempeño en el habla.

    -Las adicciones no nos liberan
    del contacto humano.
    -Solo busco una manera de escapar
    de las putas muletillas
    de las palabras mal dichas que escupo
    día tras día, hora tras hora,
    del nerviosismo detrás
    de mis ideas mal expresadas.

    -Una última pregunta,
    ¿quién soy yo?
    -No lo sé.

    -¿Soy el yo poético?
    -¿Existe tal cosa realmente?



    DE CULTURA, LADRIDOS Y ROSTROS DIFUSOS

    Intento leer un libro sobre cultura.

    Un perro comienza a ladrar
    incesantemente en la calle.

    Las palabras del texto
    van bosquejando imágenes difusas
    de tu rostro.
    Los conceptos se transfiguran
    en cejas y
    las citas a pie de página
    me direccionan a tus labios.

    El perro continúa ladrando.

    Ya no estoy leyendo.

    Estoy volando en versos aerostáticos
    que describen tu rostro
    cada vez menos difuso.
    Una serenata de ladridos
    persiste como banda sonora de esta
    aventura abstracta.

    El libro yace en el suelo.

    Los ladridos continúan,
    tu rostro no desaparece
    y una jaqueca
    comienza a patear mis neuronas.

    Soy un psyduck.

    El perro no se detiene,
    tu rostro tampoco.

    El dolor de cabeza anestesia
    las ganas de levantarme
    recoger el libro
    y continuar con mi lectura esmerada
    del concepto de cultura.

    El estruendo de los ladridos
    rebota por los rincones de mi pieza.

    Ya no veo tu rostro:
    tienes una cabeza de perro
    y me ladras.

    Y te respondo con ladridos también,
    a pesar de que soy un psyduck.

    Faltan más libros de cultura
    plagados de
    guau, guau, guau.



    AGOSTO

    El mes que recién pasó fue nefasto.

    Pero me hizo tomar la decisión de hacer este “mini libro”. Concentré toda la frustración, ira y tristeza en este pequeño espacio. Seguramente es muy ambicioso haber empezado con esto, pero no hallé otra forma de canalizar estos sentimientos. Tal vez estoy diciendo demasiado. Aunque espero que me lean, hay mucho cariño detrás de su formación. Lo tomé como una labor apremiante (incluso más que mis deberes universitarios), pero creo que valió la pena todo el tiempo ocupado en esto.

    Gracias de antemano.



    SOY UN SPAM

    y por hartazgo tendré mi espacio
    en tus vivencias.
    Estas líneas son el engrudo
    que me adhiere
    a tu sistema neuronal.

    Soy un anuncio propagandístico,
    publícame en páginas pornográficas.
    Un click y le regalas algo de O2
    a mi ego.
    Así que por favor anda,
    coopera con mi medio ambiente.

    Escribo por pura vanidad,
    esta es poesía publicitaria.
    Por cada verso un dólar.
    No busco expresar sentimientos,
    sino que estar en las vitrinas
    de cientos de librerías
    (Siento que hago buena combinación
    con las novelas eróticas adolecentes,
    o con Papelucho).



    PARANOIA

    E s c r i b o
    l a s
    p a l a b r a s
    d e
    e s t a
    m a n e r a
    porque temo que me persigan
    hasta las sombras de las letras.

    En la calle
    siempre camino dos veces más rápido que el resto,
    me gusta pensar A VECES que cada uno
    tiene reservado un metro cuadrado en el mundo.

    Y ese pavor a las miradas,
    con esos ojos que temo a que salgan de sus órbitas
    y me ahorquen en un ascensor
    en una fila del supermercado
    en una calle congestionada.

    Está bien ir en contra del individualismo,
    pero no puedo caminar seguro
    mientras
    lees
    este
    poema
    con
    un
    cuchillo
    mantequillero
    en
    tus
    manos.

    No me hablen de mil maneras de morir
    que de esas ya conozco 999
    (la número 1000 se la reservo al suicidio).



    UNA TÍPICA CAMINATA BAJO LA LLUVIA

    ¿Será un Dios el que echó los dados
    y avanzamos los casilleros de asfalto
    en esta ciudad-monopoly?

    Compartimos la misma ducha expiatoria,
    una misma nube negra
    mientras unos van a trabajar,
    otros, camino a una cita
    y yo voy rumbo a comprar un champú.

    Las calles para defenderse de la cortina de agua
    se han provisto de escudos techados.
    Con esto las arterias del centro de mi ciudad
    forman una gran feria
    donde se reúne todo el folclor urbano.

    Ahí están los encargados de venta de Dios
    con sus biblias-diccionario.
    Ni la lluvia detiene sus diatribas
    que salpican la sangre de Cristo
    en nuestros rostros llenos de pecado original.

    Me llama la atención unos vendedores ambulantes
    que vociferan su nuevo producto:
    un rayo láser verde de gran alcance.
    Todo muy bonito, pero me quedo con un patito
    que mueve sus patitas cortitas aullando un débil
    cuak-cuak.

    Muchos estamos ahí, acompañados
    por la soledad (no es una prostituta),
    pero ni el mar de piernas que me engulle
    en esta aventura mecanizada
    la hace desvanecer.

    Pero a pesar de todo
    no me gusta encontrarme con caras conocidas.
    Ese ritual del “hola”, “¿cómo estás?”, “bien y tú?”
    está marcado por la frivolidad.
    Propongo que cuando nos veamos
    nuestros saludos estén llenos de cuak-cuak.

    Ahí va pasando una chica
    que me rechazó miserablemente.
    Ella me reconoció,
    ella sabe que yo la vi.
    Pero la evito con un enganche de la mirada,
    una bicicleta digna de un crack brasileño.

    Si no hay un Dios echando los dados
    soy horrible jugando en este tablero.


    LATERAL

    Si la vida fuera una cancha de fútbol
    (de hecho lo es)
    yo tendría que ser un lateral.

    Siempre olvidado,
    corriendo desde un extremo hacia el otro.
    Ni atacante ni defensa.
    Quien se consuela
    con los centros correctos
    de los goles que él nunca podrá anotar.

    ¿Izquierdo o derecho?
    Hay laterales que preferimos ser ambidiestros.
    Nunca tenemos la certeza
    de absolutamente nada
    (la posición en el campo
    ya no depende
    de las posturas políticas).

    Ni la eficacia de los delanteros,
    ni la visión de los porteros,
    ni el carácter de los volantes de corte,
    ni la decisión de los centrales,
    ni la pericia de los creadores.
    Ser un lateral es estar condenado
    a las sombras,
    a los errores de la memoria,
    a jugar en este partido efímero
    siempre como el secundario
    (un Steve Buscemi más).

    Si te rememora la hinchada,
    un noventa y nueve como nueve por ciento
    será por el error que cometiste
    en el momento menos indicado.
    Ni una campaña exitosa
    te salvará
    de las puteadas.

    Evidentemente,
    no soy un Roberto Carlos.
    Este poema está manchado por mi falta de talento.
    Así somos los laterales.



    EL CAMINO DE LOS SUEÑOS

    Nunca pensé que escribiría de amor
    pero mi universo onírico me traiciona noche tras noche,
    proyectando malos plagios del cine yanqui
    de películas de romance con finales felices
    de todos los besos que nunca he dado
    de todos los Brad Pitt que no logro personificar
    de una mujer que es mía
    ¿Mía?
    Fantasías del ello, dirá el amigo freudiano
    mientras el otro yo del espejo se ríe de mi derrota
    pues la función se terminó
    y la cámara se acerca, más y más.

    Plano de un hombre solitario en su cama
    primer plano a su rostro
    confusión, frustración, amargura.
    La máquina hollywoodense dejó de funcionar
    y el hombre solitario es arrojado a su destino.
    Corte.

    Nunca pensé que escribiría de amor
    pero la musa que inspira la mala caricatura de Titanic
    me impulsa a crear estos versos de cartón,
    poesía barata que se vende en un tarro de jurel,
    terapia del desahuciado con miedo a Morfeo
    que no quiere dormir
    que teme a las pesadillas hermosas del subconsciente
    que vio un mal filme donde una mujer era suya
    ¿Mía?
    Nunca fui capaz de tenerla.

    Estoy haciendo un trato con la tierra de los sueños
    (No me refiero a Disney),
    apareceré en su próxima película
    como extra vendiendo maní en una calle helada de New York
    o como secundario en una película de Tarantino
    asesinando a la antagonista de mis deseos frustrados,
    la mujer que era mía
    ¿Mía?







    .


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    SARAI PORTILLA SALGADO

    (Santander, España. 1995). Estudiante de Lengua y Literatura Alemana en la Universidad de Sevilla, ciudad donde reside actualmente.  Escribe poesía y relatos cortos desde 2004, está trabajando en su primer poemario y desde 2015 deja rastro de su obra en un Blog: alaseptimanovalavencida.blogspot.com.




    Pérdida

    Estar sola
    como si huyera del tráfico de afecto,
    de la corriente de dolor
    que me transmite el lenguaje que os representa.

    Estar sola
    como si nunca hubiera sido yo,
    rodeada de vacíos con nombre,
    como si ahora evitara ubicarlos
    en mi naciente forma de entender la pérdida.




    Qué haré con el miedo

    Escribir sobre el desgarro
    o pernoctar bajo el extraño silencio de las aspas,
    bajo el mismo movimiento
    que desencadena el miedo.

    Aproximar el grito y fragmentarlo.

    Una vez más,
    la voz del ventilador luchando contra nada
    o el frenético batir de las palabras
    sobre la gran rotura
    que prolonga el tedio.




    Tullido y azul

    No quiero luchar
    contra la bestia que resguarda las costillas,
    contra la gran coraza que sostiene
    la manada de huracanes.

    No quiero agrietarme los ojos,
    compartir el esqueleto helado,
    estirar la piel
    para arroparlo todo.

    ¿Recuerdas?

    Mi corazón es azul
    y yace tullido entre mis dedos;
    no quiero encerrarte
    en el minúsculo hueco
    donde recito el metal con el que me hiero.




    Infancia

    Cambiar el hambre por alimento;
    tragar el hielo que viste nuestro océano.
    Descansar colgado del trueno
    que despertó al niño de papel,
    al niño que llora descolorido
    vacío, arrugado, sobre la tierra.
    Renombrar el deterioro
    y observar la imagen
    que yace a los pies
    de nuestro utópico universo.



    La soledad engendra poesía

    La soledad engendra lo original, lo atrevido y lo extraordinariamente bello: la poesía.
    Pero también lo desagradable, lo inoportuno, absurdo e inadecuado.
    Thomas Mann


    La soledad,
    lijando el pecho,
    cubre de sangre al poeta,
    cubre de sangre al lector.
    Clavada en la lengua
    cubre de sangre las bocas,
    las manos que tapan las bocas.
    Lo trágico, lo bello,
    lo tétrico de nuestras voces
    vacía de sangre
    al pálido cuerpo.
    Nace el espanto
    y de la punta de sus dedos
    brota el arte.




    Poema mutante

    Tenemos la fiebre
    De quien hierve la tragedia
    Para evitar su toxicidad
    Y sólo encuentra quemaduras.
    Tenemos la fiebre
    De quien huye del matadero
    Pero olvida su cadáver
    Junto a la puerta.
    Tenemos fiebre
    Y somos hematoma
    Pero el escenario
    Sigue siendo nuestro.




    Poeta no eres tú

    Poeta no eres tú
    ni yo;
    no somos arte,

    pero tampoco retenemos
    palabra alguna
    en nuestro puño

    -siempre medio abierto-

    y somos diestros
    en el arte de cuidar
    de nuestras mentes

    disipando la nocturnidad
    con versos libres
    de etiquetas y opiniones.



    Piel de martes

    Menos sábados así.
    Así, con piel de martes.
    Sábados de escarcha en las uñas
    De arañar las paredes blancas
    De la habitación de los horrores
    Y perder libros bajo la cama
    Para que el terrible monstruo
    Los devore antes que yo.

    Menos sábados pirómanos
    Que escupan humo en sobres
    Y envíen sin destinatario
    Cinco incendios por segundo,
    Y más de esos que deshielan
    El temor a ser vencido
    Por la monotonía que ofrece
    El vaivén de las horas en bucle.





    .

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  • 07/18/16--11:09: MARTÍN J. ZUBÍA [18.941]

  • MARTÍN J. ZUBÍA

    (Toledo, 1997) estudia la carrera de Lenguas Modernas y sus Literaturas en la Universidad Complutense de Madrid. Le gustan la poesía, las ballenas y los árboles. A veces escribe no sabe qué cosas.

     

    Róbame sobre la  Antártica
    viento esquivo sobre espalda
    sombra ciega
    irrumpe en la mañana
    irrumpe en los diáfanos
    suspiros que nos miran destruye
    la voz que canta la voz que asfixia
    la voz que todo lo reduce a polvo
    regreso escarcha
    ceniza cielo grillo vuelta
    cielo seco
    grillo ebrio
    estampa ignífuga en los años
    duerme en mí cielo seco
    expira en mí grillo ebrio
    sálvame en mí bella estampa
    ¿dónde dormiste anoche?
    róbame sobre la Antártida

     

    (tras el párpado)

    Un invierno mutuo nos entrega.
    Las constelaciones se separan lentamente
    constantemente.

    Un cometa dará su vida
    -hoy, mañana, siempre-
    en nombre de todas las estrellas.

    Acto inútil.
    Su muerte no será contemplada.
    Nadie –persona, ciprés,
    estrella-
    mirará al cielo ese día –lunes,
    abril, mil novecientos diecinueve-.

    . . . . . . . . . . . . .

    Los días verdes. La sangre,
    caliente. La herida
    se fragmenta en distintas dimensiones:
    recuerdos en blanco y negro,
    mi hombro y una mano
    (mía, tuya, mano de árbol,
    mano de halcón…),
    un océano tan inmenso tras el párpado.

     

    (Olvido)

    Puedo decir “la luna está alta,
    más alta que todos los mundos.”
    O quizá: “la luna es un reflejo de mi alma.”
    Y,  “este bosque se arropa de sí  mismo esta noche.”
    O, “algunas luces traspasan más que otras.”

    Los astros, dicen, se mueven debido a
    fuerzas gravitatorias.

    Yo me muevo por instinto
    -fallido-
    buscándome de mí mismo,
    a través de mis propias huellas.
    Me pierdo en ellas,
    en caminos recorridos hace años.
    Kilómetros, exhausto,
    sintiendo un frío que ya conozco.

    Olvido.

    Puedo decir  “mira, Luna, cómo caigo.
    Mira, mira, ¿qué me queda?”

     




    .

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    Alejandra Marquerie Martín 

    (1998) es de Madrid y está sufriendo un segundo de bachillerato de Humanidades, aunque no tiene muy claro qué hacer luego. Le gusta mucho escribir, y ha aparecido en la 10 avenida y en New spleen. Ha disfrutado recitando en los encuentros de Los perros románticos y ha aparecido en artículos de Playground.

    Además, estudia teatro y fue nominada a mejor actriz en el Certamen de teatro de la Comunidad de Madrid, con la escuela de Nuria Soler. Ha realizado prácticas en el Museo Nacional Reina Sofía y le gusta mucho, mucho leer.

    http://aleatoriamar.blogspot.com.es/



    ¿Descansar de qué?
    Si últimamente de lo único que quiero descansar es
    de vosotros, y vosotros sois lo único
    de lo que no puedo descansar.
    Hambre y deseo por un lado en el corazón,
    moral y familia en el otro lado,
    cosiendo la libertad en una camisa de fuerza,
    en un habitáculo de sed en el que estoy
    descansando todo el rato.
    CO2 y coches en un lado del pulmón;
    literatura en el resto.
    Amor en el hígado y melancolía en el estómago y
    un páncreas que segrega mierda que la
    hace nostalgia
    pero no
    pero no sé por qué es.
    Pendientes y mordiscos en las orejas
    el estallido del tímpano que me hace falta
    para despertar.
    Un ombligo de certificado de que soy
    sin saber lo que soy,
    igual que los demás,
    por una parte.
    Y la otra no tiene nada,
    porque no hay espacio para ella,
    no hay tiempo para ella:
    no hay espacio para nadie aquí.
    Dedos y falanges para añorar tiempos pasados
    horribles y crueles
    cuando las piruletas sabían a algo
    Y las heridas valían qué;
    mejores que ahora,
    que no sé dónde vivo.
    Una tráquea que no filtra nada de lo que entra
    y así estoy
    tapando la melancolía con mierda del páncreas
    para que no parezca lo que es.
    Una tráquea bloqueada por mis dedos presionando mi cuello.
    Esta boca y sonrisa que sonríen ante la nada
    sin plantarle cara
    qué cara.
    Este cerebro cobarde que se llama cobarde en secreto:
    este cerebro cobarde y estúpido que ordena al páncreas
    tapar con mierda los gusanos que me agujerean el estómago.
    Una juventud para no hacer nada
    hecha de cristal infantil y cristal adulto
    en la que no soy esto ni lo otro.
    Cristal opresor que se clava al respirar,
    que me hace bloquear la tráquea:
    bloquéala, bloquea la tráquea
    porque no filtra
    y ahí está el problema.



    Epitafio I


               Buscándote en el laberinto, y allí gritando cerca del monstruo, 
                                                                                  tu nombre.                                                                                                                                                   
                                              Leopoldo María Panero 

    El cielo de los enamorados no
    Me abrirá sus puertas porque
    Aún
    No he gritado el nombre frente
    Al monstruo
    Ni he imaginado los ojos ante el temblar
    De la tierra.
    Porque ante el caos y las bestias:
    El gesto más cotidiano y
    Vuelta a empezar,
    Hasta que amanse a la fiera el
    Destello de la postura de sumisión que adopto
    Cuando estalla.

    El cielo de los enamorados no podrá acogerme
    En su tela pegajosa porque
    Aún
    No soy el fuero fuego que alumbra
    Cuando lee
    Ni soy nunca esa mano que no conoció otra
    Ni soy aquel destello cuando confundo
    La sumisión al temblor de la bestia con
    El brillo como campo de fuerza en mi cráneo.
    Aún
    No entiendo cómo llamar amor no
    Entiendo cómo asumir el desastre no
    Entiendo cómo el fin del mundo puede parecer
    Agradable
    En tu existencia.
    Aún no puedo decir que espero que en mi piel escribas
    Todos los sonidos que no recordaré cuando
    Esté tirada en el suelo de un cuarto vacío
    Con todo lo que altera la realidad para
    Hacerla más liviana
    Colapsando mis arterias:
    (Se muestra más cruel, sin embargo,
    con la cara degollada y la cabeza arrancada
    de un cuerpo hueco donde resuenan
    los crujidos de cuando te ríes, que da vueltas sobre si mismo,
    sin espetar nada).
    No puedo decir, entonces,
    Que espero que mi piel sea cubierta con
    Todas tus memorias porque
    Ya sabes
    La belleza siempre es el comienzo de lo terrible
    Y a veces parece que reseñas
    Con más y más contundencia
    El destino de mi próxima destrucción:
    No sé si me explico.



    *



    El cielo de los malditos puede esperar
    porque voy a estar labrando todos los epitafios que necesito
    para mis múltiples muertes.
    Entonces no veo la diferencia: malo o maldito. Maldito:
    no me hago responsable, no cruzo el umbral entre
    la tierra y el árbol.
    Hago malabarismos en un escenario manejada por
    un dios ruinoso y endeudado. Pero
    mi papel es otro, no puedo ser títere de
    trapo que cubra
    con sus payasadas
    la deuda de los dioses,
    mi papel es otro.
    No dejo que corten los hilos que
    sostienen en tensión el yunque:
    aún no he llegado al sitio establecido para su caída.

    El cielo de los inocentes aguarda
    mi llegada: la ataraxia a la que me someto cuidadosamente
    no es más que el principio de la reseña, mi próxima destrucción,
    el reflejo que me avisa:
    Y el viento te lo advirtió transportando
    hojas podridas hasta los pies de tu cama.
    La prolepsis que me encierra: el habitáculo en el que desarrollo todas
    mis acciones de rebeldía ante los círculos viciosos
    va estrechando sus paredes con
    cada vez más contundencia.
    Entonces
    quién me oirá cuando la prolepsis deje de serlo
    quién oirá mis lamentos enquistados en
    un pulmón
    quién leerá el asombro de mi epitafio:
    tengo una lápida desflorada en cada cementerio.



    Cause all I want is the moon upon a stick.

    De modo que las jaulas donde revolotean

    los dioses infantiles,
    humanos cosificados
    y
    piedras antropomórficas
    se balancea al ritmo de los bailes
    de una luna que marca
    si estás o no fuera;
    se balancean al ritmo de la luna sobre
    un palo que da vueltas
     floreciendo grotesca:
    no tiene labios y sus ojos están
    cosidos.
    luna cuerda,
    que mueves el mar,
    que no ves, y aún así decides
    animal, cuándo estamos fuera.


    ***


    No recuerdas cuando nos caímos
    en la hierba y
    mirando el sol
    no pudimos vernos despúes:
    hay colores que tapan tu cara.


    ***


    De manera que estamos girando
    bajo colores
    y mis ojos
    están sellados con colores
    y no eos veo la cara
    porque estoy mareada,
    estoy fuera;
    animal grotesco
    lleno de colores.


    ***


    De manera que la luna ciega
    se enfrenta a un sol mudo
    que se agita
    sujeto por hilos florecientes
    procedentes de la hierba.
    y cuando ella rasga sus ojos
    cosidos
    (qué fea imagen)
    (qué esto, lo de fuera)
    el mudo habla
    y habla
    y dice colores que los enjaulados entendemos
    y alegres danzamos
    movidos por destellos florecientes
    (qué grotesco: nos sangra la boca).
    la sorda rabia: no ve los colores,
    no entiende
    no baila.


    ***


    De modo que la vida es eso:
    balancearnos enjaulados por una
    luna ciega y sorda que decide,
    animal,
    cuando te quedas fuera.

    Bailamos y esperamos. es grotesco:
    nos sangra la boca. 



    Tengo el TOC sin el TOC, tengo el transtorno del no-transtorno.

                                                                       
    De tu muerte nace mi sangre.                                                                             
    Cuida de mi piel cuando yo no esté para                                                               hacerlo,                                                               
    cuida de mi piel cuando yo esté                                                               
    concectada a unas máquinas:                                                               
    respiración electromagnética.                                                            
    Cuida de mis libros en mi                                                                   
      ausencia:                                               
    no se los dejes a nadie,                                                 
    o bien regálalos todos.                                                           
    Toca la espuma de mi cadáver cuando                                                   
    esté a punto de chocolate,                                                             
      y cuando eclosione,                                                            
    monta una fiesta a la que acudan                                         
    todos los gatos de la zona:                                                 
      esa es mi familia                                                  
      esa es mi culpa                                                 
      esa es mi muerte






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  • 07/18/16--22:55: GEORGE REYES [18.943]

  • George Reyes

    Es ecuatoriano de nacimiento, pero reside en la Ciudad de México. Posee un bachillerato, una licenciatura y dos maestrías en Teología, y es candidato a un PhD en Teología. Es Presbítero, profesor, teólogo/escritor, poeta y ensayista. Ha publicado  poesía y ensayos literarios y teológicos. Su poesía ha recibido homenaje y  ha sido incluida  en antologías internacionales de papel virtuales, y está dispersa en diversas revistas literarias de papel y virtuales. Ha publicado el  e-book Hermenéutica posmoderna y hermenéutica bíblica. Tiene varios poemarios inéditos: Filosofía risueña; Signo XXI; El árbol del bien y del mal; Salmo hondo; Mañana; Ese otro exilio, esa otra patria. Es miembro del Movimiento Poetas del Mundo, y otros. Ha ofrecido recitales de poesía. Es editor de  la antología poética Nuestra Voz (Buenos Aires, Argentina: Editorial Tersites, 2015). Ha participado en talleres literarios. Dirige dos grupos de poesía lírica en Facebook. Ha publicado el poemario El azul de la tarde & Dama3Lunas (Santiago de Chile, Chile: Apóstrophes Ediciones, 2015). Su poesía ha sido galardonada en concursos internacionales. Consta en la Enciclopedia de la Literatura en México, FLM-Conaculta. 

    E-mail: george_reyes@email.com.





    CON SONRISA DEL ALMA 

    Se fue
    despertando
    con bostezo de ironía
    al tic tac de un reloj
    que de viejo se dormía…

    Despierto yo…
    y su mano
    en mi hombro
    me canta la canción
    de esa frágil sonrisa  
    del alma



    LO DIRÁ DE NUEVO 

    En el suspenso
    se cuela la esperanza
    de ese viejo amanecer tardío
    que ha rayado en tu horizonte
    Volverás hablar 
    en tu dolor 
    teñido de ese eterno azul
    entonces volveré
    a chorrear
    la resina que encandila
    la frente que se postra
    empobrecida



    ERES 

    Tú,… 
    libertad de antaño
    en noche destrellada
    que suspira por el sol  
    sonriendo en una tarde de preguntas...
    Tú,… 
    ojo
    de horizontal mirada
    que humedeces 
    tus ojeras
    que empapa de azul
    ese murmullo de mi geografía
    al que solo tú 
    tienes acceso a su camino



    EN LUZ DE PLATA

    Te pillo sonriendo
    en tu silencio terco
    recluido en la recámara
    del tiempo
    donde duerme en luz de plata 
    ese sueño
    sin arrugas
    ni ojeras
    Si el silencio
    no es tu idioma
    ha de hablarte todavía
    en tu lengua de alborozo



    EL SOLLOZO DEL OLVIDO

    Has pintado 
    el  perfil
    de tu presencia 
    en un cuaderno
    desgastado
    en la pupila
    de mis ojos
    y rojo
    de mi corazón
    ¡Qué presencia…!
    Cansada está la espera
    recostada en sofá de terciopelo
    viendo que se marcha
    en lontananza
    en sollozos
    el olvido
    por la ruta 
    que le impide su regreso:
    el oído dulce tuyo



    ME REVESTIRÁS DE OTRA PIEL

    Cayendo el telón
    tu señorial silencio
    salen de  la escena
    mis vesperales horas

    Será en el segundo acto
    o quizás en el tercero
    que otra vez 
    te veré en escena 
    para revestir 
    mi gran piel de niño

    Tu  camisa 
    de tibieza
    a mi silueta 
    le quedará pequeña
    en estas horas
    tardeantes y holgadas
    con tantas voces chorreando 
    h
    i
    e
    l
    o



    EN EL ESPEJO DEL AMANECER

    Ya que tú has querido
                               servirme una vez más
                               una copa
                               de tu voz 
                               en bandeja cristalina
    no mendigo ni una gota 
    en el trillo en que camino
    floreado de azulino

    Ya que tú has querido
                              pintarme esta vez
                              estos pies  
                              con que te anuncio
    danzo aquí en mi espejo
    que enmarca tu imagen
    este ritmo 
    increado
    al clarear mis días



    REVERSO DE LAS SOLEDADES 

    Detrás del alero
    de mi paso ambulante
    hallé lo que había perdido
    hace tantos siglos:
    el timbre de mi nombre
    que se anuncia
    en clara voz…

    Se oye a un espectro
    marchando hacia el destierro
    de la fosa de agonía
    borboteando espuma
    de colores pestilentes
    Este siglo es 
    tachado de injusticia
    zurcido de soledades

    Detrás del alero  
    cuelga un paisaje 
    en tela que encanta y recanta
    la canción sin fin
    encarnada en tu ser



    BAILE DE LA SILUETA  

    Esta silueta
    que cabe en tus manos
    será clareada
    hasta cesar el día
    Y será deshecho
    en azulino estanque 
    el terrón 
    de sombra
    que hirió
    su aliento

    Será un arte
    que no se aplaude
    en la platea
    de otras sombras
    aun si danza 
    al son de flautín
    ese otro vals 
                que celebra la vida
    en pasos 
                que pisotea al olvido



    CAÍDA DE LA CARETA

    ¡Careta
    endiosada
    en altar
    que adora la nada
    pasea en vergel 
    de árboles secos!
    ¡En el estante del ego
    archivas delirios
    a vestir de blanco
    y en tu murmullo
    de letanías 
    yace tu aureola sentada 
    hasta vaciar tus palabras…!  
      
    Palideces tú su color mañana 
    en un flash  capturas su rostro real 
    chorrea su maquillaje
    en el gran desfile 
    de su agonía y mortaja



    SIGILO DE ÁNGEL  

    En el bosque enorme
    que todavía camino 
    el sol me espía  
    detrás de un lienzo vuelto hilachas
    y con pesar quema 
    lo que tejió sus manos
    Sabe que ese lienzo 
    está gastado
    con el peso de cada hueso
    Y yo sé
    que todavía no ha racionado  
    ese oxígeno que moviliza 
    mis partículas que se han viciado



    NARRATIVAS DE LAS NOCHES Y UN EPÍLOGO 

    Esas noches
    con ropaje de papel rasgado  
    ante mi espanto
    se tildan diosas
    en cielo
    hurtado
    Lo acechan cuando duerme el día   
    y manchan con gran neblina su estación contraria    
    Da pena como lucen y se incrustan alas…   
    ¡Lávale tú su osadía en agua de mares 
    marca en tu reloj sus horas 
    asciende en ellas como espuma bendita 
    el vértigo de su travesía  
    en océano que yo ignore!

    +++

    Al despertar el día
    mi ser descalzo
    en la caminada
    por tu vergel 
    leerá tu gloria    
    en sus follajes que se doblan con estos versos



    DE ALONDRAS Y JAURÍAS 

    Toma ahora un cincel
    con la diestra de un artista
    talla en mi arcilla adentro
    un trío afinado de alondras
    que te entonen 
    en el ramal del tiempo 
    el estribillo 
    de mi recital en tu oído
    El vendaval de tus lágrimas
    arrase en olas a un pozo 
    la ausencia que hiende el alma 
    allí donde duermen jaurías
    en guaridas de pobre lumbre



    AL OÍDO TU VOZ LÍMPIDA  

    El cristal
    con el que filtro tu mirada
    se ha empañado
    con barniz de llanto  
    en cada charco de oleada, de espumajo 
    Y me hace oír
    tu afonía    
    en la luz que parpadea a la distancia
    Aunque sabes lo que corre 
    por mi río de añoranza 
    y sé que a ti no se te grita en ninguna tinta 
    musítame al oído
    que no soy huérfano
    desempaña mi cristal con llovizna de tu ojos
    y refresca cual aireada de una ardiente tarde 
    cada paso que se canse de ironía
    con tu voz límpida



    OPCIÓN BENDITA 

    Reescribo el resto 
    de mi verso
    en un descanso de este viaje  
    llevando el peso de un bolsón de soledades
    y de un puñado de nada enmohecido
       
    Es que mis días
    una “historia en reverso” 
    se han transmutado vérsicos  
    follaje de folclor en magazines… 
    Mas ha irradiado mis sienes
    el resplandor del sol naciente
    que quita el hielo mi pan que escarchó tu paso 
    en un recipiente que acopia mil migajas…  
    y despinta los hilos de esta madeja  
    pintarrajeados con estopas de tiranía 
    pues cual poeta que la luz y vida ensalza  
    Dios ha optado por leer mis versos

    ©George Reyes, del poemario El azul de la Tarde & Dama3Lunas (Santiago de Chile, Chile: Apostrophes Ediciones, 2015).







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